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Ma di cosa avete paura, insomma?

Cresce l’insicurezza ma non si sa il perché, certifica l’Istat. C’entra la politica

23 Giugno 2018 alle 06:00

Ma di cosa avete paura, insomma?

Controlli di sicurezza per l'Angelus di papa Francesco in piazza san Pietro (foto LaPresse)

Gli italiani si sentono insicuri e hanno paura, lo testimonia un’inchiesta dell’Istat che sottolinea come il timore sia particolarmente accentuato tra le donne e le persone di età più avanzata. Il fatto sorprendente è che questi stessi italiani che si dicono preoccupati, poi non sanno dire perché. Il timore di subire uno scippo o di essere derubati dell’auto è calato di più del 6 per cento, quello di essere rapinati cala del 7 per cento, quello di subire violenza sessuale addirittura decresce del 14 per cento. Anche i dati oggettivi sui reati denunciati dimostrano una diminuzione sostanziale, come aveva già spiegato Marco Minniti nella sua conferenza stampa dal Viminale del Ferragosto scorso. C’è dunque, oltre alla differenza consistente tra la realtà e la percezione dell’insicurezza, già riscontrata in passato, un dato in un certo senso nuovo: il carattere generico della paura, che non è causata dalla percezione di pericoli specifici, che gli stessi intervistati considerano in riduzione.

  

Si tratta dunque di un fenomeno, si direbbe di una (quasi) psicosi collettiva, di quelli studiati dalla psicologia sociale. Una spiegazione si può cercare nella caduta di una concezione che vedeva nella modernizzazione solo aspetti positivi e gratificanti, mentre a questi, nella percezione comune, si associano ora aspetti di complicazione dei rapporti, di esaurimento di certezze tradizionali. Con conseguenze ansiogene. C’è anche una sicurezza “ontologica”, cioè l’atteggiamento delle persone che confidano nella continuità della propria identità e nella costanza dell’ambiente in cui vivono. Si tratta di una prevedibilità della routine quotidiana che spesso viene turbata, anche se non da fenomeni criminali, ma semplicemente da cambiamenti ambientali o famigliari. In sostanza si diffonde l’insicurezza di sé di fronte ai mutamenti sociali e di contesto e a questa si cerca di dare una spiegazione specifica, indicando la causa in fenomeni criminali, migratori o di scarsa organizzazione dei sistemi di difesa istituzionali.

     

La paura, come dicevano le nostre nonne, “è una brutta bestia”, che non risponde sempre a motivazioni reali ma soprattutto alla incertezza della propria collocazione in un contesto sociale, civile o famigliare che subisce mutamenti. Proprio perché si tratta di un fenomeno in gran parte spontaneo e che semina infelicità e insoddisfazione, richiederebbe da parte di chi ha la responsabilità politica di organizzare la convivenza civile e anche quella informativa, di descriverne i caratteri, con un atteggiamento di prudenza che punti a far prevalere i tratti razionali di un esame realistico dei dati sulle percezioni personali e ansiogene. Purtroppo basta sfogliare un giornale, o sentire un comizio, per verificare che invece molti puntano a sfruttare la paura per i propri scopi, innestando così la spirale perversa di cui siamo tutti vittime.

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Commenti all'articolo

  • tenen314

    24 Giugno 2018 - 14:02

    " ... i dati oggettivi sui reati denunciati dimostrano una diminuzione sostanziale, ... aveva già spiegato ... Minniti ..." . Immagino lo sconcerto dei volenterosi intervistatori dell'ISTAT, alla ricerca di una causa della diffusa percezione di insicurezza. Il mio modesto suggerimento: chiedere dei reati non denunciati. Se mi rubano la bicicletta, o il cellulare, o il seggiolino per bambini dalla macchina, la probabilità che venga trovato il colpevole è circa zero; la probabilità che mi venga restituito il maltolto è ancora inferiore (per fortuna non può diventare negativa, per definizione). Per di più, nella strabiliante eventualità che il colpevole venga individuato e condannato (piccola ancorché non edificante rivalsa della vittima), l'applicazione reale della pena equivale ad un terno al lotto. In conseguenza di ciò, i reati meno gravi, e sono la grande maggioranza, spesso non vengono denunciati, per evitare la relativa burocrazia. Non denunciati ma percepiti, eccome!

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  • carlo.trinchi

    24 Giugno 2018 - 09:09

    Di fronte a questo articolo ti rendi conto che non c’è più speranza di raziocinio, oggettività del fenomeno migrazione ma solo macchinazione e sostituzione di forza lavoro a basso costo, vista l’impossibilità di mutare un cambiamento irreversibile. Il popolo attraverso il voto è preso in giro ed i governanti eletti sono strumenti delle multinazionali che regolano tutto, che se ne fregano di tutto e tutti. Basta guardare la Cina e l’est in generale pompato in modo inverosimile negli ultimi vent’anni per capire dove oggi l’occidente è sprofondato. Questo è il quadro e tutti, stampa in primis, ne sono strumenti. Tra le maglie sfugge qualche Salvini che trova il tempo che trova per poi essere riassorbito se non a comando massacrato da quegli stessi elettori che lo avevano portato sugli altari. Non c’è speranza: l’invasione continua perché serve e affanculo la pietà affanculo un continente a cui stanno togliendo l’anima per farne un deserto di produzione per defunti. Poi? Poi chissenefrega.

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