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I due carabinieri usciti di senno e le polpette di Monica Guerritore

Uno ha sparato a moglie e figlio, l’altro ha accoltellato la consorte. Le donne americane preferiscono gli irlandesi

11 Maggio 2015 alle 11:01

I due carabinieri usciti di senno e le polpette di Monica Guerritore

Monica Guerritore

DELITTI


 

Stefania Ardì, 21 anni. Siciliana, lavorava nel bar-trattoria di famiglia a Roccalumera (Messina). Dopo sette anni di fidanzamento aveva lasciato Andrea Tringali, 33 anni, impiegato in un’agenzia di pompe funebri, da tutti descritto come «un mite». Costui, che senza la ragazza non si dava pace e aveva tentato in ogni modo di riconquistarla, l’altro giorno le chiese un incontro per parlare. Si trovarono in un parcheggio, lui salì sull’auto di lei e di nuovo la supplicò di tornare assieme. La Ardì per l’ennesima volta gli disse di no e allora il Tringali, tirata fuori una pistola, le sparò un colpo dritto in testa. Quindi si puntò l’arma alla tempia e fece fuoco.

Alle 18.30 di venerdì 8 maggio in un parcheggio in contrada Piana a Roccalumera, nel Messinese.

 

Fiorella Maugeri, 43 anni. Casalinga, «solare», originaria di Messina ma residente nel cosentino, due figli di 15 e 17 anni, di recente aveva fatto sapere al marito, l’appuntato dei carabinieri Francesco De Vito, 47 anni, che si voleva separare. Lui non ne voleva sapere e tra i due era una lite continua, anche se ai vicini si mostravano sempre «tranquilli e sereni». L’altro giorno la famiglia intera pranzò in giardino, poi nel pomeriggio il figlio quindicenne uscì con gli amici e il carabiniere andò a lavorare. Al ritorno a casa scoppiò tra i coniugi una discussione così violenta che la donna disse alla figlia diciassettenne di andarsene al piano di sopra, in camera sua. Poco dopo il De Vito prese un coltello da cucina e lo infilò più volte nel corpo della consorte. La figlia sentendo la mamma che gridava sempre più forte si precipitò giù e la trovò in una pozza di sangue sul pavimento. Poi, mentre telefonava al 118, sentì un colpo di pistola: era il padre che, puntatosi alla tempia l’arma d’ordinanza, aveva fatto fuoco.

Tardo pomeriggio di domenica 3 maggio in una villetta su due piani ad Arcavacata di Rende, nel cosentino.

 

Consuelo Molese, 42 anni, e Francesco Palumbo, 11 anni. Rispettivamente, moglie e figlio di Alfredo Palumbo, 45 anni, stimato maresciallo in servizio alla Legione Carabinieri della Campania. I coniugi, che vivevano a Napoli nel quartiere dove era cresciuto lui, a detta di tutti erano «riservati ma sereni»: mai un urlo, mai una lite. Lei, un lavoro nello studio legale della sorella, era «sempre ben curata» e completamente dedita all’adorato figlio. Lui, «tutto lavoro e famiglia», nel 2011 era stato in cura per una depressione e da qualche tempo era assai angosciato per via di un parente molto malato. L’altra mattina all’alba il Palumbo s’avvicinò alla moglie che dormiva nel lettone coniugale e le sparò un colpo di Beretta dritto in testa. Quindi andò in camera del figlio, sparò in testa pure a lui,  e infine gli si sdraiò accanto, si puntò l’arma alla tempia, e fece fuoco.

All’alba di martedì 5 maggio in un appartamento al quarto piano di un vecchio stabile di vico Bagnara, alle spalle della centralissima piazza Dante, a Napoli.

