Insegnanti in attesa delle nuove linee guida, perplessi

Se le voci sull'arrivo di programmi aggiornati fossero vere, potremmo assistere al ringiovanimento dell’italiano, al ripristino della geografia, all’occidentalizzazione della storia e alla tematizzazione della filosofia. Aspettiamo

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4 APR 26
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Mentre gli studenti ci accoltellano, noi insegnanti discutiamo sull’opportunità che le nuove linee guida ministeriali per i licei aggiornino i programmi di italiano, geografia, storia e filosofia. Il dibattito tende però a non tenere conto del fatto che non si tratta di decisioni politiche imposte dall’alto, bensì di indicazioni emerse da commissioni di eccellenti specialisti, del calibro di Claudio Giunta o Massimo Mugnai. Si tratta inoltre di ipotesi riportate per ora solo dal Corriere della Sera, senza comunicazioni ufficiali. La conferma di questi sussurri comporterebbe il ringiovanimento dell’italiano, il ripristino della geografia, l’occidentalizzazione della storia e la tematizzazione della filosofia.
Il ringiovanimento dell’italiano passa per l’inclusione in antologie e storiografia di forme letterarie come la graphic novel o i copioni. Non è nulla di sconcertante. Già da decenni alcuni manuali contenevano testi del cantautorato, nell’ottica non tanto di accattivare gli studenti con mode giovanilistiche bensì di concepire la lingua come strumento vivo: la sua espressione letteraria passa attraverso oggetti culturali che, imponendosi all’uso comune, determinano l’immaginario di chi produce romanzi, poesie, teatro. E’ un modo di insegnare che la letteratura non è separata dalla vita e che il miglior modo di scrivere non è un solenne impugnare la piuma d’oca, ma verbalizzare la contiguità fra ciò che si legge e ciò che si prova.
Più complesso il discorso per geografia e storia, che nei bienni sono state fuse in un’unica materia denominata geostoria e priva di statuto epistemologico. Ciò aveva comportato di fatto l’abolizione della geografia, i cui fenomeni, anziché venire spiegati alla luce degli eventi storici, vennero trascurati in favore dell’insegnamento di questi ultimi – a loro volta danneggiati poiché, senza sostrato geografico, sembravano verificarsi in luoghi immaginari. Il ministero sembra orientato a mantenere il monte ore dell’ex geostoria ripristinando due manuali distinti, compromesso che almeno rispetta le differenze fra due saperi.
Le polemiche contro la presunta preminenza dell’occidente nell’insegnamento della storia lasciano presumere che il ministero voglia imporre libro e moschetto a una platea di studenti ormai adusi a studiare i boscimani. In realtà, per decenni, la scelta di imperniare sull’occidente lo studio della materia ha avuto ragioni non dico di sinistra ma, quanto meno, pacifiste e comunitarie. Il baricentro della storia, dal Medioevo in poi, veniva individuato nel confine franco-tedesco, questione millenaria il cui appianamento fu il perno del secondo dopoguerra e della nascita della Comunità europea. Formare cittadini consapevoli significa anche concentrarsi su questo filone e sugli eventi “occidentali” di contorno, il cui retaggio informa la nostra interazione sociale e politica. Se i liceali vanno a votare a diciott’anni, è merito della nostra pur perfettibile cultura, non della dinastia Ming.
Infine, la filosofia. Nell’ottimo Come non insegnare la filosofia (Raffaello Cortina) Mugnai ricorda come, ai tempi della riforma Gentile, il programma del triennio non prevedesse manuali, ma la lettura di quattro classici attraverso cui condurre un’esplorazione tematica e cronologica. Sarebbe ancora il metodo migliore, reso purtroppo irrealizzabile dalla mancata abitudine di molti studenti a leggere libri interi e dalla difficoltà di alcuni docenti nell’analizzare criticamente testi complessi. Meglio allora il piano B, l’attuale storia della filosofia, cercando di non limitarsi alla marcetta dei filosofi e di tentare di rintracciare le complesse connessioni testuali che legano i pensatori successivi ai precedenti.
Attualizzare la filosofia disponendola per temi il più possibile vicini agli interessi degli alunni comporta il rischio di ridurla a opinionismo, un’assemblea di classe permanente in cui una teoria di Hobbes vale quanto quella del compagno di banco. Un rischio più generico lambisce inoltre tutte le materie umanistiche: la smania di riverniciare l’insegnamento a ogni costo. Italiano, geografia, storia e filosofia sono discipline interpretative, e l’unica attualizzazione di cui hanno bisogno sta nella specializzazione di chi le insegna: il laureato in cinema presterà più attenzione ai copioni, quello in geografia economica ai flussi di denaro, quello in medievistica alla lotta per le investiture, quello in epistemologia a Galileo anziché a Sartre. Gli studenti si accorgeranno così che sono materie dinamiche, vive, e capiranno di poter orientarsi a seconda dei propri interessi e non di dover ripetere a pappagallo. Attualizzare le materie umanistiche rendendole un commentario live delle notizie dal mondo è il miglior modo di ottenere l’effetto-tapparella, un’innovazione che all’improvviso sembra vecchissima: la guerra in Iran prima o poi passa di moda, invece una monade è per sempre.