Zadie Smith racconta la sua (dolorosa) “epifania” sulle note di Prince

Il volo dalla finestra della me adolescente visto dalla me adulta. La scrittrice e saggista britannica ragiona sulle vie di fuga dei giovani dal mondo d’oggi, sempre più ristrette. La lezione inaugurale a Torino

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14 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:58 PM
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Foto LaPresse

Pubblichiamo il testo della lezione inaugurale di Zadie Smith, ieri al Salone del libro di Torino.
Ultimamente penso molto agli adolescenti. Adesso ho anch’io una figlia di quell’età, e ovviamente io stessa sono stata adolescente – in un mondo diverso in un’epoca diversa – e mi ricordo come ci si sentiva. Ogni cosa era estrema. Ed è tuttora così. Quattro ondate di femminismo, la connettività digitale, un movimento globale per il benessere della persona, l’ordine di “essere gentili”, il luogo comune “vedrai che andrà meglio”: sembra che nulla di tutto ciò abbia avuto un grande impatto sull’infelicità adolescenziale, specie quella del tipo che mi sta più a cuore. Guardando le ragazzine radunate davanti ai multisala l’estate scorsa, a scegliere fra Barbie e Oppenheimer, ho pensato: ecco, mi pare un’ottima sintesi. Da un lato una perfezione fragile e impossibile, dall’altro l’apocalisse. Non ho mai dimenticato gli anni che ho trascorso stiracchiata fra questi due poli, e c’è stato un periodo in cui ho pensato che l’intensità dei miei ricordi adolescenziali mi rendesse un caso piuttosto raro, addirittura che fossero stati quelli a farmi diventare una scrittrice. Questa idea me la sono tolta dalla testa molto tempo fa, agli albori dei social network. Friends Reunited, Facebook. A quanto pare c’è un sacco di gente al mondo che pensa di non aver mai vissuto intensamente come quell’estate. “Se la me adolescente mi vedesse oggi, rimarrebbe schifata!”. L’ho detto a uno psicologo, qualche anno fa. E la risposta è stata: “Perché dare per scontato che la versione quindicenne di lei sia il giudice ultimo della verità?”. Bè, è un’obiezione sensata, ma non mi ha fatto smettere di portarmi quella ragazzina sulle spalle. Arrivata a questo punto, penso che non me ne libererò mai.
Alla me adulta sono successe molte cose interessanti, ma secondo la me adolescente nella nostra vita c’è stato un solo vero evento ed è avvenuto il 16 aprile 1993, quando sono caduta dalla finestra della mia camera da letto facendo un volo di dodici metri. Ma devo raccontarvi l’antefatto (la me adolescente era fissata con gli antefatti). Prima della caduta, avevo passato un paio d’anni in cui periodicamente scrivevo lunghe orazioni da far leggere a voce alta durante il mio funerale. (A chi? Ai miei fratelli?). Lo scopo di quei discorsi era spiegare alle persone lì raccolte perché, esattamente, la me adolescente aveva deciso di lasciare questo mondo e chi, per la precisione, doveva sentirsi in colpa per la mia morte, e anzi considerarsene direttamente responsabile. Oggi trovo strano che questa macabra tendenza sia potuta esistere a prescindere da qualunque intenzione di porre effettivamente fine alla mia vita. Mai, neanche per un attimo, ho cercato informazioni o riflettuto su una qualunque modalità di suicidio. Potevo tranquillamente scrivere un’orazione funebre al mattino e provare ad aggiudicarmi un provino per Annie il pomeriggio (la me adolescente voleva essere la prima Annie nera. Non capiva che il personaggio di Annie avrà al massimo dodici anni). Ma ero comunque molto innamorata di questo scenario funebre. Certe stronze magrissime coi capelli lisci e i denti perfetti avrebbero chinato il capo setoso e pianto di vergogna. Gente coi genitori in grado di comprargli le lenti a contatto, o anche solo un paio di occhiali non di quelli che passava la mutua, si sarebbe inchinata alla mia postuma superiorità morale working class.
