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Uomini e lupi. La pietà perduta nel nuovo libro di Giuseppe Galliani
Assassini e bugiardi, peccatori e pentiti in una terra dimenticata. “Questa feroce bellezza” è un romanzo di vento e di sangue
In principio era il verbo, poi vennero le pallottole. E quando gli umani finirono di scannarsi tra di loro arrivarono gli animali selvatici: colombacci, falchi, svassi, aironi, cinghiali, volpi e lupi, ovviamente. Affamati e incuranti della presenza dell’uomo: “Avevano un modo di fissare gli uomini diverso dagli altri animali. Non era uno sguardo di aggressività o timore, ma era consapevole e calmo, come se sapessero cose che l’uomo aveva dimenticato. Alla fine si voltarono e continuarono verso il bosco”.
In Questa feroce bellezza, romanzo d’esordio di Giuseppe Galliani uscito da qualche giorno per Einaudi Stile libero, gli umani sembrano davvero aver dimenticato pietà, misericordia e compassione.
Nel pieno di un inverno nevoso che si abbatte senza tregua fra l’Altopiano Murgiano e la Fossa Bradanica, al confine tra Puglia e Basilicata, un ragazzino di dodici anni viene trovato impiccato a un albero in un luogo desolato. Nelle stesse ore due bande di trafficanti di droga si sono ammazzate a vicenda in una cava abbandonata, e molti altri – pastori, fuggitivi, poliziotti corrotti – cercano una vendetta personale per ognuno dei loro mali.
In Questa feroce bellezza, romanzo d’esordio di Giuseppe Galliani uscito da qualche giorno per Einaudi Stile libero, gli umani sembrano davvero aver dimenticato pietà, misericordia e compassione
Lo scrittore, che dalle scarne note biografiche scopriamo essere nato in Puglia “dove insegna e coltiva il silenzio”, costruisce un libro che non è un semplice noir d’indagine, e l’inchiesta è solo un pretesto narrativo per mettere in moto qualcosa di più profondo: un attraversamento morale, un viaggio al confine del male. In un’epoca in cui l’onnipresenza mediatica è tutto, nulla sappiamo di Galliani – è comparsa in rete da poco solo una sua foto in bianco e nero – e il narratore affida generosamente al lettore tutto quello che ha: una storia in cui la verità non è un dato da scoprire ma un peso da sostenere, e dove la bellezza è annidata solo nella natura selvaggia di una terra ostile e dimenticata.
Gli animali che popolano il mondo messo in scena da Galliani osservano il disastro compiuto da uomini e donne nascondendosi tra le frasche innevate, nell’erba alta e nei boschi, per poi entrare in scena all’improvviso azzannando e lacerando le carni, comandati da istinti primordiali che non rispondono ad alcuna morale. L’unico che sembra aver mantenuto una morale è il tenente della forestale Ian Dabrowski, il protagonista della storia, che cerca di applicarla per dare giustizia a un ragazzino innocente morto in modo misterioso. Intorno a Dabrowski, nel frattempo, si consuma pagina dopo pagina una tragedia che sembra inarrestabile. “Non c’è mai stata tanta violenza da queste parti”, gli dice il sergente a un certo punto. “Forse era soltanto nascosta”, risponde Dabrowski pesando le parole.
Il romanzo procede impetuoso e inarrestabile come un fiume in piena, come una mandria in migrazione stagionale, come una tempesta profonda che disegna un mondo criminale senza regole che spazza via ogni speranza per chi vive in una delle ultime steppe d’Europa. La Puglia descritta da Galliani con pennellate fosche e tenebrose non ha niente dell’affascinante Salento place-to-be o della Valle d’Itria renaissance: è una terra di confine battuta da un vento costante e spietato popolato dalle ombre di profughi, assassini, spacciatori e peccatori che inseguono maldestramente un’idea di riscatto. E’ in questa terra desolata che l’ombroso tenente della Forestale si è trasferito da qualche tempo con moglie e due figli piccoli, in una roulotte, indeciso se mettere radici ristrutturando un casolare o scappare in un posto più civile prima che sia troppo tardi. Dabrowski sta anche combattendo contro un silenzioso e doloroso conflitto interiore e il tempo sembra immobile: ma solo fino a quando il corpo di un ragazzino dolce e pieno di vita non viene ritrovato impiccato a un albero. In questa terra dimenticata da dio nulla è come sembra, Dabrowski lo sa, lo sente, come i lupi sentono il più debole del gregge e lo seguono in silenzio per colpirlo al momento giusto.
“La corda, avvolta intorno al ramo, cigolava sotto il peso del corpo, e un canto oscuro si diffondeva fra le ombre. I cinghiali avevano fiutato l’odore del ragazzo, ma i lupi erano riusciti a trovarlo per primi e lo avevano protetto come uno di loro. Si erano stesi intorno all’albero e si rotolavano, sollevando cristalli bianchi e leggeri. La luce della luna colpiva le foglie degli ulivi, che la riflettevano sul volto inclinato. La neve si era posata sui capelli e scivolava su una guancia come una carezza. Il viso era pallido e freddo. La bocca era pulita e socchiusa sui denti bianchi e perfetti. Così, quando la femmina ai suoi piedi lo aveva sfiorato, le labbra del giovane avevano sussurrato qualcosa. Era una lupa dal pelo folto e lucido. Con la muta era venuta dagli Appennini e aveva attraversato il Bradano. Quell’anno avrebbe avuto i cuccioli. Sentiva l’odore della morte, ma continuava a rigirarsi nel candore gelato”.
Il giorno del funerale del ragazzo il paese partecipa con dolente compostezza, nessuno però crede alla tesi del suicidio che le autorità si affrettano a sigillare: il fratello della vittima, un allevatore di cavalli di origine albanese, è il primo a non credere a quella menzogna costruita come una verità zoppicante. Vuole vendetta e la otterrà, a tutti i costi. Perché il disagio giovanile in una landa rurale desolata come quella può colpire duramente, ma il piccolo Gheorghe era il ragazzo più buono del mondo. In paese, oltre al fratello, in tanti cominciano a sospettare che il ragazzino, amato da tutti, forse è stato ucciso perché ha visto qualcosa che non doveva vedere. Anche Dabrowski, ovviamente, non crede al suicidio e si chiude in se stesso più del normale. Non ha indizi e l’indagine non è nemmeno sua. E soprattutto sa che fra poco la neve tornerà a scendere sul loro mondo e lo ricoprirà come un verdetto definitivo, cancellando tracce e rancori.
“Non c’erano recinzioni intorno alle tombe e i cani si addormentavano tra i fiori. Sembrava che sognassero i morti o che li stessero aspettando”.
La scrittura di Galliani ha qualcosa di selvaggio e controllato insieme: è affilata dalla lama dell’intelletto e intrisa di una pozione velenosa a rilascio lento. Una pagina dopo l’altra si continua a scendere nell’abisso dove anche la bestia più feroce fa meno paura dell’uomo e si ha la sensazione che l’autore abbia camminato a lungo, in silenzio, tra i campi di fave e le distese di grano, tra gli ulivi contorti e le cave abbandonate teatro di scempiaggini di ogni tipo: la Murgia pugliese non è solo uno sfondo, un’ambientazione esotica, ma è un organismo vivo, pulsante. E il romanzo non racconta una storia in un luogo, ma di un luogo. Questa terra arsa, dura e inospitale non viene descritta dalle parole, viene attraversata, e come Dabrowski stesso anche l’elegante e misteriosa insegnante Linda S., stanca dei pettegolezzi del paese, vorrebbe trasferirsi altrove. Le sue distese aride e l’onnipresente vento gelido scolpiscono la forma al racconto. Nelle Operette morali il sommo Leopardi faceva dire alla Natura, in dialogo con l’Islandese, che il mondo non era fatto per lui e i suoi simili: anche la natura di Questa feroce bellezza non è madre ma quasi una condanna.
“Non c’erano recinzioni intorno alle tombe e i cani si addormentavano tra i fiori. Sembrava che sognassero i morti o che li stessero aspettando”.
“Quando raggiunse la cava, era ancora notte. La recinzione metallica era tesa e i tralicci delle torri si torcevano tremando. Riconobbe il puzzo degli pneumatici bruciati e della vernice dei fuoristrada che avevano preso fuoco insieme ai corpi. Scendendo trovò le carcasse di due veicoli e una decina di cadaveri carbonizzati”.
E’ impossibile non pensare allo scrittore cowboy Cormac McCarthy, che sembra essere citato più volte da Galliani, forse troppo vistosamente. Ma se nel mondo del texano dagli occhi di ghiaccio regna una violenza senza riscatto, incapace di offrire salvezza ma solo pena, in quello disegnato da Galliani si percepisce con forza il peso del peccato, dell’espiazione e una necessità di redenzione che vari personaggi si portano addosso. L’autore li dispone nel palcoscenico-paesaggio e li lascia agire, registrando ciò che accade con uno sguardo che è insieme partecipe e implacabile. La ferocia che mette in scena nel suo western noir è un dato di fatto, una inevitabile constatazione, è ciò che accade quando gli esseri umani avidi vengono lasciati da soli con i propri impulsi. Questo rende il romanzo scorretto ma potente: non offre appigli, non ammicca, non si preoccupa di risultare sgradevole. Nel comporlo Galliani deve aver immaginato la classica esangue trasposizione televisiva o cinematografica e deve aver toccato ferro: la sua scrittura è capace di stupire e scioccare, di intenerire e turbare, non ha nulla da spartire con i vari commissari e investigatori all’italiana del piccolo schermo.
“Più tardi la giovane donna entrò nel torrente e si accosciò sull’acqua. Sharbat si avvicinò silenzioso e si fermò dietro di lei. L’urina calda fumava e aveva un odore acido che le creature del bosco e le piante dovevano percepire. Quando si alzò, i peli pubici erano arruffati e bagnati. Era agile e bella e il sesso scuro sembrava più vivo gocciolando. Non si coprì e lo guardò senza imbarazzo voltandosi, come se la sua presenza fosse un fatto scontato, simile ai muschi e agli alberi e ai volti scolpiti sulle rocce che la fissavano dal letto del fiume. L’acqua in cui si era bagnata era fredda e la sua pelle si illuminò. I seni erano alti e floridi e sembrava che avanzassero da soli verso la riva”.
Come ogni crime che si rispetti anche Questa feroce bellezza è arricchito da molti personaggi e sottotrame che si diramano e sciamano verso un finale in cui un nuovo ordine prende il posto del disordine iniziale.
C’è una giovane donna afgana armata di balestra e protetta dai suoi tre cani che scappa non si sa da cosa, che casualmente incrocia lungo il cammino un altro afgano con una vecchia cicatrice sul volto e una nuova ferita sanguinante e purulenta: i due faranno un pezzo di strada insieme nonostante non abbiano nulla da spartire, a parte la lingua. Lei è una selvaggia, forse una prostituta alla ricerca di un padre, lui un mercenario che ha studiato musica e letteratura e che però ha combattuto in Spagna, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Ucraina. “Il coraggio è un male se non capisci il pericolo a cui può esporti”, spiega il combattente alla ragazza dopo che questa gli ha suturato il buco di una pallottola con una lima arroventata sul fuoco del fornello. C’è pure una feroce guerra tra una banda di spacciatori albanesi e una di kosovari, e anche un criminale locale in tuta acetata che beve champagne nel privé del suo club protetto da un uomo dei servizi segreti con cui è in affari.
“In pochi giorni gli altipiani si erano popolati di gente munita di zappe che scavava alla ricerca di veleni. Vennero fuori fusti metallici e balle di fluff insieme a tonnellate di rifiuti ospedalieri, che erano stati sparsi sui campi e macinati con le stoppie da macchine tritatutto”. Compaiono anche i rifiuti tossici smaltiti sul territorio dal criminale protetto dai Servizi Segreti, e che Madre Natura risputa fuori in un fiume dall’aria irrespirabile: il gelo ha conservato le carcasse degli animali ma gli organi interni hanno le classiche tracce di avvelenamento da metalli. L’eco di McCarthy a volte sembra fin troppo presente – la brutalità, la colpa, il destino – ma i colpi di scena ben dosati e la scrittura asciutta, che sa fermarsi al punto giusto, rendono il finale esplosivo.
“A marzo la neve tornò a cadere copiosa e una spessa coperta si adagiò sugli altipiani. Le bestie che non riuscirono a sfamarsi caddero stremate e le loro carcasse attirarono i predatori. I lupi che scesero dagli Appennini assaltarono gli ovili e in poco tempo gli uomini dichiararono guerra ai selvatici. In fattorie e garage apparvero pellicce di lupo lasciate ad asciugare e quarti di cinghiale trasformati in salumi”.
Il tenente Dabrowski interviene quando può e si muove nell’ombra quando la sua divisa glielo impedisce: osserva da lontano l’onda di violenza affiorata all’improvviso che si va a sciogliere come neve sul fondo delle coscienze degli umani, e sa bene che questi ricominceranno presto a scannarsi. E’ il loro destino. In un momento in cui la letteratura è diventata rassicurante e soporifera Galliani sceglie una via più scomoda e antica: ricordarci che il mondo non è ordinato e che la “feroce bellezza” della vita non è innocente e non consola, ma forse rende più onesta la permanenza su questo pianeta a Dabrowski e a tutti noi.