I coniugi di Brescia uccisi a colpi di pistola e il successo del "porno hijab"

I più significativi fatti di cronaca nera e rosa sall'uomo che ha accoltellato compagna e figliastra a quando Spencer Tracy chiamava Katharine Hepburn "la corta".

17 Agosto 2015 alle 09:35

I coniugi di Brescia uccisi a colpi di pistola e il successo del "porno hijab"

DELITTI


 

Giovanna Ferrari, 65 anni, e Francesco Seramondi, 67. Marito e moglie, un figlio, noti a tutti, a Brescia, perché titolari della pizzeria e pasticceria «Da Frank», aperta fino all’alba nella periferia a ovest della città. «Brave persone», «grandi lavoratori», l’altra mattina erano in pizzeria quando arrivarono due a bordo di uno scooter, casco in testa e fucile a canne mozze in mano, che entrarono, chiusero la porta, spararono un colpo nella gola a lei e tre colpi a lui, al collo e nella schiena, mentre tentava di scappare. Secondo gli inquirenti il delitto potrebbe essere legato alle difficoltà economiche della coppia: dal bilancio del locale chiuso nel dicembre del 2014 risultavano 150mila euro di debiti, 99mila dei quali nei confronti dei fornitori.
Tra le 9.45 e le 9.50 di martedì 11 agosto nella pizzeria Da Frank in via Vallecamonica, zona ovest di Brescia.

 

Davide Giuliani, 46 anni. Vigilante, dipendente fino a pochi mesi fa del “Corpo guardie di città” di Pisa, in congedo parentale dal lavoro per assistere il padre malato. Sposato, angosciato dalle difficoltà economiche, l’altra sera – in macchina i seggiolini dei figli di uno e quattro anni, in testa un casco integrale – ebbe l’idea di rapinare la sala bingo di Navacchio. Lì c’era però Simone Paolini, 37 anni, vigilante con la licenza scaduta che un tempo lavorava con lui e che per salvare i seimila euro d’incasso gli sparò addosso due colpi di pistola. Giuliani gli si buttò addosso, tra i due ci fu una breve colluttazione e solo allora Paolini si rese conto che si trattava del’ex collega. «Sono in difficoltà, non ho più soldi», gli disse il ferito, poi salì sulla sua macchina, fece qualche centinaio di metri, a causa delle ferite andò fuori strada sfondando il cancello di una casa e pochi istanti dopo morì. Sul sedile del passeggero, una pistola con il colpo in canna.
Alle 4 e mezzo della notte di mercoledì 12 agosto nella sala bingo di Navacchio, provincia di Pisa.

 

Rita Paola Marzo, 41 anni. Parrucchiera a domicilio a Squinzano, in provincia di Lecce, due figli di 11 e 15 anni, un paio di mesi fa s’era separata dal marito Sergio Pagani, 45 anni, operaio precario, e l’aveva pregato di lasciare la casa di famiglia. Lui se n’era tornato dai genitori ma di stare senza la consorte non ne voleva sapere e più volte l’aveva pregata di tornare assieme. L’altro pomeriggio aspettò che uscisse dalla casa di un’amica, di nuovo provò a convicerla a ricucire la storia, lei di nuovo gli disse di no, ne nacque una lite furibonda e a un certo punto il Pagani, tirata fuori una calibro 9 per uso sportivo regolarmente detenuta, le sparò un colpo dritto in testa. Quindi si puntò l’arma alla tempia e fece fuoco. Lei morì all’istante, lui, in ospedale, dopo qualche ora d’agonia.
Pomeriggio di sabato 8 agosto in via Crocefisso a Squinzano, provincia di Lecce.

