I libri snob secondo Jonathan Galassi

L'executive editor e presidente emerito della Farrar, Straus & Giroux ha pubblicato gli autori che tutti fingono di aver letto. Conversazione col demiurgo dell’editoria americana

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4 MAY 26
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Jonathan Franzen, Ben Lerner, Jeffrey Eugenides, Denis Johnson, Sally Rooney, Rachel Cusk, Scott Turow… Sono solo alcuni dei nomi della scuderia dell’editor Jonathan Galassi. Le sue creature non solo hanno segnato la letteratura anglosassone degli ultimi decenni. Ma, con gran sorpresa, hanno anche venduto. Galassi è riuscito nell’impresa impossibile di far convergere i libri nelle classifiche di qualità delle riviste snob e in quelle delle vendite di Amazon. E’ uno dei motivi per cui, a 76 anni, Galassi è ancora executive editor e presidente emerito della Farrar, Straus & Giroux, fucina di libri premiati e fotografati su Instagram dai performative male con le cuffiette a filo e letti dal popolo highbrow, nelle loro poltrone di pelle dell’Upper East Side. Nella casa editrice americana sulla Broadway nascono i libri preferiti dalle bookgrammer impegnate e dagli aspiranti scrittori di Brooklyn, Isola e Pigneto. E’ una sorta di Diavolo veste Prada ma dell’editoria, dove si decidono i gusti del popolo di lettori, un po’ come il maglioncino blu di Anne Hathaway nel film. Lì, a un passo da Zuccotti Park, vengono editati e scelti, sotto lo sguardo di Galassi, i futuri finalisti al Pulitzer o al National Book Award e, se l’occidente regge, i futuri Nobel. Nato a Seattle ma cresciuto nel New England, Galassi è un Giano bifronte, un dio degli inizi materiali e immateriali, perché pur portando avanti l’attività di grande eminenza del publishing è anche poeta. La sua ultima fatica, The Vineyard “è un lungo poema che parla dell’invecchiamento, di giardini, di rimpianti, di amore. Una specie di miscellanea autobiografica ambientata a Long Island”, dice al Foglio. Camicia rosa a quadri, né grandi nei piccoli, sotto un blazer, Galassi ha un look rilassato da professore in vacanza che ama l’Italia e sa ordinare senza Google translate e non si sogna di bere un cappuccino con la pasta. Gli occhiali da vista, con lenti fotocromatiche, si scuriscono appena arriva un po’ di sole su campo Santa Margherita. Lo incontriamo a Venezia dove è ospite del festival Incroci di civiltà e dove ha ricevuto il premio internazionale Cesare De Michelis per l’editoria. E dove ha anche letto le sue poesie, in un italiano impeccabile. La sera prima sono venuti a sentirlo figure chiave del mondo dei libri stampati, da Carlo Feltrinelli alla presidente di Adelphi Teresa Cremisi, dalla vicepresidente di Marsilio editori Emanuela Bassetti a Robert Morgan, l’uomo a cui Brodskij ha dedicato Fondamenta degli incurabili, il libro più letto sulla Laguna.
E’ una sorta di Diavolo veste Prada ma dell’editoria, dove si decidono i gusti del popolo di lettori, un po’ come il maglioncino blu di Anne Hathaway nel film
Galassi è sempre contentissimo di essere in Italia, lui che ha radici, da parte di padre, nel Molise. Suo nonno era arrivato a inizio Novecento tredicenne facendo pavimenti e poi mescolandosi con i Wasp. Parliamo con Galassi dei grandi allarmi sui bassissimi livelli di lettura, di studenti universitari che non riescono a finire libri di Jane Austen per il corso di letteratura inglese, di professori disperati dai livelli indecenti di attenzione. “E’ un problema americano, certo. Parlando però con i miei colleghi europei ho capito che è un problema un po’ ovunque”, ci dice l’executive editor di FSG. E l’editoria, oggi, non va proprio bene a livello finanziario. “I lettori letterari, di fascia alta, sono molto meno fedeli di un tempo. E molto spesso non hanno letto i libri necessari per leggere questi nuovi libri di alto livello che escono”, ci spiega. Mancano spesso le basi. “E’ anche un effetto di internet. E anche in Europa, in Italia, il paesaggio mediale è molto più americano di quanto non fosse prima”. E’ la morte dei libri? “Leggere adesso è più un’attività opzionale rispetto a un tempo. Ma i giovani vogliono ancora essere a contatto con la grandezza”. E in effetti i nomi che escono da FSG lo dicono. Ma in questo “nostro crazy business”, come chiama Galassi l’editoria, ci si è dovuti adattare a vari cambiamenti strutturali della società, e a inventarsi nuovi modi per vendere. Come le booktoker e le bookinfluencer. “Le usiamo quando possiamo per lanciare qualche libro sul mercato. Ma penso che il fenomeno si esaurirà. Penso che le persone si sposteranno su qualcos’altro”.
