Fulvio Del Tin: “In ogni spada che forgio rivivono le storie antiche”

Da cinquantasei anni, nel laboratorio che già fu del padre Silvano, fabbrica lame di ogni tipo perpetrando una tradizione per cui è passata alla storia la sua cittadina: "Ora lavoro da solo. Ma forse qualcuno potrà trarre ispirazione"

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17 MAY 26
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Ogni spada ha la sua voce, anzi un suono diverso: “come le campane”. Fulvio Del Tin batte la lama col martello e te lo fa sentire. Schiavone venete del Seicento, spadoni a due mani del Cinquecento, stocchi del Trecento, daghe tedesche, pugnali bolognesi. Da cinquantasei anni, nel laboratorio che già fu del padre Silvano, lui fabbrica lame di ogni tipo perpetrando una tradizione per cui è passata alla storia la sua cittadina: Maniago, provincia di Pordenone, famosa dal Medio Evo per l’arte fabbrile. Soltanto la famiglia Del Tin, tuttavia, ha riesumato la specializzazione che fa di un “battiferro” un armaiolo.
A Fulvio, l’ultimo della famiglia che ancora lavora alla forgia, il Comune di Maniago ha dedicato una mostra a Palazzo d’Attimis: “I bagliori dell’acciaio”, inaugurata a ottobre 2024, resterà aperta fino a giugno 2027 con l’esposizione (curata da Massimiliano Righini e Gianfranco De Cao) di oltre 300 pezzi della sua collezione.
C’è qualche documentazione sull’antica forgiatura di armi a Maniago?
La testimonianza più significativa è un contratto redatto il 15 giugno 1500 dal notaio Cristoforo Scarabello per la commessa di 114 armi in asta, che il capitano della Serenissima Giovanni Vitturi ordinò al magister Petrus Rigotti, il quale aveva l’officina nella città. L’atto stabilisce nei dettagli tempi e costi dei vari pezzi: partigiane, ronconi, spiedi, spuntoni.
Quando avete cominciato a fabbricare spade?
Mio padre e mio fratello maggiore cominciarono nel 1965 quasi per hobby, dopo avere visto le collezioni di Palazzo Ducale a Venezia e del Museo Stibbert a Firenze. Qui nessuno tra i battiferro fabbricava più spade, alabarde o armature, perciò la loro fu un’attività pionieristica ma ebbe un successo inaspettato, perché l’ente per lo sviluppo dell’artigianato del Friuli-Venezia Giulia espose i loro prodotti a una mostra internazionale e ne seguirono altre, con tanti premi e riconoscimenti. Io mi unii all’attività nel 1970. Non mi definisco un armaiolo, ma più correttamente un riproduttore di armi antiche.
Le sue copie sono fedeli agli originali?
Sono state tutte ricreate dopo uno studio dettagliato dei pezzi conservati nei musei e nelle collezioni private, oppure dall’iconografia d’epoca quando la fonte è attendibile.
Chi sono i suoi clienti?
All’inizio soprattutto collezionisti o appassionati che ricercavano pezzi per uso ornamentale, poi è cresciuta la richiesta per le rievocazioni storiche, come quella delle Contrade di Siena, e per le mostre museali: la prima e più interessante fu dedicata ai Longobardi nel 1990 a Villa Manin. Negli ultimi decenni, una domanda importante riguarda i praticanti di scherma antica per cui ho sviluppato riproduzioni resistenti all’impiego reale.
Ci sono richieste dall’estero?
A partire dagli anni Ottanta avevamo una clientela consistente negli Stati Uniti, poi la ditta con cui trattavamo fu acquisita da fabbricanti indiani già nostri concorrenti e chiudemmo i rapporti. Intanto mio padre non c’era più e successivamente sia mio fratello maggiore che il più piccolo lasciarono l’officina, sicché dal ’92 mi ritrovai solo mentre crescevano le richieste da tutta Europa e dal Nord America. In aggiunta le mostre: fino al 2000 in Italia e all’estero sono state più di settanta, poi non ho tenuto più il conto.
Ha lavorato anche per il cinema?
Sia per il cinema che per la televisione. Ho avuto commissioni dirette dalla produzione di “Braveheart”, per “Il mestiere delle armi” di Olmi, “Romeo and Juliet” di Carlei e la serie tv “Caravaggio”, per la quale realizzai le spade sulla base dei dipinti dell’artista. Ma sono state utilizzate armi prese da me anche in “Indiana Jones e l’Ultima Crociata”, “Robin Hood”, ne “I tre moschettieri” di Herek e in “Dracula” di Francis Ford Coppola.
La sua collezione a quanti pezzi ammonta?
A più di 450, di cui 150 in officina e 300 consegnati in comodato al Comune di Maniago per la mostra. Però mi piacerebbe che venissero acquisiti da qualche museo in via definitiva, e che possibilmente rimanessero nella mia regione.
Le sue riproduzioni sono già esposte in permanenza in qualche museo?
Sì, al castello di Gorizia e alle Royal Armouries di Leeds. All’inaugurazione ebbi la soddisfazione di avere un posto in prima fila poco distante dalla regina Elisabetta. Lì le mie armi vengono anche utilizzate per le ricostruzioni dei combattimenti. Proprio per l’impiego nella scherma antica ho dovuto indagare su quale fosse l’acciaio più idoneo a garantire la qualità delle lame con la flessibilità e resistenza necessarie a sopportare i colpi: ho individuato un acciaio legato con cromo e vanadio, soluzione poi copiata da diversi artigiani in giro per il mondo.
Quanto s’impiega a fabbricare una spada?
Da uno a più giorni.
Quali sono le sue specialità?
Le spade dall’età del ferro fino al Seicento, ma ho esaudito anche richieste particolari a patto che mi piacessero, come le sciabole da ussaro e certi spadini del Settecento.
Impressionano più di tutto le dimensioni degli spadoni a due mani.
Potevano pesare pure quattro chili e mezzo. Comparvero sui campi di battaglia ai primi del ’500 e servivano a spezzare le formazioni di picchieri. Per maneggiarli c’erano fanti specializzati, pagati il doppio degli altri, e venivano mandati avanti per aprire un varco tra i nemici.
Il suo laboratorio si tramanderà?
Chissà. Forse no, perché ora lavoro da solo. Ma forse qualcuno potrà trarre ispirazione.
Qual è il punzone Del Tin?
Due spade incrociate, con un’incudine sotto e una stella sopra.