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Appunti sul Dio Uguaglianza

La disparità di reddito potrà non piacere, ma dire “più uguali siamo più cresciamo” è falso. Ecco come la vulgata di Piketty ha contagiato Ocse e Fmi. E perché anche dalla scuola arriva una sonora smentita.

21 Agosto 2015 alle 06:18

Appunti sul Dio Uguaglianza

Thomas Piketty

Roma. Il senso comune nei paesi capitalistici occidentali è – o meglio, era – che “la disparità di reddito è sia una virtù sia un vizio”, ha scritto Chris Giles sul Financial Times. “L’aspetto virtuoso della disparità, cioè il fatto che essa fornisce incentivi a mettere impegno in quel che facciamo e genera crescita economica, dev’essere soppesato alla luce del vizio che è costituito dalla manifesta ingiustizia della diseguaglianza”. Questa, fino a un paio d’anni fa, era una visione comunemente accettata nel discorso pubblico, quando da sinistra (e non solo) si diceva per esempio che il problema della società e del governo era quello di “determinare un grado accettabile di redistribuzione”, aggredendo gli eccessi di diseguaglianza restanti con imposte e sussidi. A seconda dei gusti, ovvio. “Negli ultimi due anni, però, abbiamo assistito a un’enorme produzione di ricerca accademica protesa a sconfessare questo trade-off”, osserva Giles: “Una diseguaglianza inferiore dà una forte spinta alla crescita – dicono i sostenitori di queste tesi – perciò i paesi davvero possono avere maggiore redistribuzione di ricchezza, un differenziale inferiore tra ricchi e poveri, e allo stesso tempo una crescita più sostenuta”. Più uguali siamo, meglio stiamo. Thomas Piketty ci ha costruito su una fortuna editoriale e personale, anche se per sua stessa ammissione sarà difficile vedere realizzate imposte patrimoniali coordinate a livello globale. Ma intanto è lo sforzo livellatore che conta, il ditino alzato verso tutto ciò che non ci faccia apparire uguali.

 

L’effetto trickle-down, quello della ricchezza che “sgocciola dall’alto verso il basso”, è bandito dal bon ton. Anche Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, e Angel Gurría, segretario generale dell’Ocse, si sono sbracciati sui media per diffondere studi che confermassero la nouvelle vague. Nei loro palazzi, un tempo bersaglio di uova e fumogeni dei no global, sponsorizzano conferenze con George Soros, ospiti immancabili Piketty e Stiglitz. Poi però i loro studi sul presunto nesso tra uguaglianza e crescita nel mondo, oltre che difficilmente verificabili per l’eterogeneità del campione osservato, secondo Giles hanno qualche falla logica. Primo: il gap tra ricchi e poveri spiegherà sempre una parte infinitesimale dello sviluppo di un paese, perché fattori ben più imponenti spingono la crescita. Allora perché concentrarsi sui dettagli? Secondo esempio: l’Ocse sostiene che la mancanza di accesso agli “skills” da parte dei poveri è il meccanismo attraverso il quale la diseguaglianza frena la crescita;  poi però non assegna un ruolo agli “skills” nelle sue equazioni per stimare la crescita. Piuttosto i dati comparati dicono che Stati Uniti e Regno Unito hanno standard di vita elevati, tassi di crescita notevoli e bassa diseguaglianza rispetto al resto del mondo. Come dire che, oltre che ascoltarlo, Soros sarebbe bene imitarlo: la ricchezza si redistribuisce solo dopo che la si è creata.

 

[**Video_box_2**]Se le lenti da inforcare sono sempre e comunque quelle della diseguaglianza da eliminare, le conseguenze possono essere nefaste per la società tutta. Esempio: in America, spiegano in un libro in uscita Chester Finn e Brandon Wright, l’attenzione esclusiva delle politiche educative per gli alunni con maggiori difficoltà – sociali o di apprendimento – fa sì che i più intelligenti e preparati non vengano più stimolati a dare il meglio di sé. Per loro nessun curriculum speciale, nessun incentivo a velocizzare il corso di studi, eccetera. Al punto che adesso, dai test Pisa dell’Ocse, viene fuori che i giovani tedeschi o singaporiani – studiando in paesi nei quali selezione e cura dei talenti sono di casa – eccellono molto più frequentemente degli americani. Se l’ossessione di redistribuire la ricchezza prima di crearla sopprime i Soros nella culla, chissà quanti inventori, imprenditori e artisti ci stiamo perdendo per strada nelle aule trasformate in tante chiese del Dio Uguaglianza.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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