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La Biennale del consenso e la dimenticata libertà di parola
Quando parliamo di libertà dell'arte, parliamo di una cosa semplice: il libero dissenso, del pensiero non censurato, dell’arte e della cultura non al servizio di un regime o di una dittatura. Come invece avviene in Iran, in Cina, a Gaza dopo la vittoria di Hamas nel 2006 e anche in Russia
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5 MAY 26

Foto Ansa
Dicevano, ribadiscono: si riapra il Padiglione russo a Venezia in nome della libertà dell’arte. Certo, come no. Assisteremo, che so, a un reading degli scritti di Anna Politkvskaja, per il ventesimo anniversario dell’assassinio putiniano della giornalista ammazzata in nome della libertà d’espressione? Ascolteremo un discorso della vedova di Navalny a nome del dissenso conculcato a Mosca, dove è proibito persino definire guerra “l’operazione speciale” di aggressione all’Ucraina? Guarderemo una scultura, per dire, alla maniera di Giacometti per ricordare i cadaveri dei cittadini ucraini di Bucha abbandonati ai bordi della strada, le mani legate con il fil di ferro? Un’architettura in stile brutalista del teatro di Mariupol bombardato in nome della libertà dell’arte (con tutti i civili dentro) dai volenterosi carnefici di Mosca? Un mosaico di volti di artisti ucraini assassinati in questi quattro anni? No, vedremo invece in nome della libertà dell’arte frotte di sconosciuti “artisti” di regime addestrati, selezionati e arruolati da un’associazione governativa, la Smart Art, diretta dalla commissaria ufficiale di Putin Anastasia Karneeva e dalla figlia del ministro Lavrov (quello di Zelensky è “un ebreo nazista”) Ekaterina Vinokurova. Come se nel ’38 un’agenzia hitleriana con a capo la figlia dell’omologo ministro von Ribbentrop avesse inviato neanche Leni Riefenstahl, che insomma artisticamente nulla da eccepire, ma la squadra di imbrattatele che avrebbe dovuto dare fulgore all’arte germanica dopo la messa al bando dell’arte degenerata nel 1937. Non ci sarà l’uomo che chissà se in Russia considerano un intellettuale eccentrico e trasgressivo come Vladimir Solovev, quello di “PuttaMeloni”. Ma resta una cosa grottesca. Povera Biennale del dissenso voluta con coraggio negli anni Settanta da Carlo Ripa di Meana. Adesso scocca l’ora, con coro di voci entusiaste, della Biennale del Consenso, piuttosto.
Di cosa parliamo quando parliamo di libertà dell’arte? Parliamo di una cosa semplice: del dissenso libero, del pensiero non censurato, dell’arte e della cultura non al servizio di un regime o di una dittatura, degli artisti dissidenti che non patiscono carcere, impiccagioni, repressione. Come invece avviene in Iran. Come in Cina. Come a Gaza dopo il 2006, quando Hamas ha cominciato a buttare giù dai palazzi i rivali dell’Autorità nazionale palestinese, oltre agli omosessuali in blocco. Come nella Russia di Putin, ex Kgb, dove è stata perseguitata persino l’associazione Memorial che ricordava le vittime delle atrocità sovietiche, la libertà negata in decenni e decenni ad Anna Achmatova, Osip Mandelstam, Boris Pasternak, Isaak Babel, Marina Cvetaeva, Michail Bulgakov, Vsevolod Mejerchol’d, Iosif Brodskij e chissà quante altre a quanti altri (chiedere alla grande Serena Vitale i nomi, li sa tutti!). Qualcuno si vorrebbe portare avanti pure qui, censurando libri, presentazioni, case editrici, stand, librerie non conformi alla “parte giusta”. Ma insomma, non esageriamo, qui per fortuna nessuno va in galera per le sue idee, fossero anche le più riprovevoli. E nemmeno in Israele vanno in galera David Grossman, oppure Etgar Keret, oppure Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori del documentario “No Other Land” che è un pugno in faccia alla dirigenza israeliana e ora la neo-alleanza tra Bennett e Lapid viene accreditata dai sondaggi di una maggioranza di 61 seggi, con possibile (possibile, eh) accompagnamento a casa del satanico Bibi: vedi come può, o potrebbe, funzionare la democrazia dove le idee sono libere. E a proposito di libertà d’espressione, provate a chiedere in quale unica città del medio oriente espongano (tra mille proteste degli estremisti, certo) i libri di un palestinese dissidente ma critico feroce del sionismo come Edward Said. La risposta è: Tel Aviv (credo anche di Gerusalemme, ma non ho controllato di persona). Poi provate a spiegarlo a Venezia, dove adesso vogliono assegnare al pubblico pagante, con sublime gesto populista, la palma dell’arte vincitrice. Chissà se con il televoto. Libero, si intende.