La sadica insegnante di francese che non mi faceva tenere il piumino in classe sarebbe stata costretta ad ammettere davanti a tutti che essere senegalese le dava un ingiusto vantaggio linguistico su tutti i suoi alunni, in particolare me. Comment dit-on la MORT? E Sasha avrebbe ritirato quello che aveva detto sui “mezzosangue”, e le ragazzine più fiche della scuola avrebbero notato la mia arguzia e la mia bellezza interiore e avrebbero voluto frequentarmi, e il mio migliore amico si sarebbe reso conto di essere innamorato di me… e per tutti sarebbe stato troppo tardi! – TROPPO TARDI! –. Questa purissima energia adolescenziale l’ho in parte trasferita dentro Denti bianchi, ma mentre nel romanzo veniva spacciata per verve comica, nella vita reale era pesantemente priva di autoironia e spossante per chi mi stava intorno. Da quando avevo undici anni battevo, in pratica, sempre sullo stesso tasto. Io sono profonda / Tu sei superficiale. Tu sei ricco / Io sono povera. Io sono intelligente / Tu sei bella. Tu piaci a tutti / Io sono interessante. E via dicendo. Adesso avevo diciassette anni. E passavo ancora una quantità di tempo in-credibile ad accusare gli altri di pensieri che in realtà riempivano ogni minuto della mia giornata. In fin dei conti, chi era più fissata con la frangetta liscissima e ondeggiante di Eleanor? Lei o io? E con le belle chiappe caraibiche di Kelly dentro i jeans con le toppe? (Il mio sedere, piatto come una frittata, lo consideravo un’eredità maledetta delle sorelle di mio padre). In realtà, la mia ossessione per la fortuna e la bellezza altrui era diventata sgradevole già da un pezzo, la mia intelligenza si era inacidita nel risentimento: nulla di tutto ciò era minimamente interessante.
E quel giorno, il 16 aprile, nel bel mezzo delle vacanze di Pasqua, avevo deciso di usare il telefono in camera di mia madre per chiamare il mio migliore amico e rendergli noto ancora una volta che ero innamorata di lui, e che il fatto di non piacergli “in quel senso” mi stava rovinando la vita e avrebbe potuto benissimo significare che un giorno si sarebbe ritrovato ad ascoltare una lunghissima orazione funebre, pronunciata forse dai miei fratelli o magari da Keanu Reeves, a seconda di chi fosse stato disponibile. Ma visto che infliggevo al mio migliore amico una versione di questo ultimatum un paio di volte all’anno fin da quando ci eravamo conosciuti (in seconda media), lui riservava alle mie scene madri una grande pazienza ma poche parole. Nel frattempo, all’altro capo del filo telefonico arrotolato io rantolavo e piangevo come una fontana, sperando che cogliesse il velato messaggio di “Love 2 the 9’s” di Prince (non poi tanto velato), che avevo lasciato a tutto volume nella mia stanza. In un modo o nell’altro lui mi convinse a riattaccare. Io me ne tornai mestamente in camera. Mi sedetti sul davanzale della finestra con un pacchetto di Silk Cut che avevo rubato a mia madre, mi lasciai avvolgere da “7” di Prince, e in un’orgia di autocommiserazione, piangendo sonoramente, tirai fuori una sigaretta e mi preparai ad accendere.
Antefatto: all’epoca vivevo in un mondo di puro Prince, e anche in un lurido porcile di mia creazione. A volte, quando inveisco contro i miei figli per come riducono le loro stanze, mi ricordo improvvisamente cosa pensavo quando mia madre entrava e provava a lamentarsi – coperta da “Sexy MF” di Prince sparata a palla – delle ciotole di avanzi che lasciavo sotto il letto, delle cicche di sigarette spente nelle ciotole di avanzi, e delle candele che mi piaceva accendere e attaccare con la cera alla moquette umida (a volte, se mi stufavo di un bicchiere d’acqua, lo svuotavo direttamente per terra). Ecco, quando mia madre mi lanciava contro la sua arringa, la me adolescente pensava questo:
Povera donna. Se solo avessi una vita degna di questo nome! Che misera esistenza la tua, se l’unica cosa a cui riesci a pensare tutto il giorno sono queste futili sciocchezze! (La me adolescente leggeva il dizionario.) Lei poteva starmi di fronte – magari con in mano un panino col brie e cinque sigarette spente sopra – alla fine di una lunga giornata di lavoro da assistente sociale, in mezzo a ragazzini che non avevano il brie per farcire i panini e non potevano strillare VATTENE DALLA MIA STANZA perché quella stanza la dividevano con la loro famiglia. E comunque io guardavo mia madre, quella donna immigrata che cresceva tre figli da sola lavorando sodo, e pensavo: Cristo santo, che palle, ma non ce l’hai una vita? Di tanto in tanto, però, provavo un moto di autentica compassione nei suoi confronti. Autentica compassione significava non cambiare nessuno dei miei comportamenti ma dirle che l’avevo fatto. Quell’aprile le avevo giurato che non stavo fumando. Da qui le sigarette rubate. Da qui il davanzale della finestra.
