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La prostituta decapitata da un trans. L’uomo che ha dato fuoco al rivale in amore

Delitti   Raffaele Di Matteo, 52 anni. Di Acerra (Napoli), venditore ambulante, l’anno scorso, dopo una storia durata sette anni, s’era lasciato con la compagna trentasettenne dell’est Europa. Costei s’era fidanzata con un Vincenzo Di Balsamo di anni 38 che era gelosissimo del Di Matteo tanto che

22 Giugno 2015 alle 11:04

La prostituta decapitata da un trans. L’uomo che ha dato fuoco al rivale in amore

Enrico Montesano

Delitti

 

Raffaele Di Matteo, 52 anni. Di Acerra (Napoli), venditore ambulante, l’anno scorso, dopo una storia durata sette anni, s’era lasciato con la compagna trentasettenne dell’est Europa. Costei s’era fidanzata con un Vincenzo Di Balsamo di anni 38 che era gelosissimo del Di Matteo tanto che tra i due, ogni volta che si incontravano, scoppiava una lite. L’altra sera Di Matteo andò a casa dell’ex perché lì aveva ancora un deposito dove teneva materiale che, di tanto in tanto, prelevava per poi venderlo nei mercatini rionali. Di Balsamo lo trovò lì sotto, scese dal suo scooter, gli buttò addosso una tanica di benzina, gli diede fuoco, e scappò via. Di Matteo contorcendosi avvolto dalle fiamme riuscì a montare sulla sua auto e a guidare fino all’ospedale ma lì morì, col sessanta per cento del corpo ustionato, dopo qualche ora d’agonia.
Sera di giovedì 18 giugno in via Pascoli a Acerra, Napoli.

 

Claudia Ferrari, 38 anni. Di Vitinia (Roma), impiegata dell’Atac, qualche tempo fa aveva lasciato il compagno Massimo Di Giovanni, 48 anni, controllore Atac da cui aveva avuto due bambini di uno e tre anni. L’uomo aveva preso a minacciarla, lei l’aveva denunciato, e lui s’era trasferito ad Ardea. L’altro giorno il Di Giovanni le chiese un appuntamento per parlare, la Ferrari accettò, lo raggiunse in un parcheggio e montò sulla sua vecchia Mercedes classe A. Ben presto tra i due nacque un litigio, la donna allora scese dall’auto ma l’ex tirò fuori una pistola rubata anni prima, le sparò due colpi e poi si puntò l’arma alla tempia e fece fuoco. Lui fu trovato riverso su un fianco, la testa sul marciapiede rosso di sangue. Lei, pochi centimetri più in là, a faccia in su, indosso una maglietta e un paio di shorts.
Alle 9.30 di giovedì 11 giugno in un parcheggio in via Erminio Macario a Vitinia, sud di Roma.

 

Antonietta Gisonna, 51 anni. Napoletana d’origine, precedenti per spaccio, viveva nella periferia di Milano e nel suo piccolo appartamento si prostituiva, facendosi chiamare Antonella, con uomini conosciuti via chat. A detta dei vicini «gentile ma un po’ nevrotica», si vedeva spesso in cortile con la cagnolina Milly, meticcio col pelo maculato grigio e nero. Raccontava che quel cane era di una delle due figlie, rinchiusa nel carcere di Opera e condannata a più di vent’anni per storie di droga. Nel suo appartamento da qualche tempo si prostituiva pure il transessuale ecuadoregno Carlos Julio Torres Velesaca, 21 anni, che lei presentava a tutti come sua cugina. Venerdì sera i due presero a bere e a farsi di coca e andarono avanti così fino a sabato notte, quando d’un tratto, mentre chiacchieravano «di morti e di cadaveri», presero a litigare furiosamente. A un certo punto il Torres Velesaca iniziò a sfasciare i mobili, a mandare in frantumi gli specchi, poi impugnò un coltello e sferrò all’amica una decina di fendenti al collo fin quando la testa si staccò dal resto del corpo. Quindi prese la testa e la lanciò dalla finestra della cucina, mandandola a rotolare in cortile. Infine, quando sentì il trambusto dei carabinieri sulle scale, chiuse la porta di casa e si barricò in bagno (una vicina di casa, svegliata dalle urla, sentì più colpi sul pavimento «come se qualcuno stesse sfondando le piastrelle con uno scalpello»; un altro vicino, dalla finestra, vide il Torres Velesaca «che affondava la lama e poi la trascinava per lacerare il corpo. C’era sangue ovunque»).
Alle due di notte tra sabato 13 e domenica 14 giugno in un complesso di case popolari in via Giovanni Antonio Amadeo 33, periferia est di Milano.

 

Suicidi

 

Federica Borsato, 40 anni. Di Treviso, da tempo assai depressa, per cercare di riprendersi aveva anche cambiato professione: aveva smesso di fare l’avvocato e aveva aperto un negozio di frutta e verdura. Siccome anche così stava troppo male, s’era messa a lavorare col fratello Adriano, titolare di uno studio specializzato in amministrazioni condominiali. L’altra mattina, all’apparenza tranquilla, aprì la porta di casa alla mamma che l’era andata a trovare. Dieci minuti dopo si chiuse in bagno, legò una corda a una trave, l’altro capo se lo passò attorno al collo, e si lasciò penzolare. La madre, trovandola così, fu colta da malore e ricoverata in ospedale.
Mattina di giovedì 18 luglio in un appartamento in piazza San Vito nel centro storico di Treviso.

