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La Pastorale veneziana di Giovanni Montanaro
Una storia d’amore ambientata in una fornace di Murano. Si lavora il vetro e si infiamma la passione tra il maestro Tiziano Zen e la padrona, la volitiva Elena Spina Torcellan: lui è un uomo del popolo, lei è un’imprenditrice anticonformista
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16 MAY 26

Foto Pixabay
Per descrivere il Novecento veneziano Cesare De Michelis sempre ricordava che quando nel 1902 il campanile di San Marco era crollato i veneziani avevano scelto di ricostruirlo in copia identica al precedente. Un segno, il fondatore di Marsilio, della non volontà di un’intera città di pensare a se stessa nel futuro. Un secolo dopo, le madamine veneziane riunite in comitato bocciavano il Ragazzo con la rana di Charles Ray a Punta della Dogana preferendogli il ripristino “filologico” della copia di un vecchio lampione ottocentesco. Un romanzo su Venezia, dunque, ambientato a Venezia e scritto da un veneziano doveva in qualche modo prendere di petto questa vicenda. Si era preparato molto, Giovanni Montanaro e lo fa fin dalle prime righe in “Il fuoco di Venezia” (Feltrinelli, 333 pp.), storia d’amore ambientata in una fornace di Murano. Si lavora il vetro e si infiamma la passione tra il maestro Tiziano Zen e la padrona, la volitiva Elena Spina Torcellan: lui è un uomo del popolo, impulsivo e incerto, riservato e audace, che soffia e modella con le tecniche dai nomi suggestivi, il girasole, il cristallo, l’incalmo.
Lei è un’imprenditrice anticonformista, una che negli anni Sessanta prende la Isotta Fraschini al Garage Comunale e fa i cento all’ora per andare all’aperitivo a Padova, una che sfida le battute a mezza bocca dei dipendenti e la malevola concorrenza degli storici rivali Pellegrin. Un amore, la sua parabola, il sorgere e appannarsi delle possibilità. Una complicità imprenditoriale, alla scrivania, a fare le ore piccole intorno a modelli e idee. Elena che ha già un figlio da un altro uomo, Elena che chiede a Tiziano di collaborare a salvare la Fornace dell’est. La storia di Montanaro, al suo nono romanzo dopo che “Tutti i colori del mondo” era stato al Campiello, potrebbe semplicemente essere questa, divisa in sei partizioni tra il 1968 e il 2022, raccontata da una voce narrante che è un piccolo mistero, da portare a fine lettura. Sembra tutto facile e al suo posto, ma è solo la qualità del narratore, come fanno i vetrai, di far apparire naturale quello che invece richiede tecnica e abilità.
Per esempio, mostrare un sestiere di Castello che negli anni Ottanta, nella parte più remota, è ancora popolare, operaio, tanto che Elena in visita a Tiziano preferisce togliersi gli orecchini d’oro e allungare il cappotto a nascondere il bracciale (sono gli anni in cui imperversa il bandito-Robin Hood Silvano Maistrello in arte Kociss); nel descrivere la fornace con le sue gerarchie, i garzoni che vogliono diventare serventini, i serventini serventi; il confronto con i vetrai storici come Venini, la successione a volte commovente a volte comica delle serie messe sul mercato, dai Vetri Sbagliati in voga durante il fascismo ai Vetri Carioca. Fino all’intuizione geniale dei due protagonisti, una notte del 1969 in cui guardano la Luna sulla quale atterrano Armstrong e Aldrin: faranno i Vetri Spaziali. C’è anche una barca, che si chiama Tagiante, “e il nome Tiziano l’ha preso dalle forbici che tagliano il vetro, così voleva che tagliasse le onde”. Le fughe d’amore i due le fanno lì, in barca.
E l’ultima cosa che il padre Italo vuole fare prima di morire di un tumore al polmone (contratto respirando polivinilcloruro nelle vasche di Marghera) è proprio un giro sulla Tagiante. I due vanno a vedere la regata durante una festa alla Guggenheim in cui compaiono Cary Grant e Fellini ma soprattutto Marina Cicogna e Florinda Bolkan, Lucia Bosè, Giancarlo Ligabue reduce da una qualche spedizione paleontologica… e poi, anni dopo, Daniele Del Giudice, fresco di pubblicazione di “Atlante occidentale”. “Eccoli lì, i veneziani, poveri e ricchi, alti e bassi, dentro ai passeggini o storti sui bastoni, credenti e materialisti, democristiani e comunisti, socialisti e fascisti, commercianti e pescatori, capelli rossi, capelli scuri, vengono ancora qui ogni anno. Quanto era bello, per loro due, scomparire lì, fare come facevano gli altri, stare vicini”.
La storia Montanaro ha scelto di ambientarla in un tempo preciso, i due decenni per eccellenza “fattivi” del Novecento italiano, e in un luogo che, dice al Foglio, “è l’ultimo in cui Venezia sia autenticamente industriale: non tanto Marghera, ma proprio le fornaci, i vetrai, che sono sempre meno ma che rappresentano uno dei veri momenti di produzione autonoma della città nel Ventesimo secolo”. Viene in mente, tra gli altri, il capolavoro di Philip Roth, “Pastorale americana”, con la curva tragica del manifatturiero americano, in quel caso le fabbriche di guanti del New Jersey, e la rivolta generazionale dei figli della borghesia, con una morale amarissima, non solo la fine di quasi tutto, ma anche il disconoscimento di quella fine, il non parlarne, il mettere tutto sotto un tappeto e andare avanti. Perché vivere vuol dire anche quella cosa lì. Montanaro prende una direzione più allegra: la vita può ricominciare, gli amori possono rinascere dalle proprie ceneri, e così anche le fornaci. Il tutto con grande pietà e affetto. Come quando Elena, terrorizzata che il figlio Ulisse si avvicini alla lotta armata, si mette a frugare tra le sue cose: e un giorno trova sul fondo dell’armadio una scatola nascosta dietro l’attrezzatura da sci con la quale il ragazzo va sulle piste della Tofana. “La aprì con circospezione: sono un’incosciente, si diceva, magari è una bomba, ora salto in aria con tutta la casa, invece trovò solo dei piccoli involti di carta: dentro, i soldatini della guerra di Secessione che Claudio aveva regalato a Ulisse da bambino. Non è entrato nelle Brigate Rosse, pensò, forse però sta con i sudisti”.