C’è un nuovo posto a Roma, nella nostra povera capitale d’Italia, che ultimamente è diventato molto ganzo. Ha 400 anni. Palazzo Barberini per i romani è sempre stato un contenitore indefinito, il nome di una fermata del metrò, lo sghembo urbanistico che guarda da un lato sopra un cinema, dall’altro su una salita ripida e trafficata. Fino a non molti anni fa era sede del Circolo ufficiali e il sindaco Rutelli fece una gran fatica a mandarli via. Qualcuno se lo ricorda invece come ambasciata dello stato immaginario di cui era principessa Audrey Hepburn in “Vacanze Romane”. Ma adesso è tutto in grande spolvero, è tutto un chiedersi “E tu ci sei stato a palazzo Barberini”, o “in Barberini”, come dicono i frequenti milanesi in visita, avidi di novità. Il clou, la grande mostra su Caravaggio che è stata l’eventone dell’anno scorso, anche con l’acquisto del ritratto del cardinale Maffeo Barberini da 30 milioni. Poi una sfilatona di Valentino. Adesso la mostra su Bernini e poi arriverà Velázquez l’anno prossimo. Se non vai a, o in, Barberini, non sei nessuno. Passando dai giardini, mentre ruspe scavano e martelli pneumatici martellano, e turisti in coda fanno i turisti, salendo su sullo scalone berniniano, il personale accompagna verso il nuovo direttore, con apprensione un po’ tipo Diavolo veste Prada. O veste Barberini.
Il nuovo direttore, offensivamente giovane per gli standard italiani, non ha neanche 40 anni, accoglie in doppiopetto nero coi polsi slacciati sotto un quadro di Pannini e il ritratto di Mattarella, ma per il resto potrebbe essere il direttore creativo di un brand di moda. “Stiamo rifacendo i giardini, abbiamo sistemato la facciata, gli infissi; aperto il bar alle Serre, sistemato il salone di Pietro da Cortona che era rivestito di tappezzeria damascata” dice Thomas Clement Salomon, nome esotico oltre l’efficienza e l’età. “Io sono nato a Roma. Mia madre è inglese, mio nonno era danese, faceva il diplomatico e come tanti una volta passato dall’Italia si è innamorato e fermato per sempre”. In famiglia sono esperti di musei, il fratello Xavier è stato capo curatore della Frick Collection, la casa-museo più importante del mondo, quella dell’industriale Frick a New York, pura “gilded age”, fenomeno nuovamente in voga per le serie tv, e adesso dirige il Museu Gulbenkian a Lisbona. “Lui è quello serio dei due. Io invece sono lo strano, ho fatto prima giurisprudenza, e solo dopo storia dell’arte, perché mi dicevano che non avrei trovato lavoro”. Tra fratelli vi ingarellate? “No, lui è uno storico dell’arte puro, che scrive tanti libri, io sono più manager. Però sono diventato direttore prima io” dice il direttore creativo artefice della rinascita e rebranding del palazzo, qui, con la gran mostra di Caravaggio. “Quattrocentocinquantamila spettatori, realizzata in un anno e mezzo. Mi prendevano per pazzo”. Mostra blockbuster. “Qualcuno ha detto che era troppo affollata, ma per me è un vanto, una mostra deve essere popolare. Caravaggio è una rockstar”. Ma perché piace così tanto ‘sto Caravaggio? “Perché ha una storia avventurosa, e a differenza di altri grandissimi come Raffaello o Michelangelo che sono sempre stati sulla cresta dell’onda, lui è stato riscoperto solo a metà del Novecento”.
