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Addio amati vizi

Le cattive abitudini sono diventate mainstream e il mondo della moda è molto più noioso

4 Ottobre 2018 alle 06:14

Addio amati vizi

Il rapper Lil Xan

"Rendere chic il vizio è stato un errore tremendo da un punto di vista morale". Ad affermarlo non è stato Papa Francesco, ma Joni Mitchell, in un’intervista del 2008, dimostrando di avere a cuore il destino delle generazioni di ragazzi occidentali cresciuti all’ombra dei vizi delle celebrità senza mai averne uno che fosse realmente personale.

 

Quella che può sembrare un’osservazione un po’ bigotta, in realtà rivela agli occhi del lettore più attento degli elementi di incontrovertibile verità, soprattutto se pensiamo agli effetti che questa assimilazione del vizio (e, più in generale, dell’idea dell’artista maledetto) ha avuto sulle industrie dello spettacolo e della moda. Quello che un tempo era pubblicamente proibito e goduto in privato, oggi è sbandierato come selling point o trampolino di lancio per una sfavillante carriera. Le stesse gloriose cattive abitudini per cui un tempo ti menavano per strada, sono tristemente ridotte a esche pubblicitarie per un pubblico prepuberale.

 

La dimostrazione più evidente di questa deriva sono i rapper più giovani, che hanno svuotato di ogni senso il vizio facendone un’ostentazione gridata, ripetitiva e – in fin dei conti – mostruosamente noiosa. Prendiamo il caso di Lil Xan, rapper ventiduenne americano il cui entusiasmo (recentemente rinnegato) per lo Xanax ha abbandonato l’innocente freschezza della farmacomania per trasformarsi in un endorsement a una casa farmaceutica, con tanto di tatuaggio dedicato sulla fronte. Più che un artista maledetto, Lil Xan è la versione musicale di un’auto della Nascar. Un’auto che, stando alle sue ultime dichiarazioni, vorrebbe rivedere i termini della sua partnership col suo sponsor principale.

 

Di quanto fosse stupido e controproducente lo sfoggio del vizio se ne era accorto anche il punk statunitense Johnny Thunders che, negli anni Settanta, rideva dei suoi omologhi inglesi dai guardaroba troppo appariscenti. Quando questi poveri fessi dalle creste rosa sbarcavano a New York, infatti, finivano sempre schiantati di mazzate in qualche vicolo buio: se vuoi procurarti della droga senza ritrovarti in una pozza del tuo sangue, è meglio puntare su un look minimale. E le discrete mise del mio adorato Johnny sono l’esempio da seguire.

 

L’aver ridotto il vizio a un banalissimo gimmick commerciale ha avuto degli effetti disastrosi soprattutto sul mondo della moda. Non è certo un segreto il fatto che al giorno d’oggi il gotha del fashion non è più un club riservato a vecchie frocie contorte, ma una spa in cui a farla da padroni sono dei maschi etero che bevono estratti di zenzero e seguono delle rigorose diete proteiche: Virgil Abloh per Louis Vuitton, Pierpaolo Piccioli per Valentino o il mio adorato Christophe Lemaire con il suo marchio personale sono solo i primi tre esempi che mi saltano in mente, ma la lista potrebbe continuare a lungo. Sono loro a intuire e plasmare le innovazioni più affascinanti e a farsene interpreti. Per fortuna.

 

L’establishment della moda internazionale, infatti, ha ormai sfrattato i veri viziosi che l’hanno reso grande per far spazio a una politica fondata sulla creazione di simulacri di vizio, pupazzi senza storia che vengono ricoperti di accessori che richiamano l’idea del vizio senza mai metterla realmente in pratica. E’ una tendenza che lo stilista Claude Montana – con la sua solita preveggenza – aveva già annusato negli anni Ottanta, quando i maschi eterosessuali erano ancora rigorosamente banditi dal mondo del fashion. A suo parere, la moda avrebbe presto perso centralità e avrebbe ceduto il posto alla cultura dell’accessorio firmato. Niente più profonde riflessioni su tagli e tessuti, ma solo interminabili riunioni durante le quali decidere su quante insulse borsette e orridi cappellini è possibile stampare un marchio di prestigio, in modo da rendere l’eleganza (o, meglio, il suo riflesso sbiadito) accessibile a tutte le tasche.

 

Che un uomo difficile come Montana, omosessuale dichiarato ma sposato per pura convenienza con la sua musa e modella Wallis Franken (suicidatasi dopo tre anni di matrimonio), sia inviso all’establishment non è una sorpresa, ma questa sanitizzazione dell’immaginario collettivo va ben oltre. Il sistema, ormai, ha fatto piazza pulita anche delle dive farmacomani che hanno costruito il mito di Hollywood e quello di Broadway. Oggi il mondo non ha più spazio per stelle sfolgoranti come Liz Taylor, Liza Minnelli o sua madre Judy Garland: che un’attrice salti una settimana di riprese perché è rinchiusa a far bisboccia nella suite di un albergo a cinque stelle è semplicemente impensabile.

 

Anche le dee sono costrette a regimi alimentari e comportamentali che un tempo si pretendevano solo dagli atleti e dai carcerati e, per una Liz Taylor che cade nel dimenticatoio, c’è già una Gwyneth Paltrow pronta a prendere indegnamente il suo posto. Peccato che ai sontuosi cocktail di farmaci di Liz, la stitica Gwyneth possa controbattere solo con tanto yoga, dei gran clisteri e una dieta da 300 calorie al giorno.

 

Direi che, nel cambio, abbiamo tutti perso qualcosa.

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