“A cavallo con i poeti”: il Giappone di Igort

Leggendo l'opera dell'artista sardo si fa un viaggio nel concetto di bellezza per il paese del Sol Levante, dove è vista come qualcosa di sottile e sfuggente, come qualcosa da coltivare e veder crescere mano mano

di
16 MAY 26
Immagine di “A cavallo con i poeti”: il Giappone di Igort

Foto LaPresse

Scriveva Christian Bobin che la poesia è qualcosa che spiega, ma non si capisce cosa. Definizione perfetta, dunque, abbandoniamola subito. E continuava dicendo che poteva infatti trovarsi più facilmente in un imbianchino che cantava in una stanza, piuttosto che in una conoscenza, forse in un libro. Ancora meglio: segnali di vita nelle case e nei cortili. Meglio, dico, avvicinarsi alla poesia in maniera del tutto casuale, senza dover frequentare qualche facoltà, magari di lettere o mentale. Il rischio, non serve dirlo, è altissimo. Perché se avremo l’idea di doverla trovare, la poesia, dico, potremmo poi scontrarci con la retorica tremenda del “quando sei felice facci caso”. La bellezza, che dovrebbe renderci felici, in Giappone è un concetto sottile e sfuggente, la si coltiva e la si impara a vedere man mano. E’ come dire che non si può nascere felici. Lo deduco io, leggendo Igor Tuveri (Igort) nel suo nuovo libro A cavallo con i poeti (Einaudi).
Non so quanti occidentali abbiano questa idea della cultura nipponica, so che molti, qualcuno lo conosco davvero, prendono costosi aerei per recarsi in Giappone nell’ormai famosa stagione di fioritura dei ciliegi. Ho cercato di immaginare la scena più volte. Scusate, per la poesia? Lì, dove sta fiorendo il ciliegio, ma si affretti. Sarà così? Ci sarà anche un biglietto? Non lo so, non so mai. So che in questo libro di un fumettista, che pure parla proprio del Giappone, ho trovato molte più cose, forse molta più bellezza, di quella che spesso ci viene spacciata come tale. Da chi? Be’ ma dalla società! Dare sempre la colpa alla società! Purché ci si renda conto che la società sono le relazioni. E le relazioni si possono chiudere, anche senza lacrimogeni. Mi viene in mente uno scritto di Cesare Garboli sulle poesie di Elsa Morante, non certo note quanto i suoi romanzi. Ma la poesia è proprio in ciò che non si vede, in ciò di cui non ci si accorge. Non sta nei poeti cartellinati, snervati e resi miserabili dalla professione. Certo che no. E’ meteora che balena in cielo per un momento soltanto e ci sconvolge l’anima perché non abbiamo neanche capito cosa è stato: hai visto anche tu? e la risposta, a volte, è: no. Igort raccoglie nel suo libro proprio questa collezione di meteore che però convince perché è disposta secondo un percorso piuttosto inusuale, in cui la parola poetica arriva senza spiegazioni, attraverso appunti di viaggio interni ed esterni, bozzetti, disegni. Allora questa poesia, questa bellezza che tanto si nomina (ma si nomina ciò che più ci manca, no?) bisogna forse attenderle. Altro che slogan, altro che sacro tra le dita dei piedi.
Cioè, sì, ma chi se ne accorge davvero? E che cos’è che nasconde tutta questa bellezza, se davvero il mondo ne è pieno? Un grafico pubblicitario. Direbbe Bobin. A questo punto, il viaggio che Igort trascrive in un libro che, grazie al cielo, non si inquadra più da nessuna parte, è un viaggio che trova proprio quella cosa che non nominerò più o significherà che non esiste. Abbandonare ingannevoli certezze e assoggettarsi a quelle cose che cambiano in continuazione. Il monte Fuji, per esempio, la cuspide formata dagli occhi di due amanti che davanti all’unico divieto “non partite più, non addormentatevi mai” si uniscono e vi passano sotto per iniziare il viaggio.