 

Laura Simonetti, 53 anni, e la figlia Paola Ferrarese, 27 anni. La Simonetti, di Trento, separata, due figli, un ragazzo e una ragazza, «donna in gamba», amante dello sport, da una decina d’anni stava con Claudio Rampanelli, 63 anni, imbianchino che dopo un grave infortunio un anno fa aveva iniziato un nuovo lavoro all’ufficio protocollo del Comune di Tassullo. Con loro viveva pure l’ex marito di lei Riccardo Ferrarese, molto malato, e da qualche tempo pure la di lei figlia Paola, laureanda in architettura. Il Rampanelli, a detta di tutti «gran lavoratore, persona fantastica e piena di vita», spesso si vedeva in giro col cane Poldo o in bici, sua grande passione, assieme  alla compagnia. La coppia a detta di tutti era «serena e affiatata», invece l’altro giorno il Rampanelli scrisse in un biglietto che avrebbe ucciso la Simonetti perché lo tradiva e voleva lasciarlo. Subito dopo prese un coltello da cucina e con quello colpì più volte la compagna e pure la figliastra, forse perché s’era messo in mezzo nel tentativo di difendere la mamma. Quindi scrisse un altro biglietto in cui spiegava nei dettagli come aveva ucciso le due e chiamò la polizia: «Ho fatto una cavolata, ora mi ammazzo». Infine salì sul tetto della palazzina e si buttò di sotto.

Poco prima delle 15 di mercoledì 12 agosto in una casa signorile in via Marchetti 9, nel centro storico di Trento.

 

Pietro Spineto, 18 anni. Napoletano, studente, tranquillo, benvoluto da tutti. L’altro giorno con un amico quindicenne andò in un cortile di Torre del Greco per dar da mangiare ad alcuni pitbull chiusi in un recinto. I due in terra trovarono una pistola semiautomatica calibro 7,65, tolsero il caricatore e cominciarono a scherzare finché non partì un colpo che raggiunse lo Spineto alla tempia. Il quindicenne corse a casa e raccontò tutto alla mamma, con la quale, durante la notte, andò a costituirsi, tra le lacrime, ai poliziotti. Venne poi fuori che la pistola apparteneva al padre del ragazzino: Armando Gaudino, 44 anni, che prima si diede alla fuga e poi s’andò a costituire (arrestato per detenzione e porto illegale di arma clandestina).

Sera di domenica 9 agosto a Torre del Greco, Napoli.

 

 

AMORI


 

ALTEZZA All’inizio, Spencer Tracy, sprezzante, chiamava Katharine Hepburn «quella donna», o «la corta», riferendosi al loro primo, disastroso, incontro. Si erano visti nel 1941 al Thalberg Building, il quartier generale della Metro-Goldwyn-Mayer per la quale dovevano girare La Donna dell’anno. Lui aveva 41 anni ed era alto un metro e 69, lei 34 ed era un metro e 75, una gigantessa per i tempi. Gli tese la mano: «Buongiorno Mister Tracy, temo di essere troppo alta per lei, ma non si preoccupi, in scena userò scarpe basse». Il produttore Joseph Mankiewicz, conoscendo il caratteraccio dell’attore, intervenne prontamente: «Baby, ci penserà Spencer ad accorciarti». Quando iniziarono le riprese, sembrava che i due dovessero collidere da un istante all’altro. Avevano metodi di lavoro opposti: lei voleva ripetere la scena decine di volte, lui improvvisava e si vantava che fosse sempre buona la prima. Lei chiedeva di rifare il ciak, lui bofonchiava: «Noia, noia, noia». Tuttavia, presto la Hepburn cominciò a dire: «Guardatelo: è bravissimo». E anche lui prese a rispettare il suo differente approccio al lavoro. Apoco a poco si innamorarono. Sarebbero stati insieme 26 anni, battibeccando sempre su tutto, e senza mai sposarsi. Spencer aveva già una moglie, Louise, e non l’avrebbe mai lasciata: era tormentato dai rimorsi perché uno dei loro due figli era sordomuto. Il grande pubblico rimase ignaro del loro amore per decenni, merito della maniacale discrezione dei due, che mantennero sempre residenze separate e, quando viaggiavano, facevano check-in in hotel diversi. Tutti a Hollywood sapevano, ma tutti, per rispetto verso il dramma familiare di Spencer, evitavano di far circolare pettegolezzi.

