La Goldmans Sachs tarocca e le difficoltà nel capire Pechino

Luciano Capone
Non solo film, orologi e automobili. L'agenzia finanziaria Bloomberg ha scoperto che a Shenzen c'è un clone della banca d'affari americana. C'entra con le turbolenze in corso

Dopo il panico per il crollo dei listini, le borse del Dragone tornano a crescere, del 5,34 per cento a Shanghai e del 3,33 per cento a Shenzhen, mettendo fine per il momento a una serie negativa che proseguiva da cinque giorni. Sono gli effetti della nuova iniezione di liquidità della Banca centrale cinese a sostegno del sistema bancario di 150 miliardi di yuan, circa 23,4 miliardi di dollari. Ma il rimbalzo borsistico non risolve di certo i problemi economici di Pechino, che sono tutti strutturali: i clan all’interno del Partito comunista che gestiscono l’economia con criteri burocratici e clientelari, il canale privilegiato delle aziende di stato, i conseguenti investimenti fallimentari. Ma soprattutto c’è il tema della trasparenza: ufficialmente la crescita del pil per il 2015 è del 7 per cento ma tutti gli osservatori credono che sia almeno di due punti inferiore, per non parlare della stima ufficiale della disoccupazione che, nonostante la frenata della crescita (circa la metà rispetto a qualche anno fa), è sempre costante e bassissima. L’assenza di informazioni porta a cattivi investimenti in settori saturi e impedisce di conoscere i criteri contabili delle imprese, un fatto non trascurabile in una situazione di panico. Come dice Francesco Forte il libero mercato delle informazioni e delle idee, in un’economia finanziaria è fondamentale e questa assenza rende per Pechino difficile risolvere i problemi.

 

Un esempio clamoroso delle difficoltà del sistema cinese con la trasparenza e la correttezza è quello di una Goldman Sachs falsa di cui parla Bloomberg: “La Cina è stata accusata di fare film pirata, borse e Rolex falsi, anche auto. Aggiungete Goldman Sachs alla lista”. La storia è questa: esiste una “Goldman Sachs (Shenzhen) Financial Leasing Co.” che opera nel Guandong, al confine con Hong Kong, e che usa lo stesso nome sia in inglese che in cinese di una delle più grandi banche d’affari del mondo, la Goldman Sachs Group Inc. Ma questa Goldman di Shenzen non ha nulla a che vedere con la banca newyorchese, è una banca tarocca. La questione è stata segnalata alle autorità cinesi e pare che questa Goldman 'made in China' sia collegata a società che operano nel mondo del gioco d’azzardo e a famiglie legate al mondo del crimine organizzato.

 

[**Video_box_2**]Per quanto unica e paradossale, la vicenda non è un caso isolato, visto che in Cina sono molteplici i casi di  persone o società che hanno registrato nomi e marchi di aziende famose estere. E il problema è proprio che le società a cui di fatto viene rubata l’identità non hanno molti strumenti per difendersi e dimostrare che c’è stata una violazione dei diritti d’autore e di proprietà, perché il criterio utilizzato generalmente dai tribunali cinesi è che ha ragione chi per primo ha registrato il marchio in Cina. Come ricorda Bloomberg, già a Michael Jordan, il grande giocatore di basket americano, è capitato di perdere una causa contro una società che ha utilizzato il suo nome in cinese per una linea di abbigliamento sportivo.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali