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Caro Singer che ci ricordi dell’ambiguità, massimo regalo della letteratura
"A che cosa serve la letteratura?" è una bussola per chiunque scriva e chiunque legga, per orientarsi in una selva di opere che sembrano andare in qualunque direzione. Una raccolta che andrebbe letta ad alta voce in ogni scuola di scrittura
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8 MAR 25

(Unsplash)
Isaac B. Singer amava Tolstoj e odiava le biografie. Diceva: “Quando uno ha fame, non si preoccupa della biografia del fornaio”. E siccome era uno che razzolava meglio di come predicava, era convinto che la verità di uno scrittore si trovasse solo in un luogo: sulla pagina. “A che cosa serve la letteratura?” (Adelphi, 210 pp., 19 euro) è da pochi giorni in libreria. E’ diviso in tre sezioni – “Le arti letterarie”, “Yiddish e vita ebraica”, “Scritti personali e filosofia” – e oltre a essere un riferimento per chiunque scriva è una bussola, oggi, per chi legge, utile a orientarsi in una selva di opere che sembrano andare in qualunque direzione meno che quella della letteratura. Come riconoscere quella buona? Tanto per cominciare, ammonisce Singer, o racconta storie o non è. “Togli la storia e non c’è più letteratura. Mi dispiace che molti scrittori abbiano scordato questo semplice fatto”.
Caro, profetico Isaac, la cui voce arriva fino a noi da ogni pagina di questa raccolta di introvabili interventi sulla stampa pubblicati soprattutto dal quotidiano yiddish Forverts. Pare che in vita covasse l’idea di raggrupparli prima o poi, pertanto trattasi di compimento postumo di un’intenzione – evviva i risultati. Implacabile controcanto a tutta la letteratura che letteratura non è, il tono di Singer non è quello del giustiziere o del moralista, semmai di chi richiama la letteratura alla sua funzione: intrattenere. E la vorrebbe distogliere da tutte le derive – le due più grandi avversioni singeriane: quelle psicologiste e quelle ideologiche. Banalità, verbalismi, ipocrisia. Se c’è una questione che lo scrittore ribadisce di continuo è la necessità della concretezza, e della concretezza delle tenebre e del male in una storia, in modo che i pensieri e le azioni di un personaggio siano perennemente in bilico tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Settant’anni dopo, caro lucidissimo Isaac, eccoci qui: cambiamo i finali alle opere liriche, edulcoriamo le favole per bambini e rifiutiamo il massimo regalo che l’arte letteraria ci fa, ossia l’ambiguità.
Di questa raccolta, che andrebbe letta ad alta voce in ogni scuola di scrittura, formidabile è la semplicità tutta singeriana (non aliena a una nota austera epperò sorridente, insomma: Singer in purezza) con cui lo scrittore getta luce su minuscoli dettagli rivelatori, e anche la sua lettura dei romanzi altrui e del posto che hanno in un panorama più vasto. Scopriamo, per esempio, che Singer amava molto Strindberg, e se da un lato ci sembra ovvio e inevitabile, per altri aspetti sembra sorprendente; senza incrinature la sua ammirazione per Tolstoj, ma fino a un certo punto, perché “dopo essere diventato un maestro della letteratura, un’autorità e un vero faro, all’improvviso in tarda età cominciò a farsi domande da bambino. Non riusciva a rassegnarsi al fatto di essere destinato a vivere per pochi anni e poi sparire per sempre”.
Ma una storia – ci ricorda lo scrittore – è eterna quanto più è circostanziata, quanto più porta con sé “le impronte digitali” di un personaggio, perché il fondamento della letteratura è sempre l’individualità. Però occhio: alcuni scrittori “non ritraggono i loro personaggi, scrivono dei saggi su di loro” e poi “mettono insieme la favola e la morale della favola, raccontano un fatto e poi lo spiegano”. E non si fa. Fulmini e saette anche contro la politicizzazione del racconto: “La letteratura – scandisce Singer – non è un mezzo di propaganda. Non puoi sederti alla scrivania e produrre un romanzo che contribuisca al socialismo, al sionismo, al liberalismo o a qualunque altro -ismo”. Ricordarselo sempre: “Il vero scrittore non lotta contro l’ordine sociale, ma contro Dio”. Sferzate risolute contro gli eccessi: se lo sforzo di un autore è concentrato sull’originalità dello stile “l’opera perde la sua forza,” costretta a sopravvivere “tra le rovine delle stupidaggini e della banalità, della psicologia vacua, della finta sociologia, del formalismo vuoto. Il solipsismo non è un’arte” e la letteratura “sta diventando sempre di più la psicanalisi e la psicologia del dilettante”. Infine una frase-guida, angolare, da mettere in cornice: “Nell’arte, una verità noiosa è falsa”.