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La crisi del relativismo e “Il ritorno degli dèi forti”
Il benessere e l’apertura non bastano più a sé stessi, non si reggono da soli. Rimangono valori importanti e da perseguire, ma non sono più in grado di autoalimentarsi. Hanno bisogno di trovare nuova carica spirituale
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7 MAY 26

Foto Olycom
E’ da ieri in libreria “Il ritorno degli dèi forti”, di Russell R. Reno, nella traduzione di Stanislao Leone (Liberilibri, 256 pp., 18 euro). Pubblichiamo la prefazione di Michele Silenzi.
Dopo il 1945, e gli orrori della Seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, l’Occidente si convinse che mai più eventi del genere avrebbero dovuto verificarsi, anche perché avrebbero probabilmente significato la fine dell’umanità stessa. L’ordine uscito da quella catastrofe senza precedenti della storia è stato un ordine globale di successo impareggiabile. La stabilità e la pace durature garantite da un tale ordine hanno portato uno sviluppo formidabile, un benessere diffuso come mai prima, sollevando miliardi di persone dalla povertà e generando sviluppo in ogni angolo del pianeta. Allo stesso modo hanno favorito la progressiva ritirata delle ideologie più violente e retrive alimentate da ignoranza e paura dell’altro e del diverso. Insomma, se non hanno creato il paradiso in Terra o il migliore dei mondi possibili, in pochi decenni hanno però portato il massimo che fosse umanamente fattibile: più libertà, più ricchezza, più opportunità di poter sviluppare la propria vita per un numero incalcolabile di persone che in altri tempi sarebbero rimaste inchiodate a un destino stabilito già alla nascita.
Tale modello di sviluppo è stato appoggiato, supportato e promosso sostanzialmente da tutte le forze politiche che si sono alternate al governo dei Paesi occidentali. Che fossero forze di centro-sinistra o di centro-destra, l’orizzonte in cui si muovevano e per cui lavoravano era simile. Certamente, alcune forze politiche, diciamo progressiste, tendevano a porre maggiore attenzione allo sviluppo sociale e ai meccanismi di tutela, mentre le forze conservatrici spingevano su una maggiore libertà economica e su una più pronunciata stabilità. Nella sostanza, però, vi era un consenso generale sulle cose da fare e su come farle in una pacifica e democratica alternanza. E alla fine si tendeva a remare nella stessa direzione.
Questa situazione viene definita da Russell R. Reno, nel libro che avete tra le mani, “consenso postbellico”, ed è ciò che per l’autore è alla base degli ultimi ottant’anni di storia occidentale. Tale modello si fondava sull’idea che il mondo dovesse essere “aperto”, perché solo da tale apertura mentale, morale, dei mercati e del commercio si potevano generare quel benessere diffuso, quella conoscenza reciproca tra i popoli e quella stabilità in cui era possibile prosperare tutti insieme, di modo che non si ripetessero più gli orrori del passato. E così è stato.
Dal 1945, questo modello, tra alti e bassi, è stato la colonna portante dell’Occidente e, in particolare dopo il 1989, di buona parte del mondo. Oggi, anzi, da qualche anno, esso appare in crisi, minato dagli stessi concetti e dagli stessi punti di forza che ne hanno reso possibile il successo. Il libro di Reno punta a illuminare precisamente tali punti. Che cosa ha reso possibile il consenso postbellico e il suo straordinario successo? In che modo quegli stessi presupposti che l’hanno reso possibile oggi ne stanno minando le fondamenta?
Secondo la ricostruzione di Reno, il consenso postbellico con la sua spinta ad aprire il mondo si è basato sull’idea di “indebolimento”, ossia sul presupposto che per rifondare l’ordine mondiale dopo il 1945 era necessario che non ci fossero più ideologie che si ritenessero portatrici di una qualche “Verità” assoluta da imporre con la forza. Per fare ciò bisognava “relativizzare” il concetto di verità stesso, ovvero svuotare l’idea che possa esistere una qualche verità fondamentale e definitiva, qualcosa di davvero forte (ed ecco “gli dèi forti” del titolo) in cui credere. Tale relativismo, nel contesto postbellico, è ciò che si riteneva necessario per generare quella libera circolazione democratica di idee e prospettive che favorisce la circolazione delle persone, dei capitali, ed è alla base della generazione del benessere.
Il problema che ha sollecitato Reno a scrivere questo libro è il fatto che la rimessa in discussione del modello del consenso postbellico, negli ultimi anni, da parte di quelle forze che sono state definite “populiste”, non può essere dismessa in maniera rapida e grossolana come un incidente storico causato da un’ondata di paura e d’ignoranza, ma deve essere considerata la spia di qualcosa di ben più profondo. Questo qualcosa è il bisogno di appartenenza a un’idea più forte e piena di significato di quella, pur fondamentale, di un’economia ben funzionante e ricca di promesse.
A questo punto, però, è necessario chiedersi come è avvenuta la “crisi” del consenso postbellico. E, soprattutto, come è stato possibile che tale modello, in apparenza perfetto, sia entrato in crisi. Secondo l’autore, la crisi del consenso postbellico è derivata, come accennato, dal suo stesso successo. L’ideale di apertura, di “indebolimento dell’essere”, di relativizzazione della verità che è stato così centrale nella creazione e nella fortuna avuta dal “consenso” è anche ciò che ha generato il rigetto di quello stesso modello. La prospettiva dell’indebolimento, l’idea che non debba esserci nulla di forte e di stabile in cui credere, ha comportato, nelle società occidentali, il dominio di un pensiero critico talmente radicale e corrosivo da essere divenuto insostenibile per la maggioranza dei cittadini. Secondo tali prospettive l’idea stessa di verità, anche la più scontata e ovvia, come quella che dice che un uomo è un uomo e una donna una donna, è qualcosa da rigettare. In senso più ampio, si può dire che tutte le idee che stabiliscono una demarcazione forte, un limite, un confine vengono considerate come “pericolose”, reazionarie e, ovviamente, proto-fasciste.