 

Gianluca Monni, 19 anni. Di Orune (Nuoro), studente modello all’ultimo anno del professionale, figlio minore in una famiglia benvoluta da tutti: padre commerciante di mangimi, madre volontaria sulle ambulanze. Fidanzato con Eleonora, con lei una sera di febbraio andò a una festa per il Carnevale. Lungo la via incontrarono un gruppetto di giovani alticci da cui partì qualche apprezzamento spinto verso la ragazza. Monni non rimase in silenzio, ne venne fuori un diverbio che si smorzò presto ma qualcuno del gruppetto gli promise: «Me la paghi». Venerdì 8 maggio, verso le 7 e 30, il ragazzo attendeva l’autobus alla pensilina insieme a una ventina di persone. Un’auto gli si accostò, qualcuno si sporse e gli sparò tre fucilate in faccia. La fidanzatina Eleonora, che aspettava il bus una fermata più avanti, sentì gli spari: andò a vedere e trovò Gianluca morto sul marciapiede.

Mattina di venerdì 8 maggio a Orune, tremila anime a nord di Nuoro.

 

Vincenzo Patanè, 48 anni. Catanese, sposato, aveva avuto una relazione con una donna, sposata pure lei, che però un anno fa l’aveva lasciato. Lui da allora non s’era mai dato pace, più volte aveva tentato di riallacciare la storia e più volte le aveva pure messo le mani addosso. L’altra mattina andò a casa sua e davanti agli occhi del padre di lei, Isidoro Garozzo, 64 anni, le fece una scenata urlandole che doveva tornare con lui. La donna gli rispose che non ne voleva sapere, lui continuò a dare in escandescenze, la lite continuò pure fuori casa e a un certo punto Garozzo prese la sua Beretta 6,32 e sparò addosso al Patanè: quattro colpi, dritti nel torace.

Alle 11.30 di venerdì 8 maggio a San Giovanni Montebello, Giarre, Catania.

 

Carmen Tassinari, 80 anni. Originaria di Sabaudia, invalida e molto malata, viveva a Cento (Ferrara) col marito Giuseppe Parmiani, 82 anni, originario di Comacchio. Costui l’altra notte, non potendone più di vedere la consorte in quelle condizioni, prese un coltello da cucina, le infilò la lama nell’addome, e subito dopo chiamò i carabinieri.

Poco prima delle 23 di sabato 2 maggio in via Borselli 9 a Cento (Ferrara).

 

 

AMORI


 

 

FIGLIO Maria Angiolillo aveva un figlio segreto, Udo Maria Gregory Franck de Beurges. Lo abbandonò da piccolo, dopo una lite con il di lui padre. Il bambino crebbe fino a una certa età pensando di essere orfano di madre. Quando poi seppe la verità, dopo un gelido incontro, fu da lei allontanato per sempre, nonostante le sue insistenze, nonostante le scrivesse tutti gli anni lettere e cartoline di auguri per i compleanni. Non gli rispose mai, «per non soffrire», ebbe a dire lei agli amici (aneddoto raccontato nel libro La signora dei segreti. Il romanzo di Maria Angiolillo. Amore e potere nell’ultimo salotto d’Italia, scritto da Bruno Vespa e Candida Morvillo).

Paolo Conti, Corriere della Sera 7/5

 

SCARPE Wanda Miletti aveva 18 anni quando, nel 1940, conobbe Salvatore Ferragamo, 24 anni più grande di lei. Ragazza borghese di buona educazione, figlia di Fulvio Miletti, sindaco e medico condotto di Bonito, paese dell’Irpinia di quasi cinquemila abitanti. Lui, undicesimo di 14 figli, a 9 anni già faceva il ciabattino a Bonito, a 16 era partito per l’America dove, con la sua bravura, era riuscito a diventare il calzolaio delle dive. Nel 1929, ritornato in Italia, aveva cominciato a lavorare a Firenze. Nel 1937 aveva comprato Palazzo Spini Feroni che poi aveva trasformato nella sede della Salvatore Ferragamo. Non aveva dimenticato, però, il suo paese natale e quando il sindaco, nel 1940, gli chiese di contribuire alla costruzione di una mensa per i poveri, non si tirò indietro. Ricorda la signora Wanda: «Si presentò in casa un pomeriggio cercando mio padre. Ma era fuori per le visite e lo accolsi io. Sapevo che era una persona importante e dissi una frase così formale, “complimenti per il largo contributo che dà all’eleganza femminile”, che ancora oggi mi fa sorridere». In quell’occasione lui le chiese di mostrargli il piede per offrirle una sua creazione; lei si tolse le scarpe e mostrò un buco piccolissimo sulla punta dell’alluce. Lui neanche prese le misure e dopo qualche giorno le fece arrivare una perfetta francesina con tacco sette, zeppa minima e pelle lavorata a squamette. Si sposarono di lì a poco. Salvatore Ferragamo morì nel 1960 e da allora è Wanda che manda avanti l’azienda. La scarpa del fidanzamento è ancora in produzione.

