Foto LaPresse

Tavecchio si è dimesso. Ora siamo pronti alla rivoluzione?

Giovanni Battistuzzi

Dopo giorni di accerchiamento, di inviti a farsi da parte ecco le dimissioni del numero uno della Federazione italiana giuoco calcio. Il caso tedesco, quello francese e il costo dei cambiamenti

Dopo giorni di accerchiamento, di inviti a farsi da parte, il presidente della Federazione italiana giuoco calcio Carlo Tavecchio si è dimesso. E così dopo il ct Gian Piero Ventura, saluta anche quello che da tutti era considerato il grande colpevole della disfatta con la Svezia e della mancata qualificazione al Mondiale di Russia 2018.

 

Ora ci si aspetta una rifondazione, un cambiamento, il “nuovo corso” tanto annunciato del calcio italiano. Ci si augura di seguire il modello tedesco, si parla del modello francese, si sbandierano rivoluzioni e mutamenti radicali per riportare l'Italia dove deve stare, tra le prime nazionali al mondo.

 

Di buone intenzioni ce ne sono molte, il problema però è che per metterle in pratica ci vogliono i progetti e per realizzarli i soldi. Serve la disponibilità del governo a investire nel calcio, nella riforma del settore e, anche, della scuola. Il cosiddetto modello tedesco tanto applaudito da tutto il mondo pallonaro italiano, è stato approvato nel 2000, dopo l'imbarazzante Campionato europeo di quell'anno – con la Germania fuori subito ai gironi, un solo punto, cinque gol subiti e uno solo segnato –, e prevedeva una rifondazione completa dell'industria calcio tedesca. In sintesi: obbligo esteso a tutte le squadre della Bundesliga e della seconda divisione di organizzare accademie giovanili, un network di coordinamento federale tra queste per permettere il monitoraggio dei migliori prospetti, creazione di centri di sviluppo talenti federali (ora sono in tutto 366 ai quali tutte le squadre devono concedere i giocatori più promettenti per un paio di allenamenti supplementari a settimana), creazione di un campionato tra le formazioni giovanili di tutte le squadre della prima serie tedesca, sovvenzioni statale per realizzare tutto questo. Non basta. Il governo Schroeder riformò anche la scuola, aumentò le ore di educazione fisica, aumentò i fondi per la costruzione di impianti scolastici adeguati all'attività fisica degli studenti, creò i presupposti per attività sportive collaterali. In più creò 35 elite-schulen, istituti specializzati a preparare un piano di studi che tenga conto degli impegni calcistici.

 

Dal 2001 alla fine del 2016, la Federazione tedesca ha speso circa 300 milioni per i giovani, un miliardo ce lo hanno messo i club, altrettanto, tra miglioramenti alle infrastrutture scolastiche e detassazioni alle squadre, lo stato.

 

Siamo pronti a tutto questo?

 

Oppure siamo pronti a cambiare come accaduto in Francia per sistemare la Nazionale dopo il momento magico degli anni Ottanta e la profonda crisi di inizio anni Novanta? Lì nel 1987 inaugurarono il Centro tecnico federale di Clairefontaine, un'accademia giovanile che radunava tutti i migliori giocatori della zona di Parigi, li strappava ai club con un piccolo assegno di ringraziamento e li educava al calcio per due anni. Da lì uscirono Henry, Gallas, Anelka e altre dozzine di giocatori che hanno vestito la maglia della nazionale. Ne nacquero altri in tutta la Francia per un investimento di circa 30 milioni di euro negli ultimi 13 anni, da parte della Federazione e di quasi 600 milioni da parte dello stato.

 

Il punto è che per ora non lo siamo stati e Tavecchio, in questi anni, è servito anche a questo: era il perfetto capro espiatorio per non ammettere le colpe di un sistema, per cercare di fare come è sempre stato fatto, ossia sperare che il talento e il genio italico potessero sopperire alla certezza che un nuovo sistema calcio sarebbe costato caro. Tavecchio è stato un politico abile: ha fatto di tutto per non bruciarsi e non bruciare chi lo aveva sostenuto. Ha cercato di tamponare le indubbie lacune del movimento, il sistema sfilacciato dei settori giovanili, l'eccessivo numero di squadre professionistiche e la mancanza, molto spesso, di stadi e centri di allenamento adeguati. Ha soprattutto evitato di tirare in ballo riforme radicali. E così ha scelto Antonio Conte, ossia il meglio che la piazza offriva, un tecnico che ha coperto lo stato comatoso del calcio italiano. E poi ha puntato su Ventura, l'uomo migliore, anche secondo Marcello Lippi, per esaltare il gruppo, in assenza di fenomeni in campo.

 

E' andata finire con l'Italia fuori dai Mondiali e Ventura e Tavecchio a casa. Rimane la domanda: siamo davvero pronti alla rivoluzione?