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La vita in attesa di Josef, smarrito nella Praga del ’42
Messaggio ai lettori: mettetevi comodi, qui c’è Letteratura. Grande Letteratura. Non quasi-Letteratura e nemmeno “un buon libro” ma l'arte sublime del romanzo: "Una vita con la stella" di Jirí Weil
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2 MAY 26

Foto Wikipedia Commons
“A me non importava nulla di quella guerra. Non volevo vincerla, volevo solo vivere”. Dice così, l’inerme Josef Roubícek, ex impiegato di banca appena licenziato a causa delle leggi razziali emanate sotto l’orrendo Protettorato nazista, omino praghese al momento in stallo esistenziale. Siamo in Cecoslovacchia, tra il 1941 e il 1942. Stallo che non esiteremmo a definire beckettiano, non fosse che non ci troviamo in una pièce, ma nella sua stessa vita. E ne andrebbe della sua sopravvivenza, senonché, di fatto, Josef Roubícek non vive: né vince né riesce a campare, ma rantola e attende, attende e rantola, e intanto parla col gatto e soprattutto con Ružena, la sua donna, che a dirla tutta è la donna di un altro, ma i due si amano anche se sono lontani, e al momento il fantasma di lei è l’unica cosa che gli resta. Cosa attende, Josef Roubícek? La chiamata. Il destino. Nel frattempo, vive rintanato in casa sua, nello spettro incombente del viaggio verso il campo di Teresín – da lì si partiva per Treblinka e Auschwitz.
“C’era una legge che mi proibiva di uscire dopo le otto. Non era scritta in nessuna ordinanza di Polizia né mi era mai stata recapitata. Passava solo di bocca in bocca, corroborata da un certo numero di precedenti”. Nel frattempo è sempre più macilento, spossessato e nullatenente, sospeso nel clima folle della Praga occupata dai nazisti, alla mercé di un’annunciata convocazione da parte degli arcinoti e lugubri uffici di smistamento. Augurarsela o no? Meglio la cava e il campo di concentramento, o un destino a farsi domande su quando mai si compirà? E poi: fidarsi di un’infida convocazione – che un giorno gli viene recapitata – da parte di un Pronto Soccorso? “Avevo imparato a non credere minimamente alle parole, sapevo che al di là di quella porta c’era un ufficio di reclutamento da dove le persone venivano mandate nelle miniere di caolino. Non pensavo che in quell’ufficio avrebbero potuto mai offrirmi un soccorso”.
Comincia così Una vita con la stella di Jirí Weil, ed è una specie di variazione tragica sul tema del bellissimo Sul tetto c’è Mendelssohn, edito sempre da Einaudi per la collana Letture e affidato alla curatela di Giuseppe Dierna, illustre boemista di scuola ripelliniana.
Messaggio ai lettori: mettetevi comodi, qui c’è Letteratura. Grande Letteratura. Non quasi-Letteratura e nemmeno “un buon libro” – quello con cui, come dicono le professoresse che danno buoni consigli perché non possono più dare cattivo esempio, possiamo passare un’oretta prima di dormire – ma l’arte sublime del romanzo: la vita trasformata in parole di un monologo gremito di dialoghi, e che dà vita a un racconto con un battito e una sintassi in cui risuonano una misura a tratti hrabaliana. I vivi parlano come se fossero morti e i morti esistono come se fossero vivi. Tra gli uni e gli altri, molte attese, e la materia ambigua e caliginosa della vita da cui affiora questa tremula, indimenticabile voce narrante del protagonista. La densità della voce di Roubícek è una delle ragioni per perdersi in questo romanzo che addolora senza essere addolorato, voce di un uomo ammutolito, derubato di tutto ciò che gli apparteneva, zavorrato da un’attesa che non è più nemmeno attendere. “Non frequento la gente, i giornali non li leggo e non ho un apparecchio telefonico. Non so di cosa potrei parlare”. E nel rumore bianco di sé stesso, mentre mangia sempre meno, vende i mobili, si assottiglia fin quasi a sparire, vaga e parla a una donna che non c’è e a una morte che sembra, invece, già a un passo, smarrito tra ombre, presentimenti e paure, senza nemmeno la forza fisica di dar loro una forma, un corpo, un grido, Josef Roubícek è l’attesa dell’uomo nudo davanti alla morte.
“Desideravo essere un animale. Dalla mia soffitta vedevo i cani giocare nella neve, vedevo la gatta avanzare lenta e furtiva dal giardino accanto, vedevo i cavalli bere liberamente l’acqua dai secchi. Gli animali non dovevano lambiccarsi il cervello a pensare in quali strade avessero il permesso di entrare o no”.
La Comunità ebraica gli darà un lavoro al cimitero e un giorno Roubícek scoprirà la verità anche su Ružena. E nell’assedio della morte, deciderà di continuare a vivere.