Sulle ali dell'euro

Marco Valerio Lo Prete
Un euro più debole – sulla scorta dei massicci acquisti di titoli di stato da parte della Banca centrale europea – riduce i prezzi delle esportazioni europee, le rende più convenienti, e di per sé questo accresce la competitività del Vecchio continente.

Roma. Un euro più debole – sulla scorta dei massicci acquisti di titoli di stato da parte della Banca centrale europea – riduce i prezzi delle esportazioni europee, le rende più convenienti, e di per sé questo accresce la competitività del Vecchio continente. Un euro più forte funziona al contrario, azzoppando l’Eurozona. “Questo è quello che sento dire dagli esponenti politici europei. Tuttavia è errato, perché errata è la teoria dei tassi di cambi fluttuanti”, dice al Foglio Paul Donovan, economista che guida il team di ricerca macroeconomica globale del colosso bancario Ubs. Donovan non nega che una svalutazione dell’euro rispetto al dollaro sia figlia del Quantitative easing della Bce, né che possa avere effetti positivi sulla ripresa. Però mette in guardia da eccessi di ottimismo e semplicismo: “C’è l’esempio di quanto accaduto in America – dice – Da tre anni il dollaro si rafforza rispetto allo yen giapponese e da un anno rispetto all’euro. In base alla teoria dei cambi fluttuanti, gli esportatori americani avrebbero dovuto perdere terreno. Ma in Giappone la quota di mercato dell’export americano è cresciuta dal 20 per cento a quasi il 30. In Europa dal 25 al 32 per cento”.

 

Il caso giapponese sembra confermare a contrario la stessa tesi di Donovan: nonostante un significativo indebolimento dello yen rispetto al dollaro negli ultimi tre anni, gli esportatori di Tokyo hanno perso colpi sul mercato americano. L’economista di Ubs sostiene che la teoria dei cambi fluttuanti era valida fino agli anni 70 e all’inizio degli anni 80. Allora il commercio globale valeva quanto il 5 per cento del pil globale. “Oggi invece, con la globalizzazione che ha preso piede, il commercio globale conta quanto il 25 per cento del pil planetario. Inoltre anche le catene di valore sono diventate globali, indebolendo gli effetti dei cambiamenti del tasso di cambio”. Se la catena di produzione dell’iPhone si snoda su vari continenti – dal design americano all’assemblaggio in Cina – allora la variazione del tasso di cambio di una sola moneta influirà infinitamente meno sulla convenienza del prodotto. Così succede pure per prodotti meno glamour.      

 

I politici però, secondo l’economista della banca svizzera, continuano ad alimentare “una grande semplificazione – dice Donovan – Moneta forte, male per le esportazioni e per il paese. Moneta debole, bene per le esportazioni e per il paese”. Essenzialmente lo fanno per due ragioni: “Primo, perché è conveniente per i politici attribuire ogni problema all’andamento della propria valuta, escludendo così questioni di loro più diretta competenza, per esempio le riforme che accrescono la competitività. Secondo, perché la classe politica attuale ha studiato economia una trentina d’anni fa, quando la teoria dei cambi fluttuanti era ancora moneta corrente nelle università”.  

 

[**Video_box_2**]In che senso allora l’euro debole favorisce le industrie esportatrici? “Le società internazionali fissano i loro prezzi in base alle condizioni dei mercati locali. Con l’eccezione delle materie prime, universalmente prezzate in dollari e per cui le fluttuazioni del cambio hanno dunque effetto. Le società esportatrici europee dunque mantengono essenzialmente costanti i loro prezzi espressi in valuta straniera, rispetto alla concorrenza locale, per esempio quella americana. L’euro più debole accresce così i margini di profitto degli esportatori europei”, dice Donovan. Che infatti, con il suo team, già rileva un aumento degli utili delle società europee, a fronte di quote di mercato stabili. “Tutto ciò è positivo per le società esportatrici. Ma dove finiscono questi maggiori utili? Se rafforzano investimenti e salari, tutta l’economia reale ne beneficerà. Se invece i maggiori margini di profitto dei gruppi europei saranno utilizzati come forma di finanziamento alternativa al credito bancario per clienti e fornitori, l’effetto positivo sarà minimo. Finché il Qe di Draghi non rafforzerà le banche del continente, spingendole a elargire più credito, il secondo scenario è più probabile. Per realizzare il primo scenario, ci vorrà tempo”, conclude Donovan.

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