Il socialista liberale che detestava Marx ma lo reputava un genio assoluto

"Luciano Pellicani. Un socialista liberale" è il nuovo libro curato dalla Fondazione Craxi e pubblicato da Rubbettino. Un viaggio lungo la critica del filosofo all'ideatore delle teorie comuniste
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14 SEP 24
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Luciano Pellicani - foto Ansa

È passato qualche anno dalla scomparsa di Luciano Pellicani (1939-2020). Difficile circoscriverne la portata degli scritti, in termini qualitativi e quantitativi. In un recente volume curato dalla Fondazione Craxi e pubblicato da Rubbettino, Luciano Pellicani. Un socialista liberale, ha scritto Giovanni Orsina che Pellicani “incarnava un modello di docente universitario che si sta perdendo”: colto, dedito alla ricerca e allo studio (ma anche grande docente) e, forse soprattutto, poco avvezzo alle mode e al conformismo. Di famiglia comunista, Pellicani ha studiato per tutta la vita Marx e il marxismo. E avversandolo ferocemente, pur reputandolo un genio. Ma non solo all’interno del mondo accademico, bensì anche di quello politico, collaborando con Bettino Craxi e contribuendo a portare il Psi su un versante liberal-occidentale. Una battaglia culturale che, però, Pellicani non avrebbe condotto “solo” attraverso gli innumerevoli libri, ma anche con la direzione della rivista Mondoperaio: una “questione vitale” la definì in una lettera trovata nel fondo “Bettino Craxi” dell’omonima fondazione e ora inserita nel libretto appena uscito. Da lì avrebbe infatti conoscere un’idea socialista diversa, non nemica della libertà – quella vera, “liberale”.
Pellicani aveva ben chiaro come la sinistra, e in particolare quella italiana, non avessero fatto i conti la visione gnostico-totalitaria di Marx e dei suoi epigoni. Alla visione manichea e visceralmente illiberale del pensatore di Treviri, Pellicani opponeva il socialismo libertario di Proudhon. Quest’ultimo, passato alla storia per la frase – da lui usata ma non coniata – “la proprietà privata è un furto”, sostenne in un volume uscito postumo come in realtà senza proprietà non ci fosse altro che il dispotismo totalitario dello stato. I mezzi di produzione sono “le sorgenti della vita” e senza queste l’individuo non può nulla contro lo strapotere statale: diventa un ingranaggio schiacciato dal Moloch collettivistico. Ma Pellicani fece conoscere e divulgare tanti altri pensatori poco noti o messi all’angolo dall’ottuso mondo culturale italiano: Jean Baechler, Guglielmo Ferrero, la Scuola austriaca (che seguiva fino a un certo punto), José Ortega y Gasset.
Gramsci, invece, era per lui l’emblