Beatrice Venezi: "Usata e buttata via dalla destra. Dalla Fenice nessuna tutela"

Dopo l’addio al Teatro La Fenice la direttrice d’orchestra rompe il silenzio: “Campagna d’odio con il tacito consenso della sovrintendenza”. E sulla politica: “Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita. Se tornassi indietro non suonerei al convegno di Fratelli d'Italia”

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29 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:25 AM
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La direttrice d'orchestra Beatrice Venezi. ANSA/ENRICO MATTIA DEL PUNTA

“Sono serena. Sto ricevendo migliaia di messaggi, mail, commenti social. Un'ondata di affetto dall'Italia e dall'estero perché la notizia è esplosa nel mondo”. Così Beatrice Venezi rompe il silenzio dopo la fine del suo incarico al Teatro La Fenice, rivendicando il sostegno ricevuto - non dalla politica - a fronte di una vicenda segnata da molte tensioni. 
“Non ho accusato nessuno di nepotismo”, chiarisce in un'intervista al Corriere della Sera, respingendo una delle contestazioni emerse, e rilanciando invece il tema delle condizioni in cui si sarebbe trovata a lavorare: “Vogliamo dire della disparità di trattamento da parte della fondazione nei miei confronti? I dipendenti sono andati avanti per mesi con denigrazioni e diffamazioni, con il tacito consenso del sovrintendente”. Nel suo racconto, il clima sarebbe degenerato fino a iniziative pubbliche contro di lei: “Colabianchi ha concesso all’orchestra di fare una campagna di odio contro di me, con tanto di spillette e lancio di volantini, dando al mondo un’immagine scadente della Fenice”, afferma, parlando di bullismo e chiamando in causa il sovrintendente Nicola Colabianchi.
La direttrice insiste anche sull’impatto personale e professionale della vicenda: “Hanno messo in discussione la mia competenza, il mio talento, il mio percorso”, dice, descrivendo un contesto che ritiene non adeguatamente gestito dall’istituzione
Sul fronte politico, Venezi prende le distanze da qualsiasi appartenenza: “Non ho mai avuto una tessera di partito, non devo niente a Roma, non ho mai fatto politica in vita mia”. E aggiunge: “Mio malgrado sono diventata un simbolo di cambiamento”, spiegando come la sua esposizione pubblica sia stata, a suo dire, strumentalizzata. In questo quadro, rivendica anche una mancanza di sostegno: "Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via. Non sono stata difesa perché non sono organica al partito. Non ho sentito nessuno di FdI”, mentre “le uniche testimonianze di solidarietà le ho avute da Salvini, Ceccardi e Santanchè”, riferendosi a Matteo Salvini, Susanna Ceccardi e Daniela Santanchè.
Guardando alle scelte passate, la direttrice non nasconde un certo rammarico: “Se tornassi indietro non cederei alla richiesta insistente di Meloni di suonare a un convegno di FdI, prima del voto del 2022”, afferma, chiamando in causa anche la premier Giorgia Meloni.