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I guai di Theresa May per la Brexit e il decreto Genova. Di cosa parlare a cena

Idee e spunti per sapere cosa succede nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi

15 Novembre 2018 alle 18:22

I guai di Theresa May per la Brexit e il decreto Genova. Di cosa parlare a cena

Danilo Toninelli esulta per l'approvazione del decreto Genova in Senato (foto LaPresse)

Arriva la richiesta di sfiducia per Theresa May, che, col suo deal, ha scontentato i sostenitori di tutte le varianti di Brexit possibili, mentre ministri chiave lasciano il Gabinetto. Ma, povera May, che doveva fare? E' stata messa in una strada senza uscita dopo che le è stata affidata la gestione di una missione non realizzabile. Lo abbiamo scritto più volte, anche nel giornale su cui questa newsletter da aperitivo si appoggia: la campagna per la Brexit e il referendum che ne è scaturito sono stati forse la maggiore prova di irrazionalità volontaristica degli ultimi anni. Incredibile che sia successo nel paese del buon senso e nel paese che ha sempre messo al centro della sua azione una strategia di lungo periodo per avere rapporti stabili e non conflittuali con l'Europa continentale. Invece è arrivato il colpo di follia, una cosa da regimi improvvisati e non degna della storia del parlamentarismo britannico. Farsi infilzare da un referendum, impiccarsi da soli a un sì o a un no per gestire il rapporto complesso e pieno di sfumature con l'Unione europea. E poi, quando la mattana della Brexit ha contagiato l'opinione pubblica, trovarsi ancora più impiccati: il governo libero più antico del mondo trasformato in esecutore di una volontà espressa una tantum ed espressa senza responsabilità (è un po' il paradosso del popolo referendario: comanda ma non è responsabile) e senza visione. Ora da quel voto potrebbe derivare la caduta del governo della pur volenterosa May, mentre i nordirlandesi hanno ripreso a guardarsi male tra di loro e con il resto dei sudditi del Regno Unito, gli scozzesi sono arrabbiati con gli inglesi, i gallesi si sentono traditi, la City ce l'ha col resto del paese. Tutti sono arrabbiati, tutti si sentono in un cul de sac. E in Parlamento si voterà sula sfiducia promossa dai brexiters più duri. Mentre l'Europa guarda al Regno Unito come una nave di mattoidi alla deriva. E perché tutto questo? Per ridere, si direbbe, per un gesto dannunziano commesso proprio nella perfida Albione, per levarsi la soddisfazione di dire che i politici, i burocrati di Bruxelles, erano stati schiaffeggiati a dovere, per un "me ne frego". Se ne parlerà a lungo, non solo a cena.

 

  

E in tutta questa turbolenza ecco che invece i britannici si allineano alle scelte di alcune nazioni europee, ma non applicate in Champions League, in tema di rigori da assegnare e gol da convalidare.

  

Qui invece c'è il decreto per Genova, sostenuto in aula da un pugnace Toninelli. Le speranze dei genovesi sono invece riposte nell'azione del commissario Bucci, che sembra ben determinato e ottimista, si definisce campione mondiale di bicchiere mezzo pieno e guarda alla scadenza di dicembre per avviare le gare e a quella di aprile per le assegnazioni dei lavori. Per il governo sembra sia stato un colpo di fortuna aver trovato un sindaco così abituato a gestire processi manageriali e averlo nominato commissario. Dei gesti da curva di Toninelli non parliamone a cena, sono pugnette.

 

La disfida dei termovalorizzatori, ovvero chi tenta, magari a fatica, di prendersi qualche responsabilità e affrontare la gestione dei rifiuti in modo realistico, e chi spara idiozie irrealizzabili e irresponsabili. A sorpresa sul lato dei responsabili c'è Matteo Salvini, sull'altro invece troviamo una conferma, i grillini (sostanzialmente i 5 stelle sono il partito anti-termovalorizzatori, seguaci dell'utopia dei rifiuti zero), rappresentati dal nervoso Luigi Di Maio e dal borioso ministro Sergio Costa.

 

C'è la manovra, attorno alla quale cresce l'ostilità europea. Ma oggi è stata più visibile la perplessità italiana, per la precisione veneta, quindi nel pieno della rivolta del nord che dovrebbe impensierire la Lega di Salvini (e infatti di leghisti all'incontro della fondazione nord-est non ce n'erano).

 

In Francia si prepara la grande protesta contro gli aumenti dei carburanti, specialmente del gasolio, il cui uso è diffuso in modo maggioritario. Il paese verrà bloccato, durante il fine settimana, nei suoi punti strategici di traffico interno. Emmanuel Macron si è incastrato da solo in questo casino, prontamente cavalcato da suoi rivali di destra, per fare onore al suo ambientalismo attraverso i disincentivi ai motori Diesel. E' un guaio per il presidente e gli sta costando molto in termini di popolarità. E pensare che il motore Diesel di nuova generazione è più efficiente delle altre motorizzazioni anche in termini di emissioni. E poi i disincentivi fiscali, quindi in sostanza il rialzo dei prezzi, non sono mai uno strumento efficiente e non lo sono specialmente se vanno a colpire un'esigenza primaria come la mobilità e i conti di tante piccole attività imprenditoriali e di tante famiglie. Meglio gli incentivi con cui lo stato favorisce la modernizzazione ad esempio del parco macchine, meglio le nostre vecchie rottamazioni insomma di questa crociata.

 

 

Si sta arrabbiando anche il sempre diplomatico, campione dell'uso di mondo, Giovanni Malagò. Ma ormai sta consolidandosi quella che è sempre più una campagna targata Lega, con l'obiettivo di dare a una nuova struttura, dal nome anche un po' iettatorio di Sport e Salute, il controllo dei fondi con cui ora il Coni gestisce le sue attività. E' un colpo di mano, denunciato anche dall'opposizione.

  

A cena si parla anche di diete e quindi di chili, ripescate per l'occasione il documentato pezzo del Foglio sulla iniziativa per determinare, con la massima accuratezza, cos'è esattamente un chilo.

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