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Cosa resta di Thatcher e di quegli anni Ottanta
Gli approcci dei due scrittori sono molto distanti, ma entrambi ci mostrano forme di un conservatorismo che, assieme a una crisi crescente, risuonano fino al presente
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2 MAY 26

Foto LaPresse
Irwin è diventato uno storico famoso per la sua capacità di voltare le carte in tavola. Partiva da un presupposto che nessuno aveva mai messo in discussione e dimostrava che era vero tutto il contrario”. Così viene descritto in Studenti di storia, opera del commediografo inglese Alan Bennett, il professor Irwin, un insegnante il cui procedere teorico può riassumersi in una tecnica “formalizzata come la scolastica medievale”: “Scegli un’affermazione, capovolgila e cerca le prove”. Bennett rappresenta un riconoscibile tipo umano, il personaggio da talk-show, l’intellettuale-star, e pare si sia ispirato allo storico inglese Niall Ferguson, noto per la sua opera di divulgazione e per le sue stoccate contro alcune battaglie dell’area progressista come dimostrano le sue intemerate contro il woke o la cancel culture. Un simile approccio ammanta anche la sua apologia di Margaret Thatcher (Lady, pubblicato da Luiss University Press, tradotto da Paolo Bassotti), un saggio che si concentra su una delle figure politiche più significative e controverse del Novecento, allo stesso modo amata dai suoi accaniti sostenitori e odiata dai suoi feroci avversari, provando a dimostrare come in realtà la Lady di ferro “aveva ragione su quasi tutto”. Passati quasi cinquant’anni dal winter of discontent del 1978 che fu il preludio all’elezione della Thatcher, Ferguson prova ad aggiustare lo sguardo su una delle più discusse e longeve esperienze di governo del Novecento attraverso un approccio che unisce l’accademismo e la sua storia personale (spassose le pagine dedicate agli anni universitari, alla Guerra fredda che combattevano studenti marxisti e thatcheriani) di punk deluso da ciò che lo circondava (“quel che faceva saltellare come pazzi me e i miei amici ascoltando Johnny Rotten era una profonda frustrazione. Non ne potevamo più della Gran Bretagna del dopoguerra, del dopo impero, del dopo Beatles”) e assetato di un mondo nuovo che la Thatcher plasmerà con il libero mercato, la lotta con i sindacati e i lavoratori (come il lungo e doloroso conflitto con la National Union of Mineworkers e la chiusura delle miniere non più produttive, raccontato in film come Full Monty, Billy Elliot o Brassed off) e il ritorno dell’imperialismo.
“There is no alternative” recitava uno degli slogan intransigenti del thatcherismo, ma leggendo il saggio di Silvia Albertazzi sulla cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher (TINA, pubblicato da MachinaLibro per DeriveApprodi) si ha l’impressione che un’alternativa esistesse ed era rappresentata da scrittori, registi e musicisti che con le loro opere hanno criticato le sue azioni politiche. Il percorso di Albertazzi si snoda mettendo a confronto le decisioni del governo con la risposta degli artisti, passando dalla messa in scena del “corpo malato” dell’Inghilterra di Derek Jarman nel suo film per frammenti The last of England alla rappresentazione della disoccupazione giovanile in Uno sguardo, un sorriso di Ken Loach, dove il malessere di un gruppo di giovani di Sheffield offusca ogni idea di futuro, dal cantautorato di Billy Bragg, autore dell’inno dei lavoratori uniti There Is Power in a Union o della requisitoria contro l’azione alle Falkland in Island of No Returns, alla perfetta sovrapposizione tra John Self e la temperie culturale thatcheriana nel capolavoro di Martin Amis Money.
Due punti di vista opposti quelli di Ferguson e Albertazzi, due voci che mostrano le forme di un conservatorismo che dagli anni Ottanta, assieme a una crisi crescente, risuonano fino al presente: e se, come scrive in merito Albertazzi, “gli anni Ottanta non sono ancora finiti”, leggere l’apologia di Ferguson è comunque uno dei mezzi per raggiungere una propria consapevolezza anche sull’oggi. Non sarebbe poco.