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L'invidia del pil

Luciano Capone
Intellò italiani alle prese con i paesi che crescono. Gli Stati Uniti? Turbofinanza. Il Regno Unito? Troppa austerity. La Spagna? Servi sciocchi di Merkel. Con una chicca di Settis.

Milano. Lo storytelling sull’austerity che deprime l’economia e spreme i diritti continua indisturbato. Di questa narrazione fa certamente parte l’editoriale di un intellettuale del calibro di Salvatore Settis che su Repubblica usa le parole del premio Nobel per l’Economia Edmund Phelps: “L’Europa è un continente rimasto senza idee”, è l’espressione di Phelps citata da Settis, che poi l’archeologo italiano commenta così: “Nel braccio di ferro sulle misure di austerità che hanno messo alla gogna la Grecia (e domani altri paesi), la parola ‘creatività’ non ricorre mai”. E da qui partono le accuse contro le Borse, i mercati, la Troika, l’invadenza tedesca, il thatcherismo. Probabilmente tra i suoi tanti pregi il Nobel americano non deve avere quello di farsi intendere dagli intellettuali italiani. Perché Phelps ad esempio ha chiaramente affermato che la crisi greca non è colpa dell’austerity e che quindi non potrà essere risolta con maggiore spesa pubblica, ma attraverso le “riforme strutturali”. E la creatività a cui fa riferimento nel suo libro “Mass flourishing” – citato anche da Settis – non è certo quella dei derivati e dei piani bizzarri di Tsipras e Varoufakis, ma quella dell’autonomia individuale che permette di creare e sperimentare e che negli ultimi decenni è stata soffocata.

 

E lo storytelling non si ferma neppure a cose abbastanza evidenti, come le positive performance economiche di paesi che hanno attuato dosi diverse di austerità, o quantomeno di responsabilità fiscale. La Gran Bretagna ad esempio per anni è stata descritta come una terra dove è stata fatta macelleria sociale, con povertà diffusa, e dove il premier conservatore David Cameron stava per essere cacciato da una popolazione stanca della cieca austerity. I Tory invece hanno rivinto alla grande le elezioni e il pil britannico da un po’ di tempo cresce con i tassi più alti tra le economie sviluppate, più 2,6 per cento su base annua. L’altra economia del G7 che cresce in maniera sostenuta è quella degli Stati Uniti, che nel secondo trimestre ha segnato un più 3,7 per cento su base annua, molto più alti sia del più 2,3 per cento del primo trimestre che del 3,2 previsto dagli analisti. Ma qui il racconto del Giornalista collettivo è duplice: secondo un filone, l’economia americana rimane di carta, finanziaria e speculativa; secondo altri, è stata rigenerata solo dall’avvento di Barack Obama e delle sue politiche di stimolo fiscale e anticicliche. A chi contrapponeva le politiche di austerity di Cameron e quelle keynesiane di Obama ha risposto un economista non certo di destra come Jeffrey Sachs che, dati alla mano, ha evidenziato come “se mettiamo a confronto le due economie, le loro traiettorie sono in larga parte simili.

 

[**Video_box_2**]Le riprese post 2010 in entrambi i paesi sono giunte nonostante i significativi tagli del deficit strutturale, indicando così che entrambe le riprese sono avvenute nonostante la contrazione fiscale. Il deficit strutturale è stato tagliato dall’8,4 per cento del pil potenziale nel 2010 al 4,1 nel 2014 nel Regno Unito e dal 9,1 per cento al 4 negli Stati Uniti”. In pratica, dice Sachs, se è austerity quella di Cameron lo è anche quella di Obama. Eh, ma Londra e Washington sono fuori dalla gabbia dell’euro, hanno potuto fare  politiche monetarie più libere ed espansive, si dirà. Andiamo allora a Berlino, la patria del cieco rigore di bilancio ha segnato un’espansione dello 0,4 per cento rispetto al primo trimestre e dell’1,6 per cento rispetto all’anno precedente. Ma la Germania è il centro dell’Eurozona che specula sulle difficoltà dei paesi mediterranei. Guardiamo i dati della Spagna, un paese che ha vissuto una crisi profonda e che ora ha un pil cha fa più 1 per cento rispetto allo scorso trimestre e più 3,1 per cento anno su anno. Mentre i nostri commentatori consumavano pagine e pagine sulla bolla, ora scoppiata, dei cugini europei di Alexis Tsipras, la vera rivoluzione la stava facendo il grigio Mariano Rajoy in silenzio e a colpi di riforme. E’ così che vive l’intellettuale anti austerity, tra storytelling e realtà. (l.cap.)

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali