Il ministro delle Finanze greche, Yanis Varoufakis (foto LaPresse)

Nuova Troika e sovranità 2.0

Varoufakis spiega perché l'Euro è diventato come l'Hotel California

Marco Valerio Lo Prete
Il ministro corteggiato da Soros risponde al Foglio sul “caso Irlanda”. La prossima rata della Grecia e i rischi sulla liquidità

Parigi, dal nostro inviato. Se ci fossero stati George Soros e il suo fondo d’investimento Soros Fund Management nella parte degli investitori privati stranieri; e se ci fosse stata l’Ocse al posto della Commissione europea nel valutare l’avanzamento delle riforme di Atene, oggi già non sentiremmo più parlare della crisi greca. Sarebbe stata risolta, senza strappo alcuno. Almeno a giudicare dal trasporto con cui il finanziere di origini ungheresi, classe 1930, in compagnia degli operatori di mercato e degli accademici convocati in queste ore a Parigi per l’appuntamento annuale dell’Institute for New Economic Thinking (Inet), ha accolto ieri il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis. Con l’ulteriore novità che a fare da co-sponsor dell’evento, insieme al think tank sorosiano Inet e al pensatoio canadese Cigi, c’è questa volta l’Ocse, organizzazione internazionale che racchiude i paesi più benestanti del pianeta.

 

Proprio nella sede parigina dell’Ocse, ieri, Varoufakis è stato accolto con tutti gli onori. Prima sono state ricordate le antiche affiliazioni del ministro-rock con Inet (la cui missione, ha detto Soros due sere fa, è “la demolizione del monopolio della dottrina economica oggi esistente”); poi sul momento si è deciso che non era sufficiente un solo seminario che vedesse protagonista il ministro, così si è deciso di organizzare subito un bis, affiancandogli il premio Nobel americano Joseph Stiglitz, alfiere della lotta alla diseguaglianza; infine l’ex finanziere Robert Johnson, collaboratore storico di quel Soros che nel 1992 puntava miliardi per buttare fuori Regno Unito e Italia dal Sistema monetario europeo, ha salutato Varoufakis dedicandogli le parole di una canzone di Bob Dylan: “For the loser now, will be later to win. For the times they are a-changing”. In attesa che i tempi cambino davvero, però, “l’ex Troika” – come l’ha chiamata sorridente il ministro ellenico – continua a bussare alla porta del piccolo paese dell’Eurozona. E la Grecia, a dispetto dei proclami bellicisti del nuovo governo di sinistra radicale, continua ad aprirle. Ieri, per esempio, Atene di prima mattina ha fatto sapere di aver ripagato la rata dovuta al Fondo monetario internazionale: 450 milioni di dollari per prestiti concessi dal 2010 a oggi. Fonti anonime già rilanciano l’ipotesi che a fine mese, in mancanza di un accordo sul programma di aiuti internazionali, Atene potrebbe comunque finire la liquidità a disposizione per mandare avanti la macchina statale e mantenere i suoi impegni con i creditori. Nel frattempo, Varoufakis continua ad ammaliare militanti politici ed élite varie in giro per il mondo.

 

Ieri, per esempio, ha strappato un applauso a Parigi quando ha spiegato che “possiamo abbassare i salari greci quanto vogliamo, comunque noi greci non produrremo mai automobili competitive come le Mercedes. Semplicemente perché non produciamo automobili!”. Una denuncia efficace del fatto che le priorità riformatrici della Troika, nel caso greco, non sono state fissate con saggezza; ma allo stesso tempo un’implicita ammissione del fatto che la crisi greca è innanzitutto la crisi di un paese poco adatto a stare al passo della globalizzazione, anche per le sue caratteristiche di “frappé-economy”, come viene definito un modello che ruota attorno alla fornitura di servizi a basso valore aggiunto. Ciò non vuol dire che si debba o si possa passare forzosamente al modello opposto, quello in cui tutti i paesi dell’Eurozona sono cloni della Germania esportatrice: “Oggi l’Eurozona esporta deflazione, anche al Tesoro americano lo sanno bene”, dice Varoufakis, rientrato da pochi giorni dopo un viaggio a Washington. La Grecia nel 2001 doveva entrare nell’euro? No, secondo Varoufakis, “nessuno doveva entrare in un’Eurozona come quella di oggi”.

 

Poi il ministro greco – che a mo’ di intercalare ripete: “Mi dicono che devo imparare l’arte della diplomazia” – guarda la sala in cerca di giornalisti e dice: “Non scrivete che sono per l’uscita della Grecia dalla moneta unica. L’euro è come l’Hotel California. ‘You can check out any time you like, but you can never leave’, non puoi mai abbandonarlo”, dice citando la canzone.
Si chiedono all’Inet: i negoziati per i bailout, durante la crisi, sono stati forse “un modo per fare politica con altri mezzi”? La risposta di Varoufakis è nota, ed è sicuramente affermativa. Quel che ieri il ministro delle Finanze greco meno si aspettava, però, era di trovarsi affiancato da un altro pezzo grosso europeo, anche lui proveniente da un paese periferico che ha subìto la cura da cavallo della Troika, che invece quel programma l’ha lodato eccome. Il personaggio in questione è Patrick Honohan, dal 2009 governatore della Banca centrale irlandese. “Sfatiamo un mito – ha esordito Honohan – Il bailout internazionale non ha causato la crisi irlandese”. E Varoufakis, seduto accanto, appare d’un tratto annoiato, rotea la biro fra le mani. Il governatore centrale di Dublino però insiste, descrive errori e note positive del programma di assistenza da 67,5 miliardi di euro – pari quasi alla metà del pil irlandese – avviato nel novembre 2010. Errori come quello di non avere imposto fin da subito una ristrutturazione dei debiti bancari, nonostante qualcuno nel Fondo monetario internazionale l’avesse chiesto; note positive, invece, come il fatto di aver resistito alle pressioni di altri paesi europei che chiedevano di mutare il modello di crescita irlandese, “perché non è stato il regime fiscale a causare la crisi del nostro paese”, dice Honohan difendendo l’attuale tassazione iper favorevole alle imprese. Così il pil di Dublino è tornato a crescere nel 2013 (più 0,2 per cento), poi a volare nel 2014 (più 4,8) e plausibilmente pure nel 2015 (più 3,5). Poi una frecciatina ai colleghi greci, eletti lo scorso gennaio sulla scorta della promessa di stracciare il memorandum con la Troika: “Anche noi all’inizio ritenemmo che le condizioni del programma di aiuti che avevamo concordato con la Troika fossero insostenibili – dice candidamente Honohan – Perciò sapevamo che col tempo quelle condizioni sarebbero cambiate, e infatti così è stato. Abbiamo preferito andare avanti piuttosto che sottrarci da subito e cercare di navigare a vista da soli”. Conclusione: “La gestione del bailout si può definire, per i cittadini irlandesi, un notevole successo”.

 

Domanda del Foglio: ministro Varoufakis, il signor Honohan ha appena detto che il bailout è stato “un successo per l’Irlanda”. Eppure quel paese si trova nella stessa “Eurozona asimmetrica” che descrive lei. La differenza allora è nella Troika o nella condotta del paese sottoposto al programma? Risponde per primo Honohan, quasi a schermirsi: “La nostra posizione era diversa da quella ellenica, quella irlandese infatti era un’economia più produttiva e integrata con i mercati globali”. Il che depone a favore dei governi irlandesi che furono, ma dice un po’ meno delle presunte colpe europee. Varoufakis prima di replicare scherza, contrappone le sue due mani chiuse a pugno e dice al banchiere centrale irlandese: “Allora, ci vorrebbero in contrapposizione fra di noi!”. Poi però è costretto a prendere le distanze da Honohan: “Da banchiere centrale responsabile di questi anni di negoziati, capisco che lei voglia vedere il bicchiere mezzo pieno. Da ministro delle Finanze greco devo dire invece che il bicchiere è semplicemente rotto. La verità è che noi siamo stati i primi a entrare in un programma della Troika e quindi quelli che hanno sperimentato un’austerità massiccia. Ecco perché stiamo soffrendo di più”.

 

[**Video_box_2**]Varoufakis, a suo agio quando maneggia concetti di macroeconomia, non perde occasione per rivendicare pure la sua investitura politica. Quando spiega che “la medicina della Troika non era semplicemente amara, era tossica”, quando propone riforme che ci avvicinerebbero agli “Stati Uniti d’Europa” lasciando “i Trattati invariati” come l’acquisto di bond della Banca europea per gli investimenti (Bei) da parte della Banca centrale europea (Bce), e quando alla fine torna a criticare pure la Bce: “L’Eurozona vive il paradosso dell’indipendenza della Bce. Il tentativo di metterla al riparo da tutto e tutti l’ha resa, di fatto, molto politicizzata nel momento in cui prende le decisioni”. Un riferimento alle lettere (con annessa lista di riforme) inviate dall’Eurotower ad alcuni governi nel corso della crisi, oltre che al ruolo della Banca centrale nelle trattative con Atene. Parole critiche, nelle stesse ore in cui – fuori dalle stanze del seminario di Soros & co. intitolato “Liberté, égalité, fragilité” – la Bce concedeva altri 1,2 miliardi di euro di liquidità d’emergenza (Ela) alle banche elleniche. E mentre la politica di Quantitative easing ideata da Mario Draghi spingeva ai nuovi massimi le Borse europee.