Laura Putti, D - la Repubblica 3/5

 

EX Anche se è sposata con un altro (Roberto Zaccaria), a Monica Guerritore tocca spesso ospitare a pranzo il suo ex Gabriele Lavia: «Viene sempre, pure se non ci sono le figlie. A volte gli faccio anche il pasto che preferisce: polpette, purè e pisellini Findus, e lui porta la sua torta con la panna. A dargli retta però è soprattutto Roberto. L’ultima volta, Gabriele magnificava di aver fatto il tutto esaurito a teatro con i suoi Sei personaggi in cerca d’autore. Ho alzato la mano: anch’io ho avuto 900 persone e sale piene. Ma dopo Roberto mi ha fatto notare: “Tu intervieni, lui ti guarda come se fossi trasparente e quando hai finito riprende a parlare”».

Marina Cappa, Vanity Fair 6/5

 

RED LAMPS All’inizio della Prima guerra mondiale gli alti comandi britannici avrebbero voluto imporre la castità totale ai soldati. In una missiva ai contingenti inviati in Belgio nell’agosto 1914 il ministro della Difesa britannico, Lord Horatio Kitchener, sosteneva: «Nel corso di questa vostra nuova missione potreste venire attirati dalle donne e dal vino. Ma voi dovrete resistere ad entrambe le tentazioni». Ben presto, però, l’ordine venne del tutto ignorato. Anzi, gli alti comandi inglesi cominciarono a pensare che i bordelli potessero essere utili al morale della truppa. D’altra parte nei comandi belgi e tedeschi già esistevano bordelli, regolamentati e controllati. Così anche i britannici ebbero le loro «maisons tolérées». C’erano quelle «a luci rosse» (red lamps) per la truppa semplice: locali miseri, con una branda, un lenzuolo e una coperta. Ma anche le «lampade blu» (blu lamps), riservate agli ufficiali, in locali lussuosi, con champagne e talvolta anche un buon cuoco. Anche i tedeschi disponevano di un sistema molto simile, e quando le truppe alleate, ormai nel 1918, liberarono il territorio belga, gli inglesi mandarono i loro soldati negli stessi bordelli usati poco prima dai nemici. Nelle case di tolleranza dell’esercito tedesco il lavoro delle donne era stato pensato e organizzato già da un ventennio. Ogni bordello veniva visitato regolarmente dagli ufficiali sanitari, che avevano controllato la diffusione delle malattie veneree: alla fine i loro malati risultarono la metà di quelli inglesi (più di 150.000). Tra le ordinanze speciali per la truppa c’era anche quella di limitare il piacere a «dieci minuti per volta», specie nelle «ore di punta» della sera.

Lorenzo Cremonesi, Sette 1/5

 

SONDAGGI Un sondaggio svolto da Miss Travel.com tra 66.000 donne single americane dice che gli uomini più apprezzati (con 8.000 preferenze) sono gli irlandesi. Il resto della classifica: australiani, pakistani, americani, inglesi, scozzesi, italiani, nigeriani, danesi, spagnoli. Un sondaggio indirizzato a 44.000 uomini americani dice, invece, che le donne più sexy sono le armene (come Kim Kardashian), poi quelle delle Barbados (come Rihanna). Terze le americane.

independent.co.uk 7/5

 

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