Questo inesauribile gioco al rialzo dell’ideale “dell’apertura” e della distruzione dell’idea di verità ha lasciato l’intera società occidentale senza una casa spirituale in cui collocarsi. Nel frattempo, però, ed ecco il paradosso, la parte “debole” e “aperta” è divenuta quella “forte”, ossia quella dominante, al punto che chi non si riconosce in questi ideali assurti a nuova “Verità” condivisa viene squalificato socialmente e posto fuori dal consesso civile come una sorta di selvaggio, di primitivo, o di nostalgico dei tempi autoritari.
Questa fanatica cecità e questa devozione manichea agli ideali “aperturisti” hanno impedito di vedere l’insoddisfazione che montava dal basso. Tale insoddisfazione, secondo Reno, è qualcosa di molto più profondo ed epocale del semplice rigetto di un modello politico culturale. Si entra qui, infatti, in quella fondamentale dimensione umana che potremmo definire “bisogni extra-razionali”, ossia in quella componente cardinale della nostra esistenza che esula dai meri dati concreti, ma non per questo è meno vitale e palpitante. Essa ha a che fare con il bisogno profondo, e non semplicemente folcloristico o fideistico, di avere qualcosa di “assoluto” a cui essere leali, di avere una verità da poter perseguire, e sulla cui base costruire la propria vita. Per riflettere seriamente su questi temi, secondo Reno, dobbiamo innanzitutto comprendere una cosa che appare ovvia, ma che così ovvia non è. Ossia che non siamo più nel Novecento, che non c’è alcuna svastica all’orizzonte. Che una certa epoca è tramontata per sempre. Abbiamo imparato dai nostri errori. Quindi dobbiamo poter tornare a parlare di qualcosa che per noi possa avere un valore e un’importanza assoluti.
Nessuno, tantomeno Reno, si sogna di buttare via quanto di buono è stato creato. Anzi, per pensare di poter proseguire nella tradizione occidentale e per ripensare su basi nuove un modello per l’Occidente, bisogna recuperare concetti che la smania relativista e “debolista” degli ultimi ottant’anni ha interamente gettato via. E questi concetti possono riassumersi nell’espressione che dà il titolo al libro, gli dèi forti, che non sono altro che quelle idee verso cui poter provare un amore profondo, e che costituiscono i tasselli emotivi, spirituali, intellettuali entro cui riuscire a costruire una prospettiva condivisa. Questi dèi forti, infatti, secondo Reno, non vengono solo “da destra” ma anche, come già visto, “da sinistra”. Il fatto che la prospettiva dell’indebolimento sia divenuta sempre più dominante, persino autoritaria, non è altro che la dimostrazione che alla fine della prospettiva dell’indebolimento, paradossalmente, si trova qualcosa di “forte”, ossia qualcosa in cui volere credere con forza, come se si trattasse del surrogato di una verità religiosa.
Secondo Reno è impossibile vivere senza una verità condivisa, senza quella che in filosofia si chiama metafisica, ossia un fondamento al cui interno riconoscere sé stessi, i propri valori e coloro che sentiamo come vicini, precisamente in forza di quella stessa condivisione di valori. Alla base di ogni epoca vi è una qualche metafisica. Anche quella che c’è stata dal 1945 ad oggi, e che si può definire “metafisica dell’indebolimento”, era una metafisica. Oggi questa prospettiva mostra la corda, è giunta a un punto di consumazione che induce a interrogarci sull’esigenza di pensarne una nuova. Una società senza metafisica, infatti, è una società morta perché vive, si muove, consuma, lavora, ma non sa né perché né per come.
Il benessere e l’apertura non bastano più a sé stessi, non si reggono da soli. Rimangono valori importanti e da perseguire, ma non sono più in grado di autoalimentarsi. Hanno bisogno di trovare nuova carica spirituale. L’idea tecnocratica secondo la quale basta fare le cose “bene”, ossia secondo gli schemi approvati dagli esperti, non è sufficiente a sostenere il nostro mondo.
Lo sforzo intellettuale, e politico, dinanzi a cui ci pone Reno è epocale. Ma è uno sforzo degno della grande fase storica di transizione in cui ci troviamo. Si potrà non essere d’accordo con alcune cose che Reno propone in questo libro, o anche con molte di esse. Prima di pubblicarlo, infatti, ci abbiamo pensato a lungo. Non per la sua qualità, che penso sia oggettiva anche per chi dissentirà su certe prospettive, bensì perché questi contenuti in parte sfidano quella che è da sempre la linea di pensiero della nostra casa editrice. Alcune letture proposte da Reno riguardo a giganti come Friedrich von Hayek e Milton Friedman ci hanno lasciato diverse perplessità, eppure l’originalità e la forza della riflessione del teologo americano ci hanno fatto credere che fosse urgente e imprescindibile proporlo all’esame e al giudizio dei nostri lettori italiani.