 

Una ragazza di 22 anni. Di Valperga, studentessa alla facoltà di Chimica dell’università di Torino, figlia di un piccolo imprenditore e di un’impiegata di banca, a detta dei genitori «serena e senza problemi», l’altro giorno pranzò a Cuorgnè a casa della nonna, poi la salutò all’apparenza tranquilla ma subito dopo raggiunse l’ospedale che sta proprio lì di fronte, salì al terzo piano, aprì una finestra e si buttò di sotto. Volo di sedici metri. Nessun biglietto.
Primo pomeriggio di giovedì 18 giugno a Cuorgnè, poco più di diecimila anime in provincia di Torino.

 

Amori

 

#FAMILYDAY #SentinelleInPiedi veniteci a prendere #gender #tantogender (tweet di Maria Laura Rodotà e Tonia Mastrobuoni, @marilur1 20/6/2015).

 

PARAFULMINE «Di donne ne ho avute pochissime ma ’so bastate! Io ero un ragazzo ingenuo e un po’ fesso. Volevo fa’ di testa mia, ma me l’aveva detto nonna: nun te sposa’ co’ quella. Aveva ragione. In più ho avuto successo e quindi mi sono trasformato nel parafulmine dei risentimenti. L’avvocato diceva: e glielo lasci, glielo dia, glielo deve. Ao’, avevo bisogno di un avvocato che mi difendesse dal mio!» (Enrico Montesano) (Michela Auriti, Oggi 17/6).

 

STAGIONE Un’équipe dell’università del Queensland, in Australia, ha scoperto due nuove specie di Antechini, piccoli marsupiali carnivori simili a topi. La caratteristica di questa specie è che tutti i maschi, dopo la stagione degli amori (circa tre settimane durante le quali si accoppiano più volte al dì), sono così esausti che muoiono. Le femmine danno alla luce un piccolo all’anno (ItaliaOggi 13/6).

 

INFERMIERE Jane Wilde è stata per venticinque anni la moglie di Stephen Hawking, lo scienziato immobilizzato sulla sedia a rotelle a causa della sclerosi laterale amiotrofica. Si sposarono nel 1965, quando per lui avevano previsto solo due anni di vita: «Lo amavo. Era divertente, andavamo d’accordo, ci capivamo. Sapevo che aveva un potenziale grandioso e lo volevo aiutare a esprimerlo. Del resto quando l’ho conosciuto ero giovane, avevo 19 anni e mi dicevo che potevo tranquillamente dedicare due anni della mia vita ad aiutare qualcuno che amavo». Per la luna di miele andarono in un campus americano. Insieme ebbero tre figli; sono legati a loro i momenti felici: «Quando i bambini erano piccoli, io ero forte e piena di energia e Stephen riusciva ancora a badare a se stesso, almeno in parte». Tuttavia, racconta che «la dea della Fisica» è sempre stata la sua rivale: «Nel nostro matrimonio eravamo in quattro: io, Stephen, la malattia e la fisica, che si prendeva la maggior parte della sua attenzione. Sono una delle vedove della fisica». Le giornate non erano facili: «C’erano interi weekend che lui trascorreva col gomito appoggiato sul ginocchio, il mento sulla sua mano, e pensava, pensava tutto il tempo, coi bambini intorno, le urla, e lui niente. Finché al lunedì mattina mi guardava e con un sorriso splendente mi diceva: “Ho appena risolto un problema di fisica”». Dice che le cose tra loro sono cambiate da quando, accanto a lui, sono arrivate le infermiere: «Nel 1985, dopo una crisi a Ginevra e la tracheotomia che era stata necessaria per sopravvivere, Stephen aveva bisogno di attenzione ventiquattr’ore su ventiquattro. Però le infermiere passavano il tempo a dirgli quanto fosse meraviglioso, e lui ha iniziato a dimenticarsi di noi. Ero depressa, tutto il mio essere si stava sgretolando». A un certo punto pensò al suicidio: «Ero talmente disperata, pensavo di essere solo una schiava. Ma avevo i bambini e quindi, ovviamente, non l’ho fatto» (Eleonora Barbieri, il Giornale 16/6).

 

FRUSTA Il tenore Vittorio Grigolo dice di credere alla fedeltà, ma poi «tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Le donne mi piacciono. Un amico mi chiedeva come si fa a non innamorarsi e a non cadere prigioniero di una donna. Gli ho risposto: “Innamorandosi di un’altra”». È stato sposato fino al 2013 con una donna americana di origini iraniane e sono ancora in buoni rapporti, poi ha avuto un flirt e e una sola storia, con Nathalie Dompé, durata un anno: «E comunque sono sempre mosso dall’amore, anche se dura solo per una notte. Il sesso è un bisogno fisico, che può essere soddisfatto con chiunque, l’amore è la voglia di vedere il partner felice, appagato». Sa di piacere anche agli uomini: «Molti nel mio ambiente sono convinti che sia gay; e perfino mia moglie ha pensato lo fossi, quando mi ha conosciuto. Sarà che so imitarli benissimo». Non si scandalizza se gli uomini lo corteggiano: «Se un regista mi dà un bacio sulla bocca non mi spavento, per me non è un problema. Ma non vado oltre». Frase: «Per me le sfumature di grigio sono ben più di cinquanta. Se nel rapporto di coppia viene a mancare qualcosa ma si sta ancora bene insieme, perché non usare le manette, una maschera, una frusta?» (Sara Faillaci, Vanity Fair 18/6).

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