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Le sportellate tra Italia e Francia e il summit di Davos

Idee e spunti per sapere quello che succede nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi

23 Gennaio 2019 alle 18:29

Le sportellate tra Italia e Francia e il summit di Davos

Giuseppe Conte a Davos (foto LaPresse)

A che punto è la guerra con la Francia? L'Italia si ammanta di ridicolo riaprendo questioni che datano alla Seconda Guerra mondiale e agli equilibri che da lì vennero determinati e chiede, mandatario è il prof. avv. del popolo, che il seggio francese al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite vada invece all'Unione europea. Allora, tutto potrebbe avere un senso, anche una proposta come questa. Ma più che ciò che si chiede, in questo tipo di processi decisionali multilaterali, conta come si arriva alla decisione e alle pre-decisioni. Per essere più chiari: un paese che sta sulla scena mondiale con atteggiamenti impettiti, autarchici, opportunistici in modo dichiarato, offensivi, aggressivi e vittimistici insieme, non solo non ottiene risultati ma si taglia fuori dalla stessa possibilità di proporre cambiamenti e nuovi approcci politici. Sì, può essere che il prof. avv. sia stato incaricato di alzare il polverone Onu per consentire poi di riannodare altri fili con la Francia, più rilevanti e con più implicazioni pratiche. Oppure sta bilanciando a modo suo gli eccessi dei due vice. Anche perché la giustificazione data dal bravo ministro Moavero, a leggerla bene, è peggiorativa. Dice che insulti ai confinanti e invenzioni storiche sono sparate elettorali. Ma si tratta, caro ministro, delle elezioni europee, quelle in cui i due vice vorrebbero dare un colpo all'Europa com'è e com'è stata. Non si tratta di competere ma di affrontarsi per cercare la maggioranza con i nemici dell'attuale presidenza francese. Una doppia provocazione. E infine il seggio dato all'Unione europea anziché alla Francia è una meravigliosa sublimazione nell'europeismo di tutte le assurdità anti-europee dette finora. E perciò suona falsa e scorretta.

 

 

Intanto c'è anche un fronte più a nord-est, quello con la Germania. Sì, è vero che la missione Sophia era destinata a conclusione naturale entro un paio di mesi. Ma nulla impediva di rinegoziarla e proseguirla. Invece ancora una volta è l'Italia anti-tutti a restare isolata e il ministro con l'uniforme risponde da duro ma non sa neanche più lui perché lo fa. Come per il Cara di Castelnuovo di Porto, vicino a Roma. Le conseguenze pratiche delle scelte truci si vedono, si sentono, fanno rivoltare le coscienze. 

 

Due chiacchiere su Davos? Si può ma rinunciate all'idea di mettere ordine in quella accozzaglia di ospitate, discorsi, dibattiti. Prendetelo com'è, cioè come il Sanremo dei capi di stato e dei ministri e di altri personaggi di rilievo. Temi forse di qualche rilievo? Il cambio di politica monetaria americana e poi mondiale oppure le aspettative di crescita in Cina, il destino del commercio internazionale oppure le politiche sulle migrazioni. Fuffa a volontà e qualche perla. Cercate in pace, ma sempre attenti ai semplificatori (quest'anno tocca a Bono, U2) e a confusionari (la solita Oxfam, che ha già colpito, e già è stata infilzata da un puntuale e puntuto Stagnaro oggi sul Foglio).

 

 

Il rompicapo Cgil, il sindacato che faceva della serietà e sobrietà dei suoi leader una bandiera si affida a Maurizio Landini. Cioè al talk show, tendenza Gabbia tra l'altro, senza neppure il rigore di una Lineanotte. Lo sconfitto di Melfi e di tutto il confronto con Marchionne. Chissà, ora potrebbe provare a colpire sullo stesso terreno. E in uno scenario competitivo per gli investimenti delle multinazionali giocare un ruolo a favore dell'allontanamento dall'Italia. Per il governo è un amico di quelli da cui guardarsi, perché una piattaforma sindacale landiniana potrebbe comportare richieste concorrenti con quelle gialloverdi. Non uguali, appunto, ma concorrenti, quindi più subdole perché spesso inserite nello stesso terreno e nello stesso campo di valori del confuso anelito sociale/paternalista/dirigista che caratterizza questo governo. Vedremo. E vedremo anche che succederà in una Cgil comunque, al di là delle convergenze tattiche, non unita sul programma landiniano.

 

A proposito, ecco come la maggioranza pentalega, già ambigua di suo sulla questione vaccinale, viene messa, landinianamente, in difficoltà da chi è ancora più anti-vaccinale e, con le solite connessioni non confessabili, ottiene spazi pubblici di intervento nelle sedi istituzionali.

 

Appunto, le creature del pentaleghismo quando cominciano a camminare con le loro gambe poi diventano più complicate da gestire rispetto alla fase puramente dialettica, al talk. Vale anche per il maggiore Frankenstein di questa legislatura: il provvedimento rabberciato su pensioni e assistenza per poveri e disoccupati. Prende vita, comincia a produrre effetti, e se ne vede (se ne vedrà sempre di più) la mostruosità. Attenzione: il problema sono le iniquità che contiene e non le difficoltà burocratiche. Tenetevi pronti e protestate coi programmi tv o i giornali che in futuro dovessero buttarla in caciara burocratica o indicare nemici di fantasia nei ranghi dei ministeri economici. I casi di arbitrato tra convenienza e non convenienza si moltiplicheranno, e le ingiustizie, e il sovraccarico di debito messo sulle spalle dei lavoratori più giovani.

  

Sempre va data una guardatina alla situazione dei cassonetti romani, il termometro dell'inefficienza capitolina.

 

 

Non scherziamo, giù le mani dal BigMac.

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