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Da Milano a Venezia, quelli che non vogliono più uscire dal manicomio minorile

Crea occupazione e posti fissi: tra cuochi, educatori, vigilanti e insegnanti di varie discipline 

13 Gennaio 2020 alle 11:23

Da Milano a Venezia, quelli che non vogliono più uscire dal manicomio minorile

Foto Unsplash

Ogni lunedì sul Foglio l'Innamorato fisso risponde ai vostri dubbi e alle vostre domande sull'amore e su tanti altri argomenti, sempre belli, dice lui. Scrivete a cuorefisso@ilfoglio.it.


 

Ciao Maurizio, bella la tua storia dei manicomi minorili in Italia di qualche settimana fa. Ma come continua?

Pierluigi, Udine 

 

Rispondo volentieri a questa lettera scritta bene. Dunque, ero arrivato al manicomio minorile di Burano (Venezia) e dicevo che i migliori soffiatori di vetro sono usciti da qui. Ma neanche (saranno massimo due). Tenete conto che da quando si soffia il vetro a Venezia, saranno più di 500.000 le persone che hanno fatto questo lavoro. Tenete conto; per fare una giraffina di vetro soffiato, l’operaio ci mette 100 ore. Dagli pure 1 euro all’ora. Cosa la fai pagare al cliente, quando ti arriva la stessa giraffina soffiata a Macao che costa 30 centesimi? Non capisco, a fine giornata cosa gli danno al soffiatore di vetro a Macao? Uno schiaffo, forse.

 

Ma non divaghiamo. Perché non aprire altri manicomi minorili sia in Italia che in Europa? Si crea occupazione. Tra cuochi, educatori, vigilanti, insegnanti di varie discipline (tra cui come evadere dal manicomio stesso). Parliamoci chiaro: noi abbiamo bisogno di una quota di ospiti che tentano di evadere per giustificare le squadre di cani con istruttore che escono alla caccia degli evasi. Se non evade nessuno, tali squadre vengono chiuse. Rimangono a casa 50 dipendenti. Addetti alla cattura. Certo, ragionare così è sbagliato, ma il “minorile di Milano” è un’eccellenza. Alcuni ospiti sono diventati dei grandi obesi e girano con diversi circhi. Uno in particolare è diventato talmente ricco che vorrebbe comprare il manicomio minorile di Milano. Il problema è che non si sa di chi è. Mio no. Anche se come direttore dovrei saperlo. Oggi è arrivato un ragazzo con la testa a forma di pera. Subito lo abbiamo messo nel reparto dove si fanno le minestre in busta già pronte, che poi non c’è da far niente, fa tutto la macchina. L’assistente sociale del comune di Milano ci ha chiesto: “Scusate è arrivato oggi in struttura un ragazzo con la testa a forma di pera cotta?”. Risposta: “No! Non abbiamo visto nessuno”. Assistente: “Strano, lo avevo fatto trasferire da voi”. Io: “Si sarà fermato durante il tragitto a giocare a carte con l’uomo bauxite”. Assistente: “Ma non dica scemenze e si accerti che il ragazzo sia lì”. Io: “Volevo dirvi che vi amo!”. Assistente: “Lei è querelato”. Tanti giovani (anche belli ma non solo) si trovano così bene al manicomio minorile che chiedono: “Voglio che mi blocchiate lo sviluppo!”. Allora, visto che insistevano, si chiamava un personaggio della Milano anni Cinquanta, che ti bloccava lo sviluppo. Per cui rimanevano sempre minorenni. E non venivano sbattuti fuori al 18esimo anno, ma potevano rimanere! Il personaggio che ti bloccava lo sviluppo venne arrestato ma per altri motivi. Furto in negozio per grandi obesi.

Maurizio Milani

Nasce nel 1962. Nel 1987 esordisce sul palco di Zelig e fa una carriera di successo in tv come comico. Tra i suoi libri ricordiamo "L’uomo che pesava i cani" (2006) e "Del perché l’economia africana non è mai decollata" (2007). Scrive come opinionista su Il Foglio, ha una rubrica su Max e ha raccontato le disavventure del sindaco di Kyoto da Fabio Fazio a "Che tempo che fa" su Rai 3. Da poco è uscito il suo ultimo libro, “Mi sono iscritto nel registro degli indagati” (Rizzoli).

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