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Gli stati generali di Mario Draghi (in un solo giorno)
Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
di
10 FEB 21
Ultimo aggiornamento: 04:44 PM

(foto LaPresse)
Ora tutti a dire che è stato il nord produttivo a spingere Matteo Salvini sulla strada del sì a Mario Draghi, dell’europeismo, di un ritrovato moderatismo anche su altri temi. A cena potreste parlarne, ma con qualche intento problematico. Perché queste ricostruzioni fatte un po’ pigramente e un po’ troppo schematicamente vanno sempre contrastate. Intanto la definizione. Di cosa ci parlano i conoscitori dei desideri politici del nord produttivo e come ottengono le loro informazioni? Non è facile che diano una risposta univoca e dettagliata. Sembra invece che si regolino su impressioni personali e su qualche dialogo a tu per tu con uno o l’altro imprenditore di riferimento. Allora, le associazioni imprenditoriali non hanno mai espresso simultaneamente l’appoggio alla Lega e quello all’europeismo. Per essere più chiari, né Confindustria né Confcommercio, e fermiamoci qui, hanno preso partito o hanno dato a Salvini un posto speciale e prevalente tra gli interlocutori politici. Mentre la loro voce si è sentita per sostenere, senza specifica coloritura politica, le politiche europee per il Recovery fund e le scelte della Bce con cui si è puntellato l’euro nei momenti più duri e con cui si è dato respiro ai debiti pubblici nazionali successivamente alla crisi del 2011 e tuttora. Poi c’è da circoscrivere e, parola oggi di moda, trovare il perimetro, anzi i perimetri. Perché il nord produttivo è fatto di tante realtà. Il nuovo triangolo industriale tra Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna non è così salviniano, almeno stando ai dati elettorali. È leghista sì in Veneto, ma lì chi dice Lega dice Zaia. A Brescia e a Bergamo ci sono sindaci del Pd, come a Milano. In Emilia-Romagna Salvini si è esposto nelle elezioni regionali, ha battuto la regione casa per casa e citofono per citofono, e poi ha perso. E gli imprenditori non si sono certo schierati con lui, mostrando invece che, come in altre regioni, l’elettorato leghista sia molto trasversale e sia mosso più da paure (come per il fortissimo tema del contrasto all’immigrazione) che da aspirazioni di crescita o dal desiderio di concorrere alla vita collettiva. Né, va detto, in alcuna elezione della storia italiana hanno pesato le preferenze delle associazioni industriali, se non attraverso tentativi, anche un po’ goffi, di influenzare il dibattito comprando giornali o editandone. Allora non si capisce perché chi non ha appoggiato apertamente Salvini né gli ha portato voti (perché non ne ha) ora dovrebbe e potrebbe pretendere un cambio di linea così pesante.
Le tre "cose" principali
Fatto #1
Fatto #2
Fatto #3