Fino agli anni Cinquanta, con la grande mostra di Roberto Longhi a Palazzo Reale, non se lo filava più nessuno. Come si racconta di una famosa principessa romana proprietaria di uno dei più celebri Caravaggio, che ebbe il quadro in eredità in quanto donna, mentre i suoi parenti maschi si presero piuttosto degli appartamenti, che ritenevano più preziosi. Magari al Fleming. Adesso Caravaggio però è il top assoluto. Ma quanti ce ne stanno al mondo? “Una sessantina, a Roma sono sei alla Galleria Borghese, ora saranno cinque da noi, poi tre a San Luigi dei Francesi, due nella Cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo, uno a Sant’Agostino, due alla Galleria Doria Pamphilj, e due ai Musei Capitolini”. Ne ha un suo preferito? “Giuditta e Oloferne, che sta qui a palazzo Barberini”. Poi c’è appunto il nuovo arrivo, il ritratto del cardinal Maffeo Barberini che è un altro scoop della gestione Salomon, con l’acquisto per 30 milioni di euro. Ci racconti subito com’è andata. “Apparteneva a una famiglia fiorentina. E non è stato facile, loro chiedevano il doppio”. Ma scusi, ma un Caravaggio non vale molto di più? “Sì, un acquirente straniero magari ne pagherebbe anche 100 o 200. Ma poi non può esportarlo”. Ah, non può andare all’estero. “No, deve tenerlo in Italia”. Quindi se arriva, mettiamo, Elon Musk e vuole comprarsi un Caravaggio lo deve tenere in Italia? “Sì”. Ma forse non è un gran problema per questi ricconi, che piuttosto si comprano il Jeff Koons o il bagno d’oro di Cattelan. O niente. “Gli old masters presuppongono un po’ di conoscenza. Se non hai tempo non dico di prenderti una laurea, ma di leggerti un libro su un pittore, è difficile che ti appassioni”. Quindi Bezos non compra Caravaggio. “Questi preferiscono andare nello spazio”. Insomma non ci sono più i ricchi di una volta, quelli sì che compravano gli old masters, signora mia. Come il signor Frick di suo fratello. “Comprare quadri, donarli a un museo, creare il proprio museo era il loro modo di conquistarsi l’immortalità. Il signor Frick oggi non sapresti neanche chi è se non avesse dato il suo nome al museo. E poi ancora oggi gli americani lasciano donazioni ed eredità molto specifiche, una cifra per la tal ala del museo, o per la fornitura di fiori. O per rifare i bagni”. I bagni della Frick sono pazzeschi, sono appena stato, un lusso, un profumo. “I bagni sono fondamentali. Se il bagno ha un buon profumo ti rimane in testa” si esalta Salomon. Nel tipico museo italiano c’è il water sbreccato degli anni Sessanta col sapone diluito nel barattolo. Bisognerebbe fare una rubrica, bagni di museo. “Quel lato sciatto che purtroppo c’è, anche e soprattutto a Roma”. La Silicon Valley della sciatteria. Invece in America… “I musei americani sono una storia a sé. Uno va per la mostra ma si ricorda anche il ristorante buono, il merchandising di qualità”. I bagni. “I bagni! Per loro il museo è un’esperienza che deve competere con altri intrattenimenti, come un pomeriggio al cinema, o al baseball. Da noi il museo ha sempre invece quell’aura di sacralità, non devi avere il ristorante, niente. Adesso sta un po’ arrivando anche da noi quest’idea, che il museo non è solo apprendimento… noi qui abbiamo aperto le Serre Barberini, si può mangiare o bere un caffè tutto il giorno”. E senta, guadagna di più un direttore di museo americano? “Non c’è paragone. Cinque, dieci volte tanto. Dagli 800 mila al milione e mezzo, sono visti come manager”. E stanno sempre alla ricerca di nuovi ricconi, di vecchie ereditiere da concupire. “Sì, la loro sfida è fare fundraising, cercare donatori. E’ tutto un: mi mancano 50 milioni per costruire la nuova ala col loro nome. Passano gran tempo coi donors, che sono suscettibili, il donor se non lo coccoli va a donare al museo concorrente”. Che incubo però ‘sti donor. Forse meglio tenersi il bagno sgarrupato.
“Però in America è più facile, perché la donazione la scarichi dalle tasse. E se in Italia c’è l’idea che lo Stato si occupa di tutto, lì lo Stato fa poco, chiede dunque meno, e il ricco poi restituisce se gli va”. Ecco come si diventa donor. “Poi se da noi si lascia tutta l’eredità ai figli, in America questo non è la norma: ai figli solo una parte”. Più donor, meno Leonardo Maria. Facciamo comunque un appello, qualche riccone magari dei bitcoin che lasci qualche milione per i bagni dei musei italiani.
