Luca Cena: “Come trasformare i libri antichi in un racconto emozionale”

Tra manoscritti arabi, Topolino del 1949 e prime edizioni di Harry Potter, il libraio antiquario più famoso del web racconta i suoi tesori, trasformandoli in storie virali

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9 MAY 26
Immagine di Luca Cena: “Come trasformare i libri antichi in un racconto emozionale”
Dicono che Luca Cena sia il libraio antiquario più famoso del web. Chi non è affetto dalla patologia di misurare tutto a numeri ne coglierà la ragione nella sua capacità di raccontare più che nel calcolo dei follower sulle varie piattaforme sociali, conseguenza di quell’abilità. Che sia un trattato di medicina settecentesco o un Topolino del 1949, un curioso manoscritto arabo o la prima edizione italiana di Harry Potter, il dottor Cena – torinese, quarantun anni, un’infruttuosa laurea in giurisprudenza – descrive con dettagli accattivanti le sorti del volume e cattura la friabile attenzione anche di chi stava cercando un video coi gattini.
Cena esercita l’ars narrandi non solo sulla sua libreria, ma racconta da un canale YouTube i misteri del passato (da Landrù all’oro di Dongo) e si è cimentato nella scrittura: due anni fa con “Il Biblionauta”, una guida “per cercatori di libri perduti”; a gennaio scorso con la pubblicazione di “Un destino già scritto - Storie di libri che hanno sfidato l’oblio”.
Quando e come ha iniziato?
Figlio d’arte, ma volevo diventare avvocato. Dopo la laurea feci un anno di pratica e mi resi conto che non era la mia strada. Dal 2011 al 2018 lavorai nella libreria dei miei genitori, poi aprii la mia: White Lands Rare Books a Torino.
Da ragazzo leggeva gli Oscar o i libri rari?
C’erano i libri miei e delle mie sorelle e i volumi preziosi con cui lavoravano i nostri genitori, ma percepiti senza quella sacralità opprimente che finisce più per allontanare che per attrarre. Anzi, c’era un rito bellissimo: quando mio padre tornava con gli acquisti, magari dall’estero, ce li mostrava in cucina. Ora faccio lo stesso con mia figlia di quattro anni perché lei colga all’apertura di un pacco il mio primo sguardo, quello del sentimento puro. Non glielo spiego: spero nel contagio della passione.
Perché ha deciso di comunicare sui social?
Un giorno mi chiesi perché sempre meno persone frequentassero le librerie antiquarie in genere e anche la mia. Ne conclusi che i librai non devono stare seduti ad aspettare: non siamo fornitori inerti, ma dobbiamo innescare la domanda.
Come?
Raccontando. Ogni libro contiene qualche elemento emozionale di curiosità o di meraviglia che bisogna scovare: quando lo trovo, lo comunico. E il prezzo non c’entra: anche un volume recente, reperibile a pochi euro, può avere le sue ragioni di rarità.
Si reputa un buon venditore?
Non pretendo che il mio sia il modo giusto per tutti. Nella maggioranza dei casi più che vendere divulgo, ma è una scelta consapevole: quella di far innamorare, di spingere qualcuno a ricercare un certo volume nella biblioteca di una nonna o di una zia, magari pensando che sia lì. Non succederà con una cinquecentina, ma se presento una prima edizione di Pavese può darsi di sì. Quando un mio video produce questi risultati ne assaporo la soddisfazione.
Spesso mostra nei post la scena dei suoi acquisti. Quanto c’è di vero?
Le scene sono autentiche, ma non sono in diretta. Quando concludo un affare, chiedo al cliente se gli va di replicare la situazione e la riprendiamo senza tocchi di folclore.
Diceva Pontiggia che “il rammarico per un acquisto sbagliato è niente in confronto all’angoscia per un acquisto mancato”. Vero?
Verissimo. Gli affari persi non si cancellano dalla memoria, e le cifre che non abbiamo speso a ripensarci dopo suonano sempre irrisorie.
Lo dice da bibliofilo, bibliomane o libraio?
Forse da tutt’e tre, perché compro solo libri che mi piacciono e vorrei tenere. Quando ne sto accumulando troppi, mi ricordo che questo lavoro è la mia fonte di reddito e che devo vendere.
Come cambia la tipologia del collezionista?
I più giovani sono interessati maggiormente ai contenuti che al pregio in sé, comprano meno ma fanno scelte più chirurgiche, magari dettate da un legame profondo con l’autore. Poi c’è chi cerca un libro per rivivere un’emozione che altrimenti non riproverebbe: persino un vecchio fumetto può realizzare la magia quando è andato smarrito, perché il desiderio s’accende con la perdita e s’appaga col ritrovamento.
Il bibliofilo di fascia alta legge i libri che compra?
Raramente.
Quando acquisisce una biblioteca, magari dismessa dagli eredi, le viene da pensare che è stata messa assieme in una vita?
È un momento emotivo delicato, ma ricordo le parole di un collezionista che un giorno decise di vendere tutto: mi disse che ogni volume l’aveva comprato, a sua volta, da collezionisti, e che ora sarebbero stati i suoi a finire su altri scaffali. I libri non muoiono, ma passano di mano alimentando nuovi entusiasmi. Bisogna vederla così.
Ce n’è uno che vorrebbe possedere?
In questo momento “Il mestiere di vivere” di Pavese in prima edizione con firma e dedica, ma forse la settimana prossima ne desidererò un altro.
E un libro che vorrebbe possedere tutte le settimane?
Il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” di Galilei nella prima edizione del 1632. Gestii con mio padre la vendita di una tra le più importanti biblioteche di astronomia e mi passò per le mani quel volume che cambiò la storia del mondo. Purtroppo i proprietari lo misero tra i lotti che andavano in asta e noi facemmo da intermediari. Me ne sono ricapitate tante edizioni successive, mai più quella. Ma prima o poi…