Peppe Servillo: “Una ‘madre di fuoco’ dal libro di Franchini alla scena”

"Nel racconto sviluppato da Franchini sulla madre Angela ho rivissuto molte emozioni che sentivo mie, espresse in un rapporto straordinario tra il registro drammatico e quello comico"

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3 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 10:59 AM
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Negli ultimi tempi, per qualche ragione che trascende la celebrazione dei suoi 2.500 anni, si sono moltiplicati i richiami alla mitica fondatrice di Napoli: la sirena Partenope è protagonista di una mostra al Museo Archeologico Nazionale che resterà aperta fino a luglio; ha dato il titolo a un film di Sorrentino; è stata effigiata nei murales e in una statua di Lello Esposito; la squadra di calcio l’ha raffigurata su una maglietta nella scorsa stagione. Incantevole o feroce, l’archetipo di una madre comunque imprescindibile s’è calato dal mito anche in una storia individuale con il libro di Antonio Franchini “Il fuoco che ti porti dentro”, uscito nel 2024 contro e fuori una stagione impregnata di friggitoria giallistica nella città dove pochi scrivono troppo e troppi leggono poco. Forse non è un caso che a trarre un recital dal libro (che presto sarà un film di Edoardo De Angelis) sia stato Peppe Servillo, casertano ma figlio adottivo della Sirena; non un caso perché vinse Sanremo nel 2000 con gli Avion Travel celebrando, in “Sentimento”, Ulisse su quel mare dove il “tempo che non passa mai ci cercò ci trovò”. Con il chitarrista Cristiano Califano, Servillo ha rappresentato “Il fuoco che ti porti dentro” anche a Napoli il 30 aprile scorso per il Maggio della Musica di Villa Pignatelli. Un “teatro di narrazione” recitato e cantato in cui trovano spazio i brani classici evocati nel volume: da “Lazzarella”, che la protagonista Angela Izzo amava ballare, alla notissima “Zappatore” rigenerata in una inedita vocalità.

Qual è la chiave per attualizzare un classico storicizzato?
“Zappatore” è un brano attualissimo perché racconta il dramma di un salto generazionale e mi commuove da padre, constatando che la distanza tra una generazione e l’altra si è persino allargata negli ultimi anni. Quando le canzoni classiche non vengono museificate e riposte dentro una vetrina si prestano sempre a una disamina sentimentale capace di molteplici letture: perciò vanno praticate possibilmente davanti a pubblici diversi, per chi le conosce e per chi no, con un’interpretazione che muta secondo le platee. Esibirsi in una città del Nord non è la stessa cosa che in Sicilia.

La dimensione live, in un’epoca di rarefazione dei supporti, favorisce questa fluidità o rischia di stressarla?
È un’opportunità: dal vivo anche la musica popolare s’apparenta al teatro, con un valore aggiunto di sacralità che non è surrogabile da alcun interprete virtuale e restituisce calore all’esibizione. Un artista deve reagire alla diversità di clima come la polvere del caffè rispetto all’umidità. Solo chi è presente quella certa sera assiste allo spettacolo in quel certo modo.

Perché ha rappresentato “Il fuoco che ti porti dentro”?
Nel racconto sviluppato da Franchini sulla madre Angela ho rivissuto molte emozioni che sentivo mie, espresse in un rapporto straordinario tra il registro drammatico e quello comico. La storia è incardinata sul tema della famiglia, un groviglio con cui lottiamo e che cerchiamo di sciogliere per tutta la vita, confrontandoci con le aspettative di adeguatezza di cui veniamo caricati. È una dimensione in cui mi sono identificato ma senza travisamenti. Mettendomi al servizio della scrittura.

Tra “Sentimento” e “Per sempre sì” di Sal Da Vinci c’è una differenza persino maggiore dei ventisei anni che separano questi due successi a Sanremo.
Non è poi così strano, perché Napoli è un contenitore enorme in cui si rielaborano dialettiche estreme e contraddittorie anche nella musica. È il risultato di un’identità molto forte che non rinuncia a confrontarsi con quanto la circonda, ma per capirla bisogna esercitare uno sguardo disincantato. Quando scrivemmo “Sentimento” non pensavamo di anticipare temi che sarebbero diventati così attuali, anche se a posteriori sarebbe facile dirlo. Quel brano fu ispirato dalla visione del mare notturno in Calabria, su un litorale che non era illuminato come ormai lo sono quasi tutti. Ci immaginammo gli uomini che si mettevano a navigare guidati solo dalle stelle, il coraggio di Ulisse. Poteva solo chi sapeva fare. Non pensavamo di vincere il Festival, tanto che alcuni del gruppo avevano già lasciato il Teatro Ariston dopo l’esibizione e bisognò rintracciarli in fretta e furia.

Condivideste la vittoria con Peppe Vessicchio, già premiato per l’orchestrazione del vostro “Dormi e sogna”.
Rimpiango di non avere lavorato più spesso con lui. Fu un maestro sia perché ci fece esibire nel migliore dei modi sia per la serenità e la consapevolezza con cui sapeva amministrarci come persone. Gli devo pure la scoperta di un brano che eseguo tuttora, “Napulitanata” di Di Giacomo e Costa, un classico dalla struttura difficile ma di estrema modernità.

Come mai ha scelto di portare in giro un omaggio a Lucio Dalla, “L’anno che verrà”, con i musicisti argentini Javier Girotto e Natalio Mangalavite?
Non solo amavo il suo repertorio, ma ho avuto anche la fortuna di collaborare con lui. Mi veniva naturale riproporlo e abbiamo già tenuto più di cento repliche. Alla mia età, la libertà di spaziare è impagabile: non ho vincoli con agenzie né con case discografiche. Quel che mi piace faccio.