C’è qualche museo che è il sogno di un direttore? “Da noi gli Uffizi. In America il Metropolitan”. Pubblico e privato, due mondi opposti. “Ma lavorare nel pubblico, se riesci a portare a casa il risultato, è esaltante”. A proposito, lei ha fatto rimettere l’uniforme al personale del palazzo dopo anni, l’avranno odiata. “No, ci siamo arrivati senza imposizioni, cercando soprattutto di dare il buon esempio, non mi piacciono gli ambienti di lavoro tesi. Poi dipende, ci sono varie categorie di persone che lavorano al museo, ci sono quelli del ministero, poi gli esterni, anche dei carabinieri in pensione”. I carabinieri in pensione alla Frick non ci sono, ecco. Ma senta, invece per i visitatori c’è un dress code? “Ma no, per carità, non siamo una chiesa”. E gli imbrattatori ambientalisti che lanciavano zuppe? Non si sentono più. “E’ vero, da un po’ non ci sono nuovi casi. Per fortuna avevano la gentilezza di imbrattare soprattutto opere sotto vetro, senza danneggiarle”. Ma come misure di sicurezza siete a posto? Dopo i furti al Louvre e alla Fondazione Magnani Rocca, con quel che si sente in giro. “Abbiamo fatto delle verifiche. Abbiamo tutto sotto controllo, anche se certo un museo rimane per definizione vulnerabile, appunto molte opere non hanno una protezione perché le rovinerebbe”. Adesso poi c’è ‘sto Caravaggio da trenta milioni. Ma ci racconti l’acquisto dalla misteriosa famiglia venditrice. Intanto chi sono? “Non posso dirlo”. Saranno dei classici nobiloni fiorentini, quelli dell’olio bòno, che lo possedevano dalla notte dei tempi, e adesso devono vendere per aggiustare i tetti del palazzo e pagare l’Imu. “No, no, è una famiglia che vive tra Firenze e l’America, l’ha acquistato nel Novecento e non ha certo problemi economici. Loro chiedevano sessanta milioni. Allora abbiamo domandato intanto di esporlo in mostra, e loro hanno detto di sì. Poi, finita la mostra, ci hanno proposto di tenerlo ancora ma di trovare altri soldi per arrivare a una cifra più alta. Io ho detto che se lo riprendessero. Dopo due giorni mi chiamano, era fatta”. Scusi, ma come si compra un quadro del genere? Che procedura c’è? Si va dal notaio? Si paga con Klarna in tre comode rate senza interessi? “Be’, alla fine non cambia molto. Una volta che tutta la documentazione è stata esaminata, si va effettivamente dal notaio”. Col bonifico? “Col bonifico”. E i soldi dove si trovano? “La Direzione Generale dei Musei ha un budget di 8 milioni l’anno, poi ci sono gli eventi straordinari, come questo, che è l’acquisto più importante nella storia del ministero”.
Adesso il ministero ha comprato un altro quadro, l’Ecce Homo di Antonello da Messina per 12,6 milioni di euro. Ma avete un sacco di soldi! Vi mettete a comprare i quadri come i musei americani! “E’ positivo che lo Stato competa coi grandi musei internazionali, è una bella novità”, dice Salomon. “Antonello era all’asta a New York e si è deciso velocemente, rispetto a Caravaggio. Ma rimane una grande differenza. Molti musei americani sono nati nel Novecento e comprano tanto anche grazie ai donors. Per noi è diverso”. Ancora i donors! Però avrete anche sponsor privati pure voi. “Ah sì, il terzo giorno che ero direttore ho preso e sono andato a Milano in cerca di finanziamenti per la mostra di Caravaggio. Avevo mezzo milione e me ne servivano altri due”. A Roma non ci sono molti soldi. Milano è l’America. “A Roma si fa un gran lavoro ma poi tiri su poco o niente. Poi a Roma è anche più difficile fare le mostre, ci sono tantissimi musei, una concorrenza pazzesca, per intercettare il pubblico fai fatica. Anche perché uno dice: che ci vado a fare, Caravaggio lo posso vedere in giro, in una chiesa”. E a Milano? “Il contrario, loro hanno Brera, il Cenacolo, Palazzo Reale...” e pochi altri musei, non lo dice perché è diplomatico, “e invece tantissimi imprenditori ricchi e pronti a sponsorizzare. Ma non lamentiamoci, io non mi lamento mai, odio chi si lamenta, guardo sempre il bicchiere mezzo pieno”. Ma è pazzo, non lo sa che a Roma tutto è perdonato tranne l’entusiasmo? “Mi piace fare. Durante il Covid mi annoiavo e ho iniziato un dottorato di ricerca”. Invece che iniziare a fare il pane in casa come tutti. “Già, ho consegnato anche la tesi, sui marmi policromi. Una ricerca sulle sculture realizzate in marmi colorati antichi romani nei musei americani”. La pubblicherà? “Non credo interessi a nessuno”. Non si butti giù. Invece siamo proprio sicuri che questo ritratto di Caravaggio sia autentico? Qualcuno lo mette in dubbio. Qui Salomon perde un po’ il suo aplomb. “Sono sessant’anni che i più illustri esperti di Caravaggio dicono che è di Caravaggio. Mi sembra un po’ un chiacchiericcio di invidiosi… Piuttosto che dire che siamo stati bravi, magari chi si lamenta è quello che non l’ha riconosciuto in tempo, o il mercante che non l’ha venduto lui, ma succede, noi andiamo avanti”.