Non so bene cosa prescriva al giorno d’oggi il galateo rispetto al parlare del proprio peso all’interno di una narrazione, ma un elemento fondamentale di questo antefatto è che la me adolescente era parecchio in carne e allergica all’attività fisica, il che rendeva già una mezza impresa il fatto di salire sul davanzale della finestra. Immagino che una persona più agile si sarebbe seduta con tutte e due le gambe all’esterno, verso lo spiovente del tetto, reggendosi con un braccio allo stipite della finestra, ma io, una volta messa fuori una gamba, non mi scomodai a spostare anche l’altra, e rimasi seduta a cavalcioni sul davanzale di legno mezzo marcio e, come sempre troppo sicura di me, usai entrambe le mani per tirar fuori la sigaretta dal pacchetto e mettermela in bocca.
All 7 and we’ll watch them fall/They stand in the way of love and we will smoke them all
Poi sono, semplicemente, scivolata. O forse il davanzale roso dalle tarme ha ceduto, non lo so. Ma in una frazione di secondo mi ero ribaltata fuori dalla finestra. Adesso ero aggrappata con le dita al cornicione, sospesa come sul ciglio di un dirupo, proprio come si vede nei film. Per quanto tempo resta appeso Cary Grant al Monte Rushmore in Intrigo internazionale? Sembra un lasso di tempo di una lunghezza improbabile. Nel nord-ovest di Londra non sono stati più di tre o quattro secondi. Eppure! Il tempo si è dilatato, o espanso, o qualcosa del genere. Ho scoperto quanto infinito c’è in un secondo. Un’epifania adolescenziale. Ho perfino avuto il tempo di pensare: Questa è un’epifania adolescenziale. E poi: Sembra quel momento in Una pazza giornata di vacanza quando il Seurat si trasforma in tanti singoli puntini di colore, e dentro ogni puntino ci sono altri puntini! Giuro che ho pensato questo. Ed ero così calma! La me adolescente – che era paralizzata e terrorizzata dalla morte come lo rimane tuttora la me adulta – in quel momento, chissà come, provava un senso di calma beata. Avevo diciassette anni. Avevo amato libri, film, dipinti. e l’intera opera di quell’uomo minuto che ora chiamavo con venerazione “symbol”. Avevo amato il mio quartiere, Keats e Whitney Houston, la mia scuola, i miei amici, i miei fratelli, Tracy Chapman e fumare e – ora me ne rendevo conto – perfino l’esperienza di aver vissuto un amore non corrisposto per sei anni (essendo questa un’epifania adolescenziale, ai miei genitori non ho pensato neanche per un millisecondo). E adesso era, come dire, tutto finito? Niente può sbarrare il passo all’amore (me ne rendevo conto). Il cielo è azzurro. E’ una bella giornata. Lasciati andare.
Alla me adulta piace pensare che la mia opera, nel corso degli anni, sia qualcosa che cambia continuamente, che vive, che cresce. La me adolescente non è tanto d’accordo. Dice: nella tua “opera” (occhi al cielo) non hai mai detto altro che quelle stesse due cose che stavo dicendo io il 16 aprile:
a) Il tempo non è quello che pensiamo che sia e
b) Non lo è neanche la volontà.
