Tornare a Schifano. A Roma una mostra che sottrae l’artista alla lunga ombra della sua leggenda

Fino al 12 luglio è possibile vedere a Palazzo delle Esposizioni oltre cento delle opere del pittore tra le più rappresentative, provenienti da collezioni italiane ed estere, incluso un nucleo significativo della collezione Intesa Sanpaolo

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28 MAR 26
Immagine di Tornare a Schifano. A Roma una mostra che sottrae l’artista alla lunga ombra della sua leggenda

Inaugurazione al aPalazzo delle Esposizioni della mostra su Mario Schifano (Valentina Stefanelli/Lapresse)

Che cosa resta, oggi, di un artista che ha voluto restare tale anche quando tutto, attorno a lui, si dissolveva nell’idea, nel gesto e nella smaterializzazione? Un problema aperto, questo è sicuro, e, insieme una sfida, perché (ri)tornare a Mario Schifano (Homs 1934-Roma 1998) significa rimettere in gioco la questione stessa della pittura, sottraendola tanto alla nostalgia quanto alla sua neutralizzazione museale. La grande retrospettiva al Palazzo delle Esposizioni – in programma fino al 12 luglio – riapre la questione senza nostalgie né cedere alla museificazione, restituendo Schifano come uno dei suoi punti di frizione più vivi e irrisolti. Promossa dall’assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda speciale Palaexpo – prodotta e organizzata dalla stessa in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia e Fondazione Silvano Toti – la mostra riunisce oltre cento sue opere tra le più rappresentative, provenienti da collezioni italiane ed estere, incluso un nucleo significativo della collezione Intesa Sanpaolo. La curatrice, Daniela Lancioni, ha creato un percorso che ne ricostruisce la biografia artistica dagli esordi informali e materici degli anni Cinquanta ai monocromi del ’60 (e molto altro ancora) stesi in smalti industriali con rossi arsi, verdi acidi e bianchi sporchi, mai neutri.

Roma, più che mai, è sfondo e materia viva, è la città che permise a Schifano di intercettare la pressione delle immagini pubblicitarie, cinematografiche e televisive che – insieme a opere come Compagni, compagni, registrano il ritmo visivo di un’epoca, la velocità e l’ipnosi. Il mondo delle merci e dei segni viene portato sulla tela senza mediazioni e lasciato agire nella sua evidenza. La sua era una politica della percezione, più che del contenuto e questa mostra romana ha il merito di sottrarre Schifano alla lunga ombra della sua leggenda – una vita tormentata, eccessi e dispersioni varie – per restituirlo al meglio. Come scrive Luca Ronchi in Una biografia (Johan & Levi editore), ciò che colpisce non è la capacità di decisione: Schifano anticipa, taglia e devia, non segue il tempo, perché è “Qualcos’altro”, volendo citare un altro suo catalogo (quello della mostra è pubblicato da Electa). “Schifano lavora per intensità, per urti visivi, mantenendo sempre una componente di rischio, come se ogni quadro fosse sul punto di disfarsi o di accendersi definitivamente”, ci spiega la curatrice. In un’altra sala, c’è poi una deviazione silenziosa grazie a Pino Tirelli (Roma 1956) e la mostra Anni Luce che appare con ombre e forme che emergono dal buio con una lentezza quasi metafisica. Il confronto tra i due funziona come una pausa ottica. Dove Schifano espone la violenza immediata dell’immagine, Tirelli la trattiene e la lascia affiorare. Due modi opposti e complementari di resistere alla smaterializzazione: uno per eccesso di superficie, l’altro per rarefazione.

Prima di uscire, torniamo ad ammirare le tele di Schifano che chiedono solo di essere osservate e vissute, come potremmo fare con una città che cambia luce a ogni ora. A Roma, ad esempio, fedele a un artista che continua a suggerirci che l’immagine – se davvero vuole restare viva – deve sempre esporsi al rischio di perdersi.