Qualche purista storce il naso anche per la sfilata di Valentino. “Ma la moda ha un potenziale pazzesco di comunicazione. Valentino è simbolo dell’Italia, della più grande creatività romana. Poi con Valentino c’è un grande rapporto, l’invito alla sfilata era un bottone da un’opera di Bernini. E un evento come quello porta al museo oltre che fondi una pubblicità incredibile. Abbiamo avuto una pubblicità con questa sfilata che neanche se avessimo fatto una mostra di Leonardo”. Farete corsi di yoga? “Prego?”. Be’, in molti musei italiani ormai uno va e si trova il corso di yoga o fitness, con lo sponsor di qualche azienda. Anche a Brera. Lei lo farebbe il corso di yoga? “Io lo yoga no, ecco. Non ho niente contro lo yoga ma ci sono posti più adatti. Dipende molto da evento a evento. Noi diciamo di no a un sacco di richieste, a quelle che non ci sembrano in linea con lo spirito del posto”. Ci dica le più tremende. “Non posso”. C’è un tariffario? “Sì, ma valutiamo appunto di caso in caso, facciamo per esempio cene a museo chiuso, quindi non interrompendo la fruizione al pubblico. Poi ora ospitiamo anche la Biennale di Antiquariato, che si fa un anno a Firenze e uno a Roma, e non si teneva qui, è un altro modo per tenere il palazzo vivo”. Anche l’Antonello da Messina comprato dallo Stato verrà qui? “No. Dovrebbe andare in Sicilia, ma la Sicilia per via dello statuto speciale non ha un museo nazionale gestito dal ministero. Potrebbe andare a Napoli o altrove. Prima però sarà esposto all’Aquila, capitale della Cultura. Poi si vedrà. Forse non avrà una sede fissa”. Un Antonello homeless. “Anche il formato aiuta. E’ molto piccolo. Caravaggio sarebbe più difficile, è grande, pesa, anche la cornice è importante”. E so che avete molte richieste di prestarlo. La politica vi rompe molto le scatole, dovrete darlo al Senato. La Russa è ghiotto di Caravaggio. Dopo il busto di Benito Mussolini il ritratto di Maffeo Barberini è un bel progresso. “Ma noi siamo felici e orgogliosi che il Senato voglia celebrare Caravaggio, esponendolo per un mese, va benissimo”. Viene qualche politico a vedere le mostre? “Crosetto sempre. Forse perché il ministero della Difesa sta qua dietro. Ma poi vengono delegazioni estere, tutte le ambasciate. Questo è un gran lavoro, che in altre città non c’è. Ma noi ne siamo felici”. Adesso fino a metà giugno c’è la mostra su Barberini e Bernini. “Celebra il rapporto tra Maffeo Barberini e Gian Lorenzo Bernini, due grandi intellettuali, uno che diventa Papa, Urbano VIII, e l’altro che lavora per lui, insieme inventano il Barocco qui a palazzo Barberini e poi a San Pietro. E’ l’ultimo momento in cui Roma è la capitale culturale del mondo”. Quattro secoli fa.