Atterrai a sedere, nella metà del giardino che apparteneva alla signora del piano di sotto. A quanto pare, mio fratello di mezzo vide qualcosa di grosso passare davanti alla finestra del soggiorno, ma senza rendersi subito conto che ero io. Una delle cose per cui all’epoca gli altri ragazzini mi prendevano in giro era la mia stazza, ma fui io a ridere per ultima, perché a sentire il dottore che in seguito mi operò, era stato il mio “sederone” a salvarmi la vita, cioè il mio culo piatto ma bello solido. Non so se il termine sia clinicamente esatto, ma evidentemente era così che i medici parlavano con le giovani pazienti nei primi anni Novanta. Ma che poteri da supereroe mi sentivo addosso! Ero caduta da più di dieci metri, ed ero ancora viva! Mi ricordo addirittura di aver pensato, in un attimo di euforia, che la prossima magia sarebbe stata alzarmi in piedi e andarmene come se nulla fosse. Poi arrivò il dolore. La nostra vicina, una signora pachistana che parlava poco l’inglese, comparve improvvisamente al mio fianco, dopo avermi intravista dal grosso buco nella recinzione che sia la sua famiglia che la mia si rifiutavano di pagare per riparare. Lei era in preda al panico e io ero molto calma ma non riuscivamo veramente a capir-ci e dopo un po’ restai soltanto lì distesa a guardare il cielo. Lei, però, doveva aver chiamato un’ambulanza, perché mi sembrò che ne arrivasse una quasi all’istante (il tempo non è quello che pensiamo che sia) e mi fecero respirare un gas con dentro qualcosa che colorò tutto il mondo di arancione. Ai fini del mio racconto vorrei tanto poter dire viola, ma era arancione. Che droga meravigliosa che era! A quel punto della mia vita avevo assunto un’onesta quantità di sostanze psicoalteranti e da giovane critica in erba decisi seduta stante di assegnare a quella, qualunque cosa fosse, quattro stelle piene. Adesso vicino a me c’era mia madre, e pensai che fosse per quanto ero strafatta che non riuscivo a dare una risposta precisa alla domanda: cos’è successo? A trent’anni di distanza non sono ancora in grado di farlo. Perché mi sono lasciata andare? Lo volevo? Triste, ero triste. Un attimo prima ero terribilmente triste. Ma dopo ero così felice! Insomma, ero caduta o mi ero buttata? Era stato un incidente? Una scelta inconscia? Una decisione? Tutte queste cose insieme? Cosa intende la gente quando dice di aver scelto una certa cosa? O che desiderava una certa cosa e con la forza di volontà ha fatto in modo che si realizzasse? Capisco che volere e desiderare cose in sequenza è il modo in cui costruiamo e raccontiamo le storie. Ma non è che tutto sia una storia. E come facciamo a sapere quando desideriamo davvero qualcosa, o quando esercitiamo la nostra forza di volontà? Che cavolo è, in fondo, la volontà?
Non sempre mi ricordo che l’aspetto fondamentale di Holden Caulfield è che cerca di impedire che dei bambini cadano da una grande altezza: “Me ne sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo se si avvicinano troppo”. Oltre il precipizio, presumibilmente, sta il mondo adulto degli ipocriti, che sembra sappiano sempre tutto e abbiano una risposta di buon senso a tutte le tue domande esistenziali. Il tempo? Bè, è quello che indica il cazzo di orologio. Basta ricordarsi di spostarlo un’ora indietro in autunno. La volontà? Cristo santo, che palle, dammi pace. Volevi fare una cosa e l’hai fatta: fine del discorso. C’è qualcosa di molto adolescenziale negli scrittori. Continuano a porre domande infantili. E questo è un bene? Da adolescente adoravo Salinger ma da adulta, rileggendolo, mi spiace dover dire che ho una reazione molto diversa. Un conto è continuare a porre le domande infantili, un conto ritirarsi definitivamente nel campo di segale. Per me, il punto è solo quello di continuare a porre le nostre domande infantili al mondo calcificato degli adulti, nel caso possano cambiare qualcosa laggiù, oltre il precipizio. In questo senso, dopo la mia caduta sono stata molto fortunata, perché l’ambulanza mi ha portata dal mio mondo di astratta rabbia adolescenziale dritto nella realtà molto concreta del Middlesex Hospital all’epoca d’oro del servizio sanitario nazionale. Lì ho scoperto che il tempo – a parte essere una questione esistenziale – può anche essere una quantità materiale che gli esseri umani decidono volontariamente di spendere in favore di altri esseri umani, per ficcargli chiodi di metallo nel femore frantumato e sollevargli il sederone piatto infilandoci sotto una padella. Ho imparato che esiste davvero la cosiddetta vocazione, e che certe persone la alimentano con la forza di volontà, non solo studiando la medicina e praticandola ma anche mettendosi sedute al capezzale altrui e scherzando coi parenti. Ho scoperto i diversi livelli di volontà che possono esistere su scala nazionale per costruire un sistema di sanità pubblica finanziato con le tasse dei contribuenti – quell’eterogeneo gruppo di partecipanti volontari e involontari – in virtù del quale un gruppo di professionisti sanitari avrebbe passato quasi due anni ad assicurarsi che un’adolescente squattrinata e scontrosa tornasse a camminare senza che fra le parti in causa ci fosse stato nessuno scambio diretto di denaro. Ma questa è un’altra storia…
