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Storia dell’uomo che ammazzò Donna Summer e fece brillare Joni Mitchell

Per la serie: catalogo ragionato di icone gay dimenticate. David Geffen, produttore discografico e cinematografico, magnate e filantropo

25 Ottobre 2018 alle 06:00

Storia dell’uomo che ammazzò Donna Summer e fece brillare Joni Mitchell

David Geffen (foto LaPresse)

Più volte nel corso di questa rubrica ho cercato di istruire gli omosessuali più giovani e ignari su quelli che sono i pilastri della storia, della cultura e dell’iconografia gay. Mi piace raccontare alcuni aspetti delle vite di figure centrali della froceria internazionale, da Richard Hawkins a Christopher Gibbs, dal mio adorato Kenneth Anger al fashion designer Halston, dal performer Leigh Bowery ai registi Derek Jarman e Jack Smith, senza dimenticare, naturalmente, l’eyeliner di Silvana Mangano.

 

Lo so, a furia di ripetere a martello gli stessi nomi mi prenderete per un’anziana che ha pompato la sua arteriosclerosi con troppa cocaina e Dom Pérignon, ma sono pronto a correre il rischio. E se recitare questo elenco sempre uguale mi farà sentire una Liza Minnelli rincoglionita, persa per sempre in un infinito mantra circolare, tanto meglio: in fin dei conti, sarebbe un bel miglioramento e un notevole boost alla mia autostima.

 

Oggi, però, voglio uscire un attimo (ma neanche di troppo) dai campi dell’arte e della moda per parlare di un gay raramente celebrato. Un uomo potente, spaventosamente ricco, che nella sua decennale carriera ha portato al successo alcune delle più grandi voci femminili della storia della musica.

 

Non è un caso che la comunità gay non ami ricordare il nome di David Geffen, produttore discografico e cinematografico, magnate e filantropo, superpotenza mediatica e proprietario del Rising Sun, uno tra gli yacht più grandi e costosi al mondo, sogno proibito di tutti quei mostri turbocapitalisti che hanno la forza fisica e psicologica per lanciarsi in spericolate arrampicate sociali. Geffen, infatti, ha per molti anni tenuto nascoste le sue preferenze sessuali, voltando di fatto le spalle alle battaglie sostenute da Act Up, organizzazione internazionale che dal marzo del 1987 diede vita a una campagna antidiscriminatoria di sensibilizzazione sull’Aids. In quegli anni di fuoco, Geffen era troppo occupato dalla gestione del suo impero economico per accorgersi che tanti omosessuali (tra i quali, molti suoi amici, conoscenti e collaboratori) morivano come mosche nell’indifferenza generale. Il suo coming out, piuttosto tardivo, arrivò nel 1992, quando aveva ben quarantanove anni e una carriera sfolgorante.

  

Il Rising Sun (138 metri) lo yacht di proprietà del magnate David Geffen, vale 6,9 miliardi di dollari


  

Confesso che io stesso ho sempre avuto sentimenti contrastanti su di lui. Una persona con il suo potere avrebbe potuto fare molto di più, politicamente ed economicamente, per accelerare il progresso culturale e sociale del suo paese. Ma se nel 1987 il democrat americano Geffen ignorava gli sforzi di Act Up, c’è da dire che dalle nostre parti le cose non andavano tanto meglio: nello stesso anno, lo sforzo più avanguardista del Pci fu far eleggere alla Camera dei deputati Gino Paoli. Ma i suoi orrori politici non sono sufficienti, almeno ai miei occhi, a cancellare l’eredità musicale di Geffen: i nomi degli artisti e (soprattutto) delle artiste da lui lanciati costituiscono quello che personalmente considero il gotha della froceria a 33 giri.

  

Co-fondatore dell’etichetta Asylum (così chiamata proprio perché la sua missione era dare asilo a voci di difficile collocazione) e poi della Geffen Records, David fu manager e produttore di personalità di prim’ordine come Laura Nyro, cantautrice e pianista dalla vita molto travagliata, un radioso esempio di totale disinteresse nei confronti dello showbiz: nel 1971, a soli ventiquattro anni, dopo aver inciso ben quattro dischi epocali, si innamorò di un veterano del Vietnam, il falegname David Bianchini, e sparì dalla circolazione per ben quattro anni, portando la definizione di “battersene il cazzo” a nuovi inesplorati livelli. La storia tra i due, purtroppo, non ebbe il lieto fine che si sarebbe meritata. Nyro, infatti, lo piantò in asso per passare alla Columbia, rimangiandosi il contratto appena concordato con la neonata Asylum, una mossa che Geffen considera il più grande e doloroso tradimento subito nella sua vita.

 

 

Tutti gli omosessuali che si rispettino dovrebbero conoscere a memoria l’elenco delle donne che David ha portato al successo. E Laura Nyro non è che una delle sue fuoriclasse. Pensiamo per esempio a un’altra gemma, più sfortunata ma ormai rivalutata da un decennio, come la cantautrice lesbica cristiana Judee Sill, la prima artista messa sotto contratto dalla Asylum (morta di overdose a trentacinque anni), capace di fondere la sua anima country a complesse tessiture barocche che ancora oggi fanno scuola nel pop più sofisticato. O a Buffy Sainte-Marie, cantautrice folk nativa americana e attivista politica, tra le prime a mettere in musica, con la sua canzone Cod’ine, il tema della dipendenza da oppiacei. Il suo impegno politico fu d’ispirazione a molte altre artiste che avrebbero seguito la sua strada.

 

 

Per non parlare della regina di noi frocie irredente, Donna Summer, che insieme a John Lennon fu forse tra i più grandi flop della luminosa carriera di Geffen. David, infatti, la mise sotto contratto con la sua Geffen Records quando l’artista aveva deciso di tagliare i ponti con il genere disco. Il risultato fu l’orrendo album del 1980, The Wanderer, un’opera responsabile per aver spezzato uno degli incantesimi più belli della storia della musica.

 

 

Ma il legame artistico più significativo per Geffen fu quello stretto con Joni Mitchell (e mi auguro che almeno lei non abbia bisogno di presentazioni. Va bene essere omosessuali un po’ impreparati, ma se non conoscete a memoria Blue è meglio che vi diate alla sorca, vi sposiate in chiesa e mettiate su famiglia). David la sentì per la prima volta al Gaslight Café di New York nel 1966 e fu amore a prima vista. Pochi anni dopo, divenne suo agente, dando vita a un sodalizio che avrebbe prodotto alcuni dei dischi più belli della storia.

 

David credeva profondamente nel talento di Joni e, con una mossa molto azzardata, provò a inserirla nella line-up dello storico festival di Woodstock, ma quando capì che c’erano “400.000 persone sedute nel fango” ebbe paura che a fine concerto Joni non sarebbe riuscita a rientrare a Manhattan in tempo per apparire al Dick Cavett Show.

   

 

   

Saggiamente, David preferì mandare Joni in una comoda stanza d’albergo, in modo che lei potesse godersi lo spettacolo di Woodstock guardando i servizi alla tv. In fin dei conti, a una persona sensibile come Joni non serviva sporcarsi i piedi nella melma per capire cosa stava succedendo a un’intera generazione di giovani americani, come dimostra l’omonima canzone che dedicò a quello storico evento, un pezzo che ancora oggi resta tra le interpretazioni più lucide e struggenti dello spirito di quei giorni.

 

Il legame tra David e Joni andava molto al di là di una semplice collaborazione manager-talent. Joni, come molti altri, era a conoscenza dell’omosessualità di Geffen e proprio a lui, al suo segreto e alle sue giornate funestate dalle mille richieste dei suoi artisti, Joni Mitchell dedicò la canzone Free Man in Paris, contenuto nell’album Court And Spark, prodotto dalla Asylum.

  

In quel pezzo, Joni (senza nominarlo espressamente) raccontava come David rifiorisse durante i suoi soggiorni parigini. Niente cantanti che lo tormentavano al telefono, niente decisioni da prendere, niente carriere da sostenere e, soprattutto, niente occhi indiscreti da cui nascondersi.

 

Non è del resto il sogno di ogni persona sana di mente vivere perennemente come un turista straniero pieno di soldi?

 

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