Il trionfo del tulle nel “Pelléas” di Castellucci

Lo spettacolo è tecnicamente impeccabile scene e costumi e luci dello stesso regista. E finisce quindi per accontentare tutti: dalle sciure-tipo della Scala al mainstream intellò. Ma dal punto di vista musicale, le cose procedono meno bene

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24 APR 26
Immagine di Il trionfo del tulle nel “Pelléas” di Castellucci

Foto di Monika Rittershaus – Teatro alla Scala

Seratona affollatissima e di gran successo per il debutto alla Scala di Romeo Castellucci. Giusto, peraltro: Castellucci potrà piacere o no, però è un regista italiano scritturato da tutti i teatri internazionali più prestigiosi e non si capiva perché non dovesse esserlo alla Scala. Intelligente è stato poi affidargli un titolone importante ma non pericoloso come Pelléas et Mélisande di Debussy; dal canto suo, il Romeo ha colto l’occasione, si è saggiamente autoregolato e insomma questo è il Castellucci meno castellucciano fra i molti che mi sono stati inflitti negli ultimi anni. I temuti quiz sono arrivati soltanto nella seconda parte, dove a un certo punto tutti si mettono a sventolare compulsivamente bandiere come se fossero al Palio di Siena o, nel duettone di disperata estasi del quarto atto, quando P&M si confessano finalmente un amore che è palese da un paio d’ore (ma, fra parentesi, i personaggi di Maeterlinck sono proprio tutti così, e scoprono sempre con intatta sorpresa che l’acqua è bagnata), i due si vestono inopinatamente da Pierrot di Watteau con tanto di chitarrina, boh. Per il resto, lo spettacolo è il trionfo del tulle, dietro il quale si affastellano immagini generalmente assai belle e del tutto “tradizionali”: l’inizio, con Golaud in armatura e lei in lungo bianco, sembra addirittura una citazione della prima assoluta. E poi: veli svolazzanti appesi al nulla, ombre misteriose, stele semoventi, cavalli che corrono in lontananza, luci magnifiche. Sono ben risolti perfino i due momenti abitualmente più scabrosi quindi di solito ridicoli di tutti i Pelléas, cioè la scena della torre da cui Mélisande fa penzolare i suoi “longs cheveux” (c’è anche un remotissimo incunabolo discografico con Mary Garden che canta il monologo accompagnata al piano dall’Autore in persona) e quella dove Golaud obbliga le petit Yniold a fargli la spia: occasione, per inciso, che sempre sveglia l’Erode che sonnecchia in ogni adulto di retto sentire. Soprattutto, lo spettacolo è tecnicamente impeccabile, confezionato alla perfezione, scene e costumi e luci dello stesso Castellucci. E finisce quindi per accontentare tutti: le sciure-tipo della Scala, che in una regia cercano soprattutto, anzi soltanto, la bellezza delle immagini, e il mainstream intellò che ha da tempo sdoganato Castellucci facendone un classico contemporaneo e indiscutibile, insomma lo stesso percorso di Michieletto che peraltro come regista d’opera sta su un altro pianeta. Ma in sintesi: bello spettacolo.
Sul fronte musicale le cose procedono un po’ meno bene. Dopo il gran rifiuto di Daniele Gatti, sul podio è salito Maxime Pascal che garantisce una generale correttezza e un ottimo equilibrio fra buca e palcoscenico. Ma nel complesso la sua sembra una direzione un po’ spenta, avara di colori e contrasti, incapace di trovare una sintesi fra il flou della tradizione francese e l’asciuttezza novecentesca di Abbado e Boulez. L’orchestra ha però suonato assai bene. La compagnia è dominata da Simon Keenlyside, artista di classe superiore, voce quasi intatta e francese ineccepibile, che conferma come il vero protagonista dell’opera sia in realtà Golaud. Sarah Blanch è bella, brava e canta benissimo. Il sovrintendente di un importante teatro italiano, che stranamente però si intende d’opera, mi faceva tuttavia notare che le manca quel coté infantile e inconsapevole, benché non bamboleggiante, delle grandi Mélisande: si farà. Bernard Richter è un Pelléas tenore curiosamente molto a disagio proprio nei momenti in cui la tessitura sale un poco, e come interprete manca di sottigliezza. Si risente con piacere Marie-Nicole Lemieux parcheggiata nella particina di Geneviève, l’Arkel di John Relyea è imponente ma un po’ cavernoso, gli altri fanno il loro e insomma a ventun anni dell’ultima (pessima) edizione il Pelléas fa un apprezzabile ritorno alla Scala, dove peraltro la cronologia di questo titolo, fra Toscanini, De Sabata, Prêtre e Abbado, non è lunghissima ma decisamente intimidente.