I giovani, la povertà italiana di cui nessuno parla

I danni alle nuove generazioni creati da una (egemone) repubblica fondata sulle pensioni

Luciano Capone

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14 Dicembre 2017 alle 11:47

I giovani, la povertà italiana di cui nessuno parla

Una manifestazione di giovani disoccupati

Roma. Questo inizio di campagna elettorale è alimentato da continue polemiche su questioni marginali, mentre sono completamente assenti i problemi più importanti. Uno dei quali è sicuramente la povertà. L’Eurostat ha diffuso i dati sulla “privazione materiale e sociale” – a cui ha dato ampio spazio la Stampa – e le cifre richiederebbero un impegno concreto e immediato. Secondo l’Istituto statistico europeo, nel 2016 in Italia c’erano oltre 10 milioni di persone che avevano difficoltà a soddisfare bisogni primari e secondari. Il valore assoluto corrisponde al 17 per cento della popolazione, un dato leggermente superiore alla media europea.

 

Il quadro è molto migliorato negli ultimi due anni, perché sempre secondo i dati Eurostat la quota di italiani in condizione di difficoltà economica si è ridotta di quasi un quarto, passando dal 22,8 per cento del 2014 al 17,2 del 2016, che vuol dire quasi 3,5 milioni di poveri in meno. Ma il numero di persone in condizione di precarietà economica, anche a causa della lunga depressione economica, resta un’emergenza su cui intervenire. Rispetto a questa situazione la politica, quando ne parla, generalmente risponde con una spiegazione e una soluzione. La spiegazione più gettonata, soprattutto a sinistra, è che la povertà è un prodotto dell’aumento delle diseguaglianze di questi ultimi anni all’origine della crisi. La soluzione più in voga, soprattutto a destra, è che bisogna aiutare i pensionati o i cittadini vicini alla pensione che rappresentano le fasce più deboli della società. Ebbene, si tratta di due idee basate su presupposti falsi e che pertanto conducono inevitabilmente su strade sbagliate.

 

La verità è che la crisi non ha prodotto un aumento della diseguaglianza e che a pagarla di più sono stati i giovani, non gli anziani. Lo ha scritto recentemente e in maniera molto chiara Andrea Brandolini, economista della Banca d’Italia ed esperto di diseguaglianza, su “Luiss open” il research magazine della Luiss. 

 

In un articolo dal titolo “Diseguaglianza e stagnazione dei redditi familiari in Italia”, scritto con altri due economisti di Bankitalia, Romina Gambacorta e Alfonso Rosolia, Brandolini analizza l’evoluzione della diseguaglianza dei redditi a cavallo delle due recessioni, quella dell’inizio degli anni Novanta e quella da cui stiamo lentamente uscendo. “Utilizzando l’indice di Gini del reddito, una misura convenzionale di diseguaglianza, – scrivono gli economisti – si osserva come esso sia rapidamente cresciuto nella recessione dei primi anni Novanta, ma non abbia subìto cambiamenti rilevanti in seguito, né durante la modesta espansione che si è registrata fino al 2007, né durante la lunga recessione successiva”. La diseguaglianza quindi ha avuto un andamento diverso nelle due recessioni dell’ultimo quarto di secolo: ha fatto un salto nel 1992, mentre è rimasta costante nella doppia recessione del 2008- 2011. “Durante la crisi valutaria del 1992 è aumentata all’interno dei gruppi socio-demografici, mentre contemporaneamente si allargavano i divari tra questi gruppi, per esempio tra residenti nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno. Durante la doppia recessione avviatasi nel 2008-09, assai più lunga e pesante in termini di caduta del pil, sono invece soprattutto cresciuti i divari tra i gruppi socio-demografici, senza che si registrassero ripercussioni evidenti sul livello misurato di diseguaglianza”, scrivono.

 

E qui arriviamo ai giovani. Se a livello aggregato la diseguaglianza è rimasta più o meno piatta, sotto c’è stato un rimescolamento che ha visto aumentare il divario tra generazioni: i lavoratori si sono impoveriti rispetto ai pensionati e i giovani rispetto agli anziani. Secondo la Banca d’Italia, in 20 anni il reddito medio degli over 65 è aumentato di 19 punti mentre quello degli under 35 è sceso di 15; stessa dinamica per la ricchezza, che è aumentata del 60 per cento per gli over 64 e diminuita del 60 per cento per gli under 34.

 

L’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica ha invece mostrato come dal 2003 al 2015 il reddito medio da pensione sia cresciuto, rispetto al reddito pro capite, del 13 per cento. Questi dati si riflettono sui numeri dell’Istat sulla povertà assoluta, che in dieci anni si è più che triplicata tra i giovani (passando dal 3,1 per cento al 10 per cento) e si è ridotta tra gli anziani (dal 4,5 per cento al 3,8). L’Italia ha quindi un problema con la povertà più che con la diseguaglianza, che colpisce i giovani più che gli anziani. Dovrebbero ricordarlo tutti quelli che, in nome della giustizia sociale, vogliono smantellare la riforma delle pensioni per agevolare i più anziani scaricando di nuovo i costi sui giovani.

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Commenti all'articolo

  • icli.pergolesi

    14 Dicembre 2017 - 16:04

    Ho letto il suo bel curriculum in formiche. net, molto preciso ed esaustivo !!!!!!!!!!!

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  • luigi.desa

    14 Dicembre 2017 - 15:03

    Con 80 primavere sul gobbo ( ricordo di aver lavorato senza pena sabato domenica e feste comandate) sono ormai certo che la cultura di sinistra ( in particolare il Pci degli anni 50/60) ha sempre invitato ad odiare il lavoro perchè ahiloro strumento del diavolo del capitale sfruttatore,niente lavoro e niente sfruttamento ,nespà?) . Oggi in buona misura vale per la media degli italiani il detto romanesco:"Voia de lavorà sàltame addosso!" Pensiero del sindacato dei pensionati al secolo CGIL.

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    14 Dicembre 2017 - 12:12

    Dette così, le fredde cifre di vari istituti sembrerebbero senza appello: dàgli al pensionato. Se però si scava un po' si scopre che non sono pochi, i "ricchi" pensionati, che sostengono una famiglia intera, dai figli ai nipoti, vista la carenza di lavoro per i giovani. Siamo così sicuri che "riequilibrando" le risorse (cioè tagliando le pensioni e non riformando la legge Fornero) questo si traduca in un aumento delle possibilità di lavoro per i più giovani? O piuttosto nella solita soluzione all'italiana di impoverire una categoria senza portare benefici ad un'altra? Perché se non è detto che stoppando (o meglio abbassando) l'età pensionabile questo si tradurrebbe in nuovi posti di lavoro disponibili per i giovani, da questo punto di vista è ancora peggio se uno è costretto a lavorare quasi fino a 70 anni, magari (come nel mio caso) utilizzando contratti di solidarietà "difensivi" che impediscono per loro natura nuove assunzioni.

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