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Il governo appeso a Siri e le zucchine della Meloni

Idee e spunti per sapere quello che succede nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi

3 Maggio 2019 alle 18:11

Il governo appeso a Siri e le zucchine della Meloni

Giorgia Meloni (foto LaPresse)

Le proteste danno fastidio a tutti, e si potrebbe anche dire che siano toccate a tutti i leader politici. Contro Salvini forse hanno assunto un tono più marcato, da tempo, e certamente non mancano anche ragioni specifiche per gridare slogan contro un ministro che sta sovvertendo le regole della convivenza politica e che da parte sua risponde ad aggressività con altra aggressività, come ha fatto oggi con la definizione di "quattro zecche" rivolta a chi manifestava. Purtroppo l'inquinamento del dialogo politico e civile che segue alla politica salviniana danneggerà le vite di tutti.

 

Questa cosa suona molto male e non siamo di fronte a una di quelle classifiche fatte con criteri molto discutibili, qui a criticare l'Italia è un'istituzione che ci conosce molto bene e che descrive una realtà contraria ai principi della democrazia liberale. Partiamo proprio da qui, senza paura per la retorica, e a cena parlatene.

 

 

Allora, mettiamoci retoricamente nel punto di osservazione del classico nuovo arrivato, di buon cuore e di buon senso, disposto ad ascoltare e a imparare ma non privo di una sua conoscenza di base delle regole di un buon governo. Costui, e tutti i suoi pari, darebbe, restando nei suo giudizio astratto e non schierato, un valore molto vicino allo zero all'importanza per un governo di potersi continuare ad avvalere del contributo del sottosegretario Armando Siri. Il nostro osservatore si chiederebbe anzi perché uno con quel curriculum e quel passato giudiziario sia considerato tanto utile al governo di un grande paese industriale. Tutto questo il nostro amico lo direbbe senza valutare in alcun modo la questione del garantismo e quella dell'uso politico delle indagini preliminari, questioni serissime ma che gli sembrerebbero poste al momento sbagliato. Perché, appunto, la domanda cui l'osservatore non saprebbe rispondere è quella che riguarda le ragioni del successo di Siri, della sua affermazione come inventore (non è vero, ovviamente) della flat tax, e dei suoi successivi incarichi di governo. Va bene, fin qui l'artificio retorico, ma qualcosa su questo tono deve essere balenato anche nella testa di Matteo Salvini che, gradualmente ma con un percepibile cambio di orientamento, ha cominciato a rinunciare alla difesa eroica e non negoziabile del suo sottosegretario. Lo fa nel modo che dà meno soddisfazione all'intransigenza (ovviamente posticcia come tutto ciò che li riguarda) dei  5 stelle. E lo fa quindi lasciando piano piano che la questione Siri diventi per la Lega motivo di fastidio ma non di guerra. Capitalizzando quindi, si direbbe, un bonus nei confronti degli alleati di governo e del prof. avv., ma senza avere fretta di incassare. Sintesi finale: il governo non cade. Almeno per ora, visto che, nel tardo pomeriggio, Salvini affida a fonti della Lega il compito di fare sapere che Siri non si dimetterà e che il partito non ha intenzione di mollarlo. Vedremo.

 

E se ci si chiede come sia successo che Siri sia stato nominato sottosegretario, altrettanto, ma ancor più retroattivamente, ci si chiede come sia successo che Giorgia Meloni abbia fatto il ministro. Lasciamo la domanda (oggetto di un tormentone di Christian Rocca) in sospeso.

 

 

E infatti lo avrete letto che Meloni, col solito tono da spiritello arrabbiato se l'era presa con l'Europa che vuole regolare la dimensione delle zucchine che i "suoi pescatori", appunto, pescano. Il lapsus nasce da un cortocircuito e da un errore. Perché nella testa di Meloni girava evidentemente il ricordo di interventi dell'Ue sulla dimensione degli ortaggi e su quella delle vongole. Da qui il cortocircuito che porta le zucchine a fare un salto evolutivo diventando pesci. Ma c'è anche l'errore, perché la convinzione meloniana sull'eccessivo interventismo europeo nasce da una vecchia storia talmente ripetuta da essere creduta da tutti, con cui si dice che è stata la Commissione europea a perseguire la pesca delle vongole troppo piccole, per fare un dispetto all'Italia. E quindi siamo costretti a ripubblicare una annosa precisazione in cui si spiega che la famigerata legge sulle vongole è italiana (ITALIANA! come direbbe Meloni) e nientemeno del 1968 (ecco, qui potrebbero però riaprire la polemica anti sessantottina) e che l'Europa l'ha gentilmente ripresa e applicata, e che, tra l'altro, è anche una norma sensata, visto che limiti minimi esistono per quasi tutte le specie ittiche soggette a pesca professionale.

 

Via via aumentano le probabilità che il decreto sicurezza di Salvini venga se non cancellato fortemente limitato per ragioni di costituzionalità. Sono singoli magistrati a sollevare le questioni relative alla compatibilità con alcune discriminazioni tra persone e la carta costituzionale, e il ministro dell'Interno interviene con il solito schema del "si faccia eleggere" se vuole prendere posizioni politiche e con un tono che, da alcuni, è stato interpretato come possibile pressione sulla magistratura. Si attendono prese di posizione dei costituzionalisti di solito molto pronti all'intervento.

  

  

La Brexit ha strarotto le scatole, i britannici, che non sanno come liberarsi di quella scivolata nel cretinismo indotto dalla propaganda anti europea (la stessa che muove i Salvini e i Di Maio e le Meloni), usano qualunque occasione minimamente formalizzata per dire che dell'uscita dall'Unione non ne possono più. Vanno bene anche le elezioni locali, quelle che che qui chiameremmo subito test nazionale e proiettano una ineditissima sfida tra liberaldemocratici e verdi (entrambi filo euroopeisti).

  

 

Tenete d'occhio il movimento ambientalista inglese.

 

 

Il lavoro negli Stati Uniti va meglio del previsto.

 

  

E intanto, mentre qui si fatica a completare il direttorio di Banca d'Italia, un problema simile sta colpendo l'Amministrazione Trump, e ha qualcosa a che fare anche con il dato precedente, quello sul lavoro, perché Trump da tempo spinge per il mantenimento di una politica monetaria accomodante, ma proprio il buon andamento del mercato del lavoro potrebbe essere una ragione molto forte a favore della strategia avviata dalla Fed per cominciare a stringere sui tassi di interesse. Il Foglio ci aveva messo in guardia e si torna sull'argomento.

 

 

E attenti poi perché l'infrastruttura dei mercati finanziari è ancora molto suscettibile a choc per banali errori.

 

 

Restando in Norvegia e sulla costa c'è la spia russa passata coi servizi norvegesi.

 

 

L'Europa sulla Luna.

 

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