Pura vodka, no kvas

Carrère e lo spirito russo che con la guerra all'Ucraina ha negato il meglio e il peggio di sé stesso

Giuliano Ferrara

Nel nuovo libro autobiografico "Kolkhoze" svela segreti di famiglia e condanna Putin, offrendo uno sguardo profondo sulla cultura e l’infelicità costituiva del popolo russo

Paolo Nori non mi dispiace affatto, lo leggo quasi sempre, il suo stile è divertente e sapido, qualche volta traligna nel birignao, ma è sempre gustoso. Fu qui di casa, ora preferisce la Duma di Travaglio & Mini, il giornale che avrebbe licenziato Anna Politkovskaja. Lo perdono e gli auguro lo Strega. Ama la cultura russa, che gli ha dato, a lui e alla sua Togliatti, e a tutta la famiglia, di che vivere e prosperare come gran bravo traduttore e saggista. Però a paragone di Carrère, Emmanuel Carrère, Nori è un furbetto, uno spacciatore di kvas, uno che adora passare per vittima della russofobia e non prendere posizione su Ucraina e dintorni, alla luce o al buio che siano, mentre l’altro è un vecchio e santificato mostro letterario, dispensatore di pura vodka, scrive pianamente, no birignao. Il libro autobiografico di Carrère, Kolkhoze, ha di magnifico questo: che condanna Putin, e non assolve la madre, la eccezionale Hélène Carrère d’Encausse, segretaria perpetua dell’Académie française, non la assolve nemmeno dopo la sua morte sontuosa e triste, per averlo accettato come seduttore, e in più, vecchio pallino di un russomane come io sono sempre stato, trova ideologicamente aberrante la cultura letteraria e spirituale russa, esclusi Tolstoj e Turgenev e Cechov, gli occidentalisti, quelli che io chiamo i grandi scrittori francesi di lingua russa. 

   

Carrère non divaga. Il suo autoromanzo è fitto di notizie. Un avo fu regicida, cospirò per la morte dello zar Paolo I. La famiglia materna è georgiana, Zourabichvili, che fa rima con il cognome di Stalin, Dzugasvili, e la cugina della madre fu presidente della Georgia quando Putin la amputò dell’Ossezia e dell’Abkhazia, o di parti di essa, e quando il patron o padrone del paese, fondatore de “Il sogno georgiano”, pro Putin, la ridusse a una sua dépendance. Il nonno paterno, George, fu probabilmente fucilato dai partigiani del maquis, perché era stato collaborazionista. E questo segreto di famiglia fu da lui rivelato in Un romanzo russo, un libro che gli costò, per il divieto infranto di parlare del padre di sua madre, due anni di isolamento dalla gloriosa Hélène. Il padre fu tradito e recuperato dalla mostruosamente egoista e tignosa madre, la amò nonostante tutto, nella sua modestia, e in questo vinse, sostiene il figlio, fino a che morirono, prima lei poi lui. Lo zio Nicolas era un drop out di genio e talento musicale, anche lui vittima dell’orchessa meravigliosa che scrisse libri pieni di gloria in un francese da russa bianca, altero e vigile, vittima perché emarginato e non considerato nemmeno al capezzale della comatosa segretaria perpetua dell’Académie. Si era legato per fascino, in reciprocità di vita e amicizia, al nipote Emmanuel, imperdonabile infiltrazione nel kolkhoze, l’intimità tra madre figlio e sorelle.

  

Quando cominciò l’invasione e la nostra vita, comoda quanto basta ma insidiata dall’orrore quanto è possibile, cambiò e sfiorì nella delusione e nella paura e nell’inimicizia, mi capitò di scrivere qui, sulla cultura russa, sul pauperismo russo, sulla tristezza russa, sull’indifferenza russa, sull’illibertà profonda della nazione russa, cose che in questo libro di Carrère sono scritte meglio, con una mania di accertamento che solo un mezzo georgiano cosmopolita, erede di una dinastia russofila e di una grandissima sovietologa e russista, poteva concepire. “Castigo senza crimine, crimine senza castigo”. Ecco l’infelicità costitutiva di quel grande e opaco popolo. Ho finalmente capito bene, a fondo, perché Vladimir Nabokov, altro russo bianco, detestava Dostoevskij con tutta la sua mente geniale di critico letterario e di scrittore, per non parlare del cuore, organo per fortuna a lui quasi sconosciuto. In viaggio tra Kherson e Mykolaïv, dopo avere cannato la visita alla tomba di Potemkin, l’amante focoso di Caterina II e il mentore leggendario del suo imperialismo illuminista a chiacchiere, tra una bomba e l’altra “Volodymyr pensa che c’è una ragione per boicottare tutto ciò che è russo. Giusto abbattere le statue di Pushkin , perché un russo onorato equivale a un ucraino messo di lato, cancellato”. “Se vuoi capire che succede oggi, leggi Puskin, leggi Lermontov, leggi Dostoevskij”. Smantellano il suo Pantheon, tutta la cricca. Il peggiore di tutti, Dostoevskij. Slavofilo assatanato, nazionalista, bigotto, antisemita, cantore della Terza Roma, persuaso che la Russia ha per missione di salvare il mondo dall’empietà e dalla depravazione in cui si involtola l’occidente. Carrère cerca di salvare parte della mobilia, cita “Hadji Mourat”, il grande racconto di Tolstoj dalla parte dei combattenti antirussi del Caucaso ceceno. Ma non c’è niente da fare. I suoi amici ucraini, Volodymyr e Tetjana, non accettano la complessità, vogliono chiarezza morale, e Tetjana riassume in questa formula abbacinante tutto il Dna russo: “Castigo senza crimine, crimine senza castigo”.

    

Nori è un sano scrittore di Reggio dell’Emilia, uno che sa trovare nella bassa le parole giuste per la poesia e per la pubblicistica ambigua, come in parte ogni pubblicistica morale dev’essere. Ma il libro di Carrère è un’altra cosa, parla d’altro, testimonia per la verità dall’interno di uno spirito russo che con la guerra d’Ucraina ha negato il meglio e il peggio di sé stesso. Testimonia per un’intelligenza delle cose non necessariamente cinica e ironica, e non è poco.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.