Visto che ero troppo pigra per fare gli esercizi di riabilitazione, camminai con le stampelle per un’infinità di tempo. Gli esami delle superiori li feci con le stampelle. Un’insegnante comprensiva mi accompagnò in macchina da casa a scuola e ritorno per sei mesi perché mia mamma doveva lavorare. Nel frattempo, i miei coetanei erano decisamente meno comprensivi. Avevo sempre voluto crearmi intorno un’aura di mistero e di fascino ma quello che mi toccò fu invece una pietà imbarazzata e un silenzio carico di disagio. Nessuno osava chiedermi se avevo tentato di ammazzarmi – neppure la mia famiglia – e anche se a chi faceva domande rispondevo che ero caduta dalla finestra della mia stanza “fumando una sigaretta”, mi sa che nessuno si beveva neanche questa. Come storia non aveva senso, quindi mi rimase addosso come un ingombrante dato di fatto, un dato di fatto che comunque si adattava piuttosto bene al resto della mia reputazione di imbranata stizzosa che faceva sempre cose fuori luogo e vagamente ridicole. Era del tutto sensato, narrativamente parlando, che la ragazzina con la pelle scura e i denti da coniglio che trovava carino portare una scarpa rossa e una bianca, che spesso veniva beccata a fingere di aver visto film che non aveva mai guardato, e che una volta aveva interpretato la parte di un rabbino in uno spettacolo teatrale sull’Olocausto scritto di suo pugno, fosse la stessa deficiente capace di fare un volo di dieci metri e passa cadendo dalla sua stessa casa. Era tutta, al 100 per cento, roba da Sadie. O meglio, da “Zadie” (occhi al cielo), come ultimamente avevo cominciato a pretendere di essere chiamata. La caduta non mi portò nessuna gloria né rispetto, ma mi fece passare il vizio di scrivere discorsi funebri. Avevo corso nella segale fino al ciglio del precipizio e mi ci ero affacciata, e così facendo mi ero scoperta ad apprezzare nuovamente la segale. Presi la mia infelicità adolescenziale e la riportai sulla mia fetida poltrona, aprii un libro, mi ritirai.
A volte mi chiedo: oggi cosa farebbe la me adolescente con la sua infelicità? Dove può andarsene oggigiorno una ragazzina del Ventunesimo secolo, se vuole ritirarsi dalla realtà? (Se vi viene in mente la risposta “su internet”, direi che avete più di cinquant’anni, o per qualche altro motivo siete ancora in grado di concepire internet come separato dalla “realtà”). Temo che le vie di fuga si siano ristrette. Fra tutte le cose che pensavo riguardo al tempo, ad esempio, l’unica a cui non dovevo pensare era se ce ne sarebbe stato o no abbastanza, esistenzialmente parlando. Ma ormai la fine stessa del tempo – l’apocalisse – è diventata, per l’adolescente medio, un’idea del tutto familiare e addomesticata. All’epoca non ricordo di aver preso sul serio il Millennium Bug, ma scommetto che oggi sarei una complottista fissata col problema del 2038. E a chi sarebbero dirette le mie orazioni funebri? L’ambito della mia potenziale invidia non sarebbe più limitato solo alle persone della mia scuola o del mio quartiere. Ora si estenderebbe a tutte le persone che il telefono mi può far vedere, cioè a tutte le persone del mondo. Mi piace pensare che la mia realtà sarebbe comunque, in una certa misura, mediata da Prince, ma so che la sua statura sarebbe infinitamente più piccola di prima, che sarebbe ridotto a una briciola in una rete gigantesca di mediazione digitale così enorme e complessa da sembrare quasi cosmica. Immagino che farei tantissima fatica a capire se voglio davvero quello che mi sembra di volere. Adoro sinceramente la mia lunghissima beauty routine? Voglio veramente restare in fila tutta la notte per comprare la nuova versione del mio dispositivo? Quanta voglia ho effettivamente di vedere Barbie? Non è che qualche invisibile entità commerciale ha preso tutte queste decisioni al posto mio? Credo che l’infelicità adolescenziale non sia poi tanto diversa da quella che era un tempo, ma sono convinta che il suo raggio di azione sia molto più vasto e lo spazio dove rifugiarsi stia quasi scomparendo. Ma è ovvio che io lo pensi: ho quarantasette anni. E’ davvero troppo facile, oggi, per gli adulti, piombare in un abisso adolescenziale di disperazione osservando l’attuale esistenza degli adolescenti, però cerco di ricordarmi che nonostante tutte le evidenti trasformazioni, due delle mie forme preferite, intime, di autoterapia continuano a essere a portata di mano: le persone e i libri. Stare con le persone. Leggere libri. Di tanto in tanto le madri di mezza età irrompono senza bussare nelle camere degli adolescenti e provano a raccomandare queste due cose. Sappiamo tutti come va a finire. Il tempo si annulla. Vorresti non averlo fatto. E allora perché l’hai fatto? Che misera esistenza la tua, se l’unica cosa a cui riesci a pensare tutto il giorno sono queste futili sciocchezze!