Jeroen Dijsselbloem (a sinistra) e Luis De Guindos (al centro) (foto LaPresse)

Oltre alle Borse in rosso

La girandola di ipotesi su Atene frena i mercati, non i giochi di potere nell'euro

Marco Valerio Lo Prete
Oggi parte la battaglia per la leadership dell’Eurogruppo. Perché Renzi preferisce “la creatura di Berlino” all’asse con Madrid.

Roma. Mancano 13 giorni alla scadenza formale del programma di aiuti internazionali per la Grecia da parte della Troika (Unione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) e sempre 13 giorni al momento in cui Atene dovrà rimborsare 1,6 miliardi di euro al Fmi. Il governo di Alexis Tsipras vuole prima ottenere l’ultima tranche di aiuti internazionali, e poi con questi soldi pagare il Fmi. E se non ci riuscisse? I mercati continuano a dubitare, anche se ogni giorno qualcuno interviene per dire che nel 2015 l’effetto contagio di un default ellenico sarebbe più gestibile. Fatto sta che ieri le Borse europee hanno chiuso in terreno negativo. Il Financial Times ha iniziato a segnare le prossime date clou. Il 30 giugno è importante, si chiama “expiration date” appunto; ma il quotidiano della City già lascia intendere che il termine ultimo è un altro, il 20 luglio, in cui Atene dovrà rimborsare 3,5 miliardi alla Bce di Mario Draghi.

 

Oggi però ci sarebbe la prima occasione utile per un’intesa: appuntamento all’Eurogruppo, la riunione dei ministri delle Finanze dell’Eurozona in Lussemburgo. Il governo greco comunque ha fatto filtrare che non presenterà nuove proposte di riforma, perciò le speranze di sorprendere positivamente mercati e cittadini si affievoliscono. Piuttosto oggi in Lussemburgo ci si concentrerà sul fatto che ufficialmente manca un mese e mezzo a un’altra scadenza: la fine del mandato (lungo due anni e mezzo) del presidente di questo forum informale di ministri che è l’Eurogruppo. Il nuovo presidente continuerà ad avere la primazia sulla formazione dell’agenda delle riunioni, il quasi monopolio della rappresentanza dell’Eurozona negli incontri economici internazionali, e presto potrebbe diventare anche “permanente”. Perciò la carica è molto ambita e pure l’attuale presidente, il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, due giorni fa ha ufficializzato di volere restare. La scelta non ha frenato l’omologo iberico, Luis De Guindos, dal presentare anche la propria candidatura. “Let battle commence”, “la battaglia cominci”, suggeriva ieri l’analista Wolfgang Münchau nella sua newsletter. Al momento Dijsselbloem, che nel dicembre 2012 fu “un’invenzione del ministro delle Finanze tedesco Schäuble” (come lo ha definito di recente un collaboratore del Bundesminister der Finanzen), appare in vantaggio: ha 11 paesi dalla sua parte, contro gli 8 schierati con il ministro di Rajoy. A Bruxelles nessuno intende, in questa fase, drammatizzare lo scontro che pure c’è, perciò la votazione definitiva è slittata ieri al prossimo Eurogruppo.

 

[**Video_box_2**]Meglio dare l’idea di una decisione consensuale, dicono i tedeschi. E come si schiererà l’Italia nella scelta di questa casella chiave nell’euroburocrazia? Fonti convergenti di Palazzo Chigi e del ministero dell’Economia descrivono un atteggiamento attendista, ma con una predilezione per lo spigoloso Dijsselbloem. “Che però nelle ultime riunioni a porte chiuse si è mostrato più pronto a contraddire Berlino”, dicono. De Guindos, invece, come dimostrano i toni duri usati finora con il governo greco, fa leva sull’immagine della Spagna “bravo allievo”, paese periferico passato attraverso una cura da cavallo fatta di riforme e rigore fiscale, e che oggi cresce più della media. De Guindos ha difeso perfino l’enorme avanzo commerciale tedesco, mentre il ministro Padoan è da sempre favorevole a un processo di aggiustamento simmetrico, osservano a Via XX Settembre. A Palazzo Chigi aggiungono: pure sull’immigrazione è stata Madrid, nelle ultime ore, a ostacolare una maggiore condivisione dei flussi di rifugiati. Un altro buon motivo per “sostenere Dijsselbloem, tra l’altro appartenente alla famiglia socialdemocratica come Renzi. Anche se nessuno pare ricordarlo”, dicono ironicamente nel governo.