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Gaumarjos! Al Teatro India la Georgia brucia tra brindisi e libertà perduta
"La festa" di Manzan e Placidi porta in scena gli attori del Georgian New Theater di Tbilisi, chiuso dopo le elezioni del 2024. Attraverso l'espediente narrativo di una supra, una festa/rito fatta di brindisi alzati al cielo, gli interpreti georgiani raccontano la loro storia dialogando con una turista europea, alter ego scenico degli autori
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14 MAY 26

In georgiano gaumarjos significa vittoria. “Gaumarjos!”. Lo si grida o si sussurra alla fine di ogni brindisi. E i brindisi – racconta “La festa” spettacolo di Leonardo Manzan e Rocco Placidi in scena al Teatro India a Roma fino al 17 maggio – in Georgia sono una cosa molto importante. Si ripetono fino allo sfinimento durante una supra, il tradizionale banchetto georgiano: un’estenuante e festosa maratona di cibo e alcol.
E’ attraverso questo espediente narrativo, quello di una supra messa in scena, che Giviko Baratashvili, Zuka Papuashvili, Anna Tsereteli, gli attori della compagnia residente del Georgian New Theater di Tblisi, in Georgia (chiamato con sarcasmo “il paese delle meraviglie” quasi fino alla fine dello spettacolo) raccontano la loro storia. Accompagnati sul palco dalla strepitosa Paola Giannini, alter ego scenico dei due autori, sperduti europei che nel 2023 sono andati per la prima volta in Georgia per presentare al Gift Festival di Tbilisi il loro “Glory Wall”, uno spettacolo sulla censura che in quel paese aveva tutto un altro e più autentico sapore. E infatti hanno scoperto un mondo. La Georgia aveva appena ricevuto lo status di paese candidato alla Ue ed era attraversata da un’euforia palpabile. Ma quando Manzan e Placidi sono tornati nel 2024 per mettere in scena il loro spettacolo-concerto “Cirano deve morire”, la situazione era molto cambiata. “Spesso – racconta Manzan – ci dimentichiamo che i confini sono idee, astrazioni. Ma sono astrazioni che hanno effetti reali su persone reali. Dall’altra parte del confine può esserci la libertà, ma può esserci anche la perdita di sé e il conflitto. Il confine è una contraddizione: ci intrappola e allo stesso tempo aiuta a non smarrirci. In Georgia ho visto in quegli attori e nei loro concittadini la dolorosa concretezza che un confine può rappresentare, mentre quotidianamente attraversavamo il confine tra la dura realtà della situazione politica e la pura finzione che stavamo costruendo in scena”.
La scenografia dello spettacolo è minimale. Sotto, una linea fatta di frammenti di vetro dei bicchieri rotti dopo ogni brindisi, un po’ marciapiede della bisboccia, un po’ confine tra la Georgia e l’agognata Europa. Ogni frammento di vetro avrebbe una storia da raccontare. Ma posati su questi vetri rotti ci sono due lunghi tavoli neri. Accolgono i calici integri e colmi di vino per i brindisi che devono ancora essere alzati al cielo e che permetteranno, bicchiere dopo bicchiere, agli attori di raccontare al pubblico la loro storia. Sopra, un pannello digitale rettangolare dove scorrono le traduzioni delle battute degli attori georgiani.
L’espediente narrativo è tanto semplice quanto efficace, anche perché questa festa/rito catartico non cade mai nella ripetizione noiosa. Anzi. Grazie al ritmo serrato e a originali variazioni sul tema, tratte da un repertorio che è già cifra stilistica dei due giovani autori, consente agli spettatori di immergersi nelle tensioni e nelle speranze che oggi attraversano la Georgia. D’altronde l’ultima replica al teatro di Tbilsi di “Cirano deve morire” è andata in scena poco prima delle elezioni presidenziali del 2024, quando i sogni della compagnia (e non solo) di vivere finalmente in un paese libero si sono infranti: uno degli attori è stato arrestato in quanto dissidente politico, mentre il teatro è stato chiuso. Appesa proprio lì davanti resta la locandina dell’ultimo spettacolo, quello di Manzan e Placidi che con questo lavoro rendono onore e merito ai loro compagni di avventura georgiani.
“La prima volta che ho lasciato la Georgia – racconta ancora Manzan – lasciavo un paese in festa per lo status di candidato all’Ue. Meno di un anno dopo ho ritrovato un paese diviso, alla vigilia di elezioni fortemente contestate. Nelle manifestazioni lungo il viale Rustaveli risuonava l’‘Inno alla Gioia’: per la prima volta mi sono sentito cittadino europeo e allo stesso tempo mai così lontano dall’Europa. Dopo l’ultima replica, la gioia per ciò che avevamo realizzato era mischiata alla rabbia e alla tristezza per ciò che i miei compagni rischiavano di perdere. Eppure – prosegue il regista – brindavano. Era una festa, nonostante fuori tutto andasse in pezzi”.
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A Roma da sempre, anzi dal 1992, a eccezione di una parentesi di due anni a Perugia per studiare giornalismo. Una laurea in Economia. Prima del Foglio, ha scritto per OmniRoma, Agenzia Nova e il Tempo. Tende ad appassionarsi a troppe cose rispetto al tempo che una vita concede