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Vestivamo alla georgiana. Metti Carrère a Milano
Millequattrocento persone al teatro Dal Verme, ressa per il firmacopie. Carrère e il nuovo capitolo della saga familiare, tra la mamma accademica di Francia e il papà ossessionato da lei e soprattutto dalla sua famiglia
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6 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:56 AM

Cos’è, un concerto? Di Taylor Swift? Di un neomelodico milanese? Di un Michael Jackson redivivo (non quello del nipote, travestito da Michael Jackson, che imperversa nel biopic “Michael”)? La coda per il teatro Dal Verme arriva fino a Foro Buonaparte, fin quasi dentro il Decathlon. “Scusi, per Carrère?”, chiedono ragazzi con Barbour d’ordinanza, giù nella metro rossa, forse membri di quella specie ora in voga dei maschi performativi, che leggono o fan finta di leggere solo per rimorchiare, e ragazze tardo hipster, e poi anziani, e società civile, molta società civile, che accorre. Quando il libro chiama, Milano risponde (mica come a Roma, che devi “appendere il prosciutto”, si dice, per avere qualcuno ai millemila reading che si susseguono ogni sera, dal Quarticciolo al Tridente). Carrère va in scena al Dal Verme, casa e bottega, cento metri più giù c’è l’augusta casa editrice Adelphi, quella che l’ha reimpacchettato e ribrandizzato dopo la sua prima esistenza Einaudi.
Ma adesso nei toni pastello Carrère è la rockstar che tutti vogliamo sentire. Alle 19.30, tardi per la classica presentazione libresca, ma siamo a Milano e prima si fattura. 1.400 spettatorilettori, calca per ritirare gli accrediti, Carrère parla del suo nuovo romanzo, “Kolkhoz”, che sarebbero i vecchi collettivi agricoli russi, da cui un modo di dire di casa, “fare Kolkhoz”, cioè stare tutti insieme nel lettone con la mamma celebre storica della Russia e prima donna ammessa all’Académie française, Helène Carrère, e pure d’Encausse, come si chiama del resto lo scrittore, “Carrère d’Encausse”, predicato che però si scopre taroccato dal padre ossessionato dalla nobiltà, e il padre è la rivelazione del libro, straordinario personaggio, vittima sacrificale della energetica Hélène, per oltre mezzo secolo di matrimonio, ma se resisti oltre mezzo secolo, dice Carrère sul palco, vuol dire che non doveva essere così male la vita con lei. E poi quanti ne conosciamo a Milano e Roma che si abbassano il “De” in “de”, e si inventano nobili col favore delle tenebre, e non sono neanche padri di romanzieri eccelsi. Unico caso forse al mondo, inventandosi il cognome, i Carrère alla fine sono diventati i veri nobili: chi saprebbe mai oggi, infatti, dell’esistenza della vetusta casata d’Encausse, se non fosse per questo papà un po’ Patrizia De Blank che sogna i blasoni, e questo figlio impiccione che va a rovistare nei segreti così ben seppelliti di famiglia? Perché Encausse era semplicemente un posto sperduto, una stazioncina termale da cui arrivavano certi nonni, nei Pirenei, e papà Carrère (poi d’Encausse) tanto briga che se ne appropria. E le pagine in cui lo scrittore, tra l’enorme appartamento materno in dotazione agli “immortali”, come si chiamano gli accademici di Francia, e lo studiolo paterno, dove il genitore tiene i faldoni delle sue farneticanti ricerche genealogiche, sono insieme tenere e comiche.
Che poi come si pronuncia? Kòlkoz? Kolkòz? E’ il tragico dubbio che attanaglia i maschi performativi in coda. I maschi performativi sono angosciati. “Kolkós”, mi dice Carrère in camerino, con l’accento sulla seconda o, accento acuto, e la esse sonora o dolce, come in “rosa”, ecco, facciamo anche servizio pubblico (“che poi è un titolo anche facile da tradurre, è multilingue, come il precedente Yoga”, dice lo scrittore, che sembra molto più di buonumore che in passato).
Questo “Kolkhoz”, che racconta del papà aristo-vittima e della mamma paladina delle lettere francesi, è il secondo atto di una tragedia-farsa-commedia partita con Un romanzo russo, dove Carrère smascherava il nonno, quel Charles dal cognome impronunciabile georgiano, Zourabichvili, il cognome di sua madre, e Charles Zourabichvili fu collaborazionista filonazista, tenuto nascosto da Hélène e da lui altrettanto scrupolosamente rispolverato ed esposto al pubblico. Dopo di allora, dice Carrère, con la mamma non si son parlati per dieci anni. Te credo. Adesso la mamma non c’è più e manco il papà, ma le sorelle, dice, hanno dato l’ok a questo nuovo cold case familiare che piace tantissimo. E forse c’è anche tanto pubblico perché la mamma è il grande tema della letteratura di quest’epoca, è pieno di mamme cattive da premio Strega, mamme psicotiche, mamme sull’orlo di una crisi di nervi nei libri italiani – però questa mamma Carrère (talvolta d’Encausse), mancata tre anni fa, istituzione culturale francese, doveva essere proprio un gran personaggio. Conosceva talmente bene la Russia da esser diventata “non una storica della Russia ma una storica russa”, e anche, dice il figlio, una mentitrice seriale, a forza di studiare quel “paese a dissonanza cognitiva” che è l’ex Urss, “dove la povertà viene chiamata ricchezza, e il fallimento successo” (leggendo le avventure dei Carrère si capisce molto più di Putin e del suo paese semifallito che molti oggi si ostinano a credere florido e ganzo che non in tanti saggi di geopolitica).
La mamma, stoica fino alla fine, muore di cancro senza un solo lamento, la mamma fa docce fredde ogni mattina, la mamma vuole essere chiamata “segretario perpetuo” dell’Académie – rigorosamente al maschile. La mamma è un deposito di storie fantastiche, che il papà annota sognante - e alla fine si capisce che si inventa nobile pure lui, per non crollare sotto l’epica familiare della moglie. Con tutte le storie di granduchi (veri) improvvisamente fuggiti a Parigi e divenuti tassisti dopo la rivoluzione d’ottobre, con l’ irresistibile nonna (vera) principessa russa che viene trattata molto dall’alto in basso dai parenti georgiani poveri acquisiti, in un matrimonio inconcepibile in tempi normali, e invece sì nel ‘17, col mondo sottosopra. Ma i georgiani sono il popolo, racconta Carrère, con meno complessi al mondo, e dunque la principesca sposina viene ammessa pure col sopracciglio alzato nella modesta famigliola della Georgia, paese che invece la storica e stoica Hélène considererà più che altro popolata da allegri sbevazzoni. Molte ascese sociali e cadute rovinose, e poi risalite balzachiane, come al solito tra realtà e finzione, “du côté de chez Carrère”, avventure mirabolanti, coi parenti poveri georgiani che ora, alla fine della fiera, sono presidenti della Repubblica (la cugina Salomé Zourabichvili è diventata capo di Stato nel paese invaso da Putin nel 2008).
Insomma un “vestivamo alla Georgiana” assai gustoso, e chissà che ne direbbe questa mamma fondamentale. Beniamina di talk televisivi, alla domanda “dove prende tutte queste informazioni”, rispose “be’, leggo la Pravda, come tutti”. Aveva scommesso sulla non-invasione dell’Ucraina da parte di Putin, ci rimase malissimo. Ma Macron ha fatto un gran discorso, alla sua dipartita, per questa donna “figlia di poveri esuli che aveva imparato il francese a cinque anni ed è divenuta l’incarnazione della Repubblica francese e della sua lingua, che ha servito sino all’ultimo istante”, e che “ha saputo inventarsi un destino”, aggiunge Carrère. Era anche un’altra generazione, con le mamme che non scrivevano nelle chat di classe. Una che “non importa se prendevi due a scuola, basta che a casa leggessi libri, e la cosa grave è che andava anche a dirlo ai professori”. Quindi L’idiota messo in mano a 13 anni, in due copie, “una io e una lei, così potevamo leggerlo insieme e confrontarci”; ma se Dostoevskij è approvato, Tolstoj era considerato in casa Carrère (d’Encausse) “leggero, autore di romanzetti” (ma poi ci si ricrederà). Applausi, sipario, eccoci in fila per “il firmacopie”, i performativi e tutta la società civile milanese, c’è il re dei podcast e forse prossimo sindaco Mario Calabresi, lo stato maggiore Adelphi, e poi scrittori stravolti, siamo lì a rosicare, mentre Carrère firma, firma, almeno seicento copie vendute, che invidia: coi libri sulle mamme italiane questi numeri non si fanno mica.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).