Candida Morvillo, Oggi 12/8

 

Velo Grande successo dei film porno in cui le interpreti indossano, anche durante le scene di sesso, il hijab, il velo con cui le donne, secondo la tradizione musulmana, sono tenute a coprirsi il capo. Il «hijab porn» ormai è un vero e proprio genere, al punto che alcuni siti per adulti lo hanno promosso al rango di categoria a sé stante, accanto alle varie e collaudate «fetish», «milf» eccetera. Di video pornografici interpretati da donne orientali velate se ne vedevano da tempo, ma si trattava di cose anonime e girate in casa. La faccenda ha assunto i connotati e le dimensioni del fenomeno nel 2014, dopo che la società statunitense BangBros ha prodotto un filmato in cui la pornoattrice libanese (ma naturalizzata americana e di religione non islamica) Mia Khalifa ci dà sotto contemporaneamente con una matrigna (la cubana Juliana Vega) e un fidanzato. Ed entrambe le donne indossano il hijab. Da quel momento la Khalifa, oltre a ricevere le minacce di rito di qualche fanatico musulmano, è divenuta una star del web e, appunto, ha dato il la alla nascita del filone della pornografia col velo. In un recente articolo il sito della rivista Nocturno ha reso noto che, nell’immediato futuro, il «hijab porn» è destinato ad arricchirsi di titoli sempre più curati e piccanti. Ad esempio entro la fine di agosto dovrebbe essere distribuito on line il film americano Women of the Middle East, che, come scrive Nocturno, «quadruplica la portata della provocazione», dato che le protagoniste del lungometraggio saranno quattro ragazze ognuna delle quali porterà un differente tipo di velo: in ordine crescente di castigatezza, il hijab, il niqab, il khimar e il burqa.

Giuseppe Pollicelli, Libero 9/7

 

Musulmani I massimi fruitori di pornografia sulla rete sono i musulmani. I primi due Paesi a livello mondiale in cui è maggiore il traffico sui siti porno sono l’Iraq e l’Egitto, mentre un’indagine di Google ha rivelato che ben sei degli otto Stati al top nella classifica delle ricerche a luci rosse sono islamici: il Pakistan al primo posto, l’Egitto al secondo e poi l’Iran, il Marocco, l’Arabia Saudita e la Turchia.

ibidem

 

poecilia Le femmine di Poecilia reticulata, piccolo pesce d’acqua dolce, sono sessualmente ricettive solo in certi periodi, durante i quali liberano nell’acqua un particolare segnale chimico. Il maschio, invece, è sempre assatanato, e può capitare che tenti di accoppiarsi anche con una femmina che non sta inviando il suo “sì” chimico. Anziché sprecare energie per difendersi dalle avances, per le femmine «è meglio agire per ridurre la quantità di molestie subite», scrive la ricercatrice Safi Darden in uno studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society. Soluzione: portarsi dietro un’amica disponibile. Le femmine che non vanno in cerca di sesso nuotano assieme a quelle che mandano il segnale chimico. E l’istinto che le spinge a nascondersi tra le compagne più sexy è così forte che negli esperimenti di laboratorio le femmine non ricettive si dirigevano verso una parte della vasca in cui non c’erano pesci, ma era stato sparso un po’ del “profumo del sì” emesso dalle loro “amiche” disponibili.

Patricia Edmonds, National Geographic agosto

 

OTORINO Prima di Maurizio Costanzo, Maria De Filippi ha avuto un fidanzato per sette anni: «So che è diventato otorino». Per Costanzo all’inizio «non ho avuto un’attrazione fisica. Era il mio capo. Però mi piaceva molto il suo cervello».

Antonella Baccaro, Corriere della Sera 14/8

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