Ma dov'è che abbiamo già visto questa scena?

I grillini abbandonano uno dopo l'altro i sacri principi del MoVimento, e sembra un remake di "La marcia su Roma" di Dino Risi

Guido Vitiello

Ogni paese ha i déjà-vu cinematografici che può permettersi. L’11 settembre 2001, davanti alla diretta del crollo delle torri, molti americani si chiesero sconcertati: dove abbiamo già visto questa scena? La memoria si affollò di thriller fantapolitici, disaster movies, invasioni aliene, film di spionaggio. Qui da noi le cose sono un po’ diverse. I forconi del generale Pappalardo marciano verso Montecitorio? Ecco che le sinapsi corrono infallibilmente al responso monicelliano: Vogliamo i colonnelli. Il braccio destro della Appendino fa togliere la multa a un amico? Subito rivediamo Alberto Sordi nei panni del vigile, in un vecchio film di Luigi Zampa, mentre rifiuta di chiudere un occhio sul sindaco, Vittorio De Sica, fermato in eccesso di velocità. È il nostro Diciotto brumaio emendato: la prima come commedia, la seconda come farsa.

 

In questi giorni tra l’anniversario della marcia su Roma e le elezioni regionali siciliane i giornali stanno ospitando loro malgrado un sontuoso festival del déjà-vu cinematografico. Si è letto per esempio che esponenti del M5s discutono apertamente la possibilità di aggirare il loro tabù più tenace, quello che vieta di cercare alleanze. Sarebbe l’ultima deroga ai sacri principi sbandierati per anni: chi va in tv viene buttato fuori dal MoVimento, chi riceve un avviso di garanzia si dimette, chi è indagato non può candidarsi, sulle scelte importanti decide la rete, uno vale uno. O forse la penultima, in attesa che crolli anche il tetto dei due mandati... Ma dov’è che abbiamo già visto questa scena?

 

Dino Risi, La marcia su Roma, 1962. Gassman è un reduce sfaccendato che non trova di meglio che arruolarsi nei fasci di combattimento, Tognazzi un contadino che si lascia convincere a seguire l’ex compagno d’armi nelle ribalderie. Il contadino si porta sempre in tasca il programma di San Sepolcro del 1919, ma è costretto a constatare che, sulla via della presa del potere, cadono uno dopo l’altro i principi tanto solennemente enunciati. I fascisti devastano le sedi dei giornali? Tognazzi tira fuori il suo foglietto e vuole cancellare la parte sulla libertà di stampa, tra i sarcasmi di Gassman (“Ecco tiè, te do pure la matita, tirace un frego e tira pure la catena”). Cercano il sostegno degli aristocratici e dei latifondisti? Altro tratto di matita sulla proposta di abolizione dei titoli nobiliari, sulle promesse di dare la terra ai contadini. Di cancellatura in cancellatura, il buon Tognazzi è tentato una notte di servirsi di quel foglio nell’unico modo che gli è rimasto: come carta igienica.

 

I due abbandonano il fascismo, disamorati. Li rivedremo mentre salutano con sarcastica perplessità la presa di Roma: “Figurati se danno in mano il governo a quella gente lì, ma non può mica durare…”. Ne riparliamo al prossimo déjà-vu