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L'Europa e l'Italia non vanno a tempo con la Storia
La storia è in movimento. Eppure tutto ciò che tentiamo di fare è rimanere aggrappati all’esistente, cullandoci nell’illusione della solita inciprignita superiorità morale della conservazione progressista. La lezione di Hegel
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28 MAR 26

In questo 2026, come negli ultimi anni in cui abbiamo vissuto, la storia è in movimento. Eppure tutto ciò che questa sublime parte del mondo che si chiama Europa tenta di fare è rimanere aggrappata all’esistente. Ogni sforzo di riformare sé stessa per provare a porsi al passo con la storia appare impossibile per destino, o per necessità. Guardando dentro casa nostra, il referendum sulla riforma della magistratura è solo l’ultima manifestazione locale di questo rifiuto di qualsiasi cambiamento. Il fatto che i più giovani, quelli entro i trentacinque anni, abbiano votato a larga maggioranza contro la riforma non fa altro che confermare la tendenza gattopardesca insita nelle nostre menti fin dalla più tenera età. Il massimo dello sballo rivoluzionario appare la conservazione. Figuriamoci cosa si può pensare, da una simile postura mentale, di un attivismo internazionale come quello degli Stati Uniti o di Israele che cercano di entrare nel grande gioco di riscrittura dell’epoca con la forza delle proprie idee, della propria politica e quindi, ovviamente, delle proprie armi.
Il grande vecchio della nostra filosofia, Hegel, oggi più che mai freschissimo e rivoluzionario, riteneva che non ci si potesse non adeguare all’orologio della storia che scandisce le nostre vite. Chi non lo fa ne viene travolto. Gli individui “cosmico-storici”, per il pensatore tedesco, sono coloro che incarnano in determinati momenti i cambiamenti che la storia genera e impone. Individui eccezionali che appaiono il tempo necessario per portare a compimento quei cambiamenti, per poi venire eliminati quando tutto si è compiuto. Oggi bisogna chiedersi se simili individui possono ancora comparire, o se il fatto che qui da noi non compaiono dovrebbe dirci qualcosa della situazione in cui siamo.
Trump, Netanyahu, Putin, Musk, Thiel, Xi Jinping, giusto per citare alcuni, non sono certo gli Alessandro Magno, i Cesare o i Napoleone considerati da Hegel. Ma chi sono? Molti risponderanno solamente: criminali, banditi, tecno-autocrati. Bene, ma sospendiamo per un attimo il giudizio di valore e osserviamo. L’orologio della storia ha un fronte avanzato che si determina spezzando ordini esistenti. Rompe l’ordine precedente, prova a imporne uno nuovo. Fornisce lenti diverse per leggere il contemporaneo e accenna al futuro, a un disegno di qualcosa che sarà. Questo genere di individui lavora sulla rottura, non sulla continuità. E la rottura di per sé è sempre traumatica, genera allarme, spacca quella che era una precedente normalità per procedere verso il nuovo. Tutto ciò è sempre stato spaventoso ma oggi lo sembra di più. L’insofferenza verso le proposte di novità deve dirci qualcosa su quella che è la condizione esistenziale e spirituale in cui ci troviamo non solo nel nostro paese ma nel nostro continente.
Alcuni dei personaggi menzionati, e si potrebbero fare altri nomi, si può, e in alcuni casi si deve, considerarli in maniera moralmente negativa. Tuttavia, in questo discorso le categorie di buono e cattivo non significano un bel niente. Ciò che conta capire è che tali individui sono portatori, più o meno coscienti, di un cambiamento. Di un salto di qualità. Appaiono sincronizzati con il proprio tempo, ciascuno a modo suo, perché rompono i freni che tenevano imbrigliata una potenza e la liberano rimettendo in discussione ciò che sembrava dato. Liberano energie, forzano la stasi, generano contrapposizioni, reazioni, resistenze che alimentano una nuova vita, un nuovo atteggiamento. In una simile situazione ciò che appare inaccettabile è la stasi difensiva, l’arrendevolezza pacifistico-burocratica: vivi tranquillo nel tuo cantuccio, fai finta di non esserci, spera che il lupo passi senza che si accorga che esisti.
Questo sconvolgimento, questo trauma, questa riscrittura di ordini è ciò che si chiama progresso. O meglio, tutto questo costituisce il tessuto di cui è fatto il progresso. Poi, certo, noi chiamiamo progresso i nuovi aggeggi tecnologici, i nuovi diritti, il nuovo benessere. Ma la trama reale del progresso è questo trauma che è fatto di ottimismo tragico, ossia dell’idea che per fare di più bisogna prima subire un urto che ci trae fuori dalla confortevole pace in cui dimoravamo. Per passare a un gradino superiore bisogna sempre attraversare le doglie del cambiamento, bisogna rimettersi in discussione e superarsi.
Qui da noi, invece, celebriamo la verbosa bellezza dello stare, ci culliamo nell’illusione della solita inciprignita superiorità morale della conservazione progressista (che è la massima distanza dal progresso di cui dicevo), sazi di un grossolano pessimismo gaio e irenico che vuole soltanto essere lasciato morire in pace.