E in questi ultimi anni abbiamo assistito a un’esplosione di bookclub, spesso ridicoli, anche organizzati da star e brand, da Dua Lipa a Reese Witherspoon passando per Miu Miu. “Sono cose molto middlebrow”, cioè prodotti culturali di facile accesso. “Ed è su questo tipo di prodotti che si sta reggendo il nostro mondo. Sono libri per gente che non ha letto molto, che ne sente parlare da qualcuno, che sembrano attraenti, e che sono stati scritti per loro. E a livello commerciale questi che tiene in vita il nostro business, non magari quello di FSG, nello specifico, ma l’editoria”. Galassi è cauto a esagerare nelle previsioni. E ci tiene a dire che nelle loro carriere tutti gli editori sbagliano, perché sono umani, e che qualche sòla c’è capitata anche lui. L’unico che pensava di non sbagliare mai, dice ridendo, “era Roberto Calasso”. E c’è anche un po’ di nostalgia per gli anni d’oro dell’editoria, quando anche i piccoli editori indipendenti andavano a dormire nei Grand Hotel e non, come ora, sui divani degli amici per il Salone del Libro. E “quando ci ubriacavamo a Francoforte”, alla Buchmesse, la più importante fiera di libri al mondo, dove si gioca tutto su diritti e traduzioni, il luogo dove si lanciano carriere. Galassi non smette di ricordare il suo maestro, Roger Straus, che l’ha accolto in casa editrice dopo che l’avevano licenziato da Random House, perché non portava libri che vendevano. Straus, morto nel 2004, “ha sempre avuto un orientamento europeo”, tanto che per un periodo andò in Italia, dove scoprì Carlo Levi e Moravia, Pavese e Guareschi, allora ancora agli inizi. “E fu Inge Feltrinelli a spingerlo ad andare a Francoforte. Roger credeva nel divertimento che c’è nel pubblicare libri. E che ora c’è, forse, un po’ meno”.
“I lettori letterari, di fascia alta, sono molto meno fedeli di un tempo. E molto spesso non hanno letto i libri necessari per leggere questi nuovi libri di alto livello che escono”
Ma, dicevamo, Galassi è anche un poeta. Ha studiato ad Harvard con i grandi poeti confessionali, massimi aedi del dopoguerra: Elizabeth Bishop e Robert Lowell (tre Pulitzer in due). Anche per lui la poesia ha il potere di essere strumento massimo di confessione. Lo dimostra il suo libro del 2012, Left-handed dove ha raccontato del suo amore per un uomo, dopo 36 anni di matrimonio con una donna e due figli. Un coming-out in versi. “Per me la poesia è stato un modo per arrivare verso chi ero davvero. Ci è voluto tantissimo”, ci dice. “La poesia è una cosa dove tutto viene messo sul tavolo e quello che esce fuori deve essere reale, vero”. Galassi ha anche scritto due romanzi, School days e Musa, quest’ultimo pubblicato in Italia da Guanda, che è una storia di editoria newyorkese, di un giovane editor schiacciato tra due grossi editori, figure paterne. L’ha scritto per divertimento, dice, “sapendo che non sarei stato il prossimo Faulkner. Non l’ho preso in modo terribilmente serio”. Nel 2010 il volto di Jonathan Franzen, di cui Galassi è ancora orgoglioso, ricordando la lettura del suo primo manoscritto – “col terrore che a un certo punto mi deludesse, cosa che non è successa” – è finito sulla copertina di Time magazine. Ci si chiede se oggi gli scrittori abbiano ancora quel ruolo nella società. “Il ruolo di Jonathan nella cultura oggi è diverso, ma la qualità delle sue cose è ancora fantastica. Dopotutto non è più il giovane turco di allora. Ha 66 anni, dieci meno di me. Ora stanno facendo una miniserie tratta dalle Correzioni con Meryl Streep e sta finendo il terzo romanzo della sua trilogia. E per quanto sia un grandissimo romanziere, è anche molto interessato nelle sue trasposizioni”. Oltre che agli uccelli, in quanto vero patito di birdwatching, come scrive a volte sul Guardian. Galassi ci dice che ci sono futuri nuovi Franzen all’orizzonte, ma non se ne occupa lui, che lavora solo con i suoi “vecchi” autori. “E poi oggi c’è molto focus sull’autofiction”, dice. E cita Rachel Cusk, che è “favolosa”. Scrittori che si sono stancati di creare personaggi dal nulla e farli muovere in giro come omini di The Sims. “La literary fiction si sta allontanando dal realismo”, dice. “Si fanno sempre più cose che guardano verso chi scrive, si analizzano i propri dubbi. Molte di queste voci sono di donne. Però non so quanto possano essere popolari questi scrittori di autofiction. Sono molto letti, se ne parla tanto, ma non so se possono vendere 150mila copie”.
Forse gli autori si sono stancati dell’epica. “Ci sono però ancora scrittori come Franzen, molto realisti, con la sua trilogia sulla famiglia che possiamo dire essere influenzata anche da Elena Ferrante. Ed è una sorta di epica. Ma penso che quando si sceglie di scrivere così bisogna farlo con un certo criterio. Non è che ti siedi e scrivi come faceva Victor Hugo. Deve esserci più consapevolezza di sé”. Elena Ferrante, il grande jolly che esce sempre fuori, il grande caso che ha rimesso l’Italia sulla mappa libresca, oltre che a fare il lavoro dell’ufficio del turismo di Napoli. Che poi Elena Ferrante noi l’abbiamo celebrata solo dopo che è esplosa in America. Galassi ride. “Forse voi italiani apprezzate le cose solo quando le apprezza anche qualcun altro”. Ora, ad esempio, gli americani stanno scoprendo Natalia Ginzburg. Qualche anno fa gli hipster e gli urbanisti hanno scoperto Italo Calvino. “Ci sono molte riscoperte in corso”, dice Galassi, e secondo alcuni è anche un modo per risparmiare, non dovendo elargire anticipi. “Non penso però che queste riscoperte possano diventare bestseller. Però portano nuovi lettori. Le persone sono curiose, non va dimenticato”. Lui stesso, Galassi, è una sorta di influencer in terra americana di Eugenio Montale, propulsore a New York di Giacomo Leopardi. Li ha tradotti e portati oltreoceano. Dice di esser rimasto stupito quando a Trieste, nella libreria dove andava Saba, non ha trovato nemmeno un libretto di Montale. “Non lo leggete più?”, chiede, intendendo noi italiani? Beh, forse al ginnasio, o quando si va in vacanza a Monterosso. E qui possiamo aggiungere un altro volto al poeta-editor Galassi, trasformandolo nell’Antitrinità di Grünewald, o in quell’allegoria della prudenza di Tiziano, dove le tre facce convivono su un unico corpo. Perché Montale, dice, “è l’ossessione di una vita”, e ora sta lavorando alle opere tarde, dove ne esce fuori “un Montale sempre più apertamente reazionario, sia per via della guerra, sia perché da giornalista vedeva il mondo con un’altra prospettiva. E poi”, dice ridendo, “le sue donne erano tutte scomparse. Di cosa scrivi quando questo succede?”. In fondo, spiega, che gran parte della nostra tradizione poetica si basa su quello. Secondo Galassi la poesia italiana oggi è molto più interessante di quella americana, anche perché quella americana oggi “è molto incentrata sull’identità”. Pensiamo alla poetessa più famosa del paese, l’afroamericana Amanda Gorman, classe ‘98, che lesse all’inaugurazione di Joe Biden vestita di giallo, e i cui temi si concentrano su femminismo, oppressione e razza. Il wokismo ha cambiato l’editoria? “I premi vanno spesso a persone che scrivono di temi identitari”, dice Galassi. Ma porta anche a riscoperte. “L’hanno scorso ho pubblicato, da editore, una nuova biografia di James Baldwin ed è stato un successo gigantesco. Anche se l’ha scritta una persona bianca ma è molto profonda. Gran libro. Lui sta diventando una sorta di eroe culturale”.
“Forse voi italiani apprezzate le cose solo quando le apprezza anche qualcun altro”
Se le riviste culturali e letterarie sono diventate “reliquie del passato”, o che siano troppo accademiche e poco militanti, dice Galassi che è stato “tantissimo tempo fa” editor della poesia per la Paris Review, è convinto che l’intelligenza artificiale non sia una minaccia. “Non per un vero scrittore”. E poi, “potrà essere utile nell’editoria, per “fare le cose pratiche e meccaniche, e forse ci saranno dei tipi di scrittura dove qualcuno la userà, che però non è vera scrittura. Ma un romanziere? Non penso che l’AI possa minacciare un romanziere”. Racconta, ridendo, di aver usato ChatGpt quando è uscita, anni fa, per curiosità, chiedendogli un sonetto shakespeariano, che è riuscita a fare. Quando gliene ha chiesto uno “petrarchiano, non sapeva cosa fosse. Ma magari nel frattempo ha imparato”.
Con i suoi vari ruoli negli anni dentro FSG, Galassi ha lavorato con premi Nobel come Vargas Llosa, Louise Glück, Derek Walcott e Seamus Heaney, poetesse come Anne Sexton, pesi massimi del new journalism come Tom Wolfe, e Roberti di successo come Bolaño e Saviano. E qui solo per citare la créme, di vendite o di stile. Adesso “stiamo per pubblicare Emmanuel Carrère, che ha un ruolo più importante qui in Europa. Ma è forse troppo sofisticato, troppo difficile per gli americani”, spiega. E poi sono in cantiere anche Edouard Louis, giovane romanziere della Francia proletaria, e Michel Houellebecq. Ma, dice Galassi, “il miglior libro italiano che ho letto di recente è La bella confusione di Francesco Piccolo – la storia di Claudia Cardinale tra il set del Gattopardo e quello di Otto e mezzo – ma perché cedo sempre su qualsiasi cosa abbia a che fare con Visconti. Purtroppo il libro di Piccolo non siamo riusciti a prenderlo, ce l’ha soffiato un altro editore”. Il romanzo che avrebbe voluto pubblicare? “Il miglior romanzo del Novecento, e cioè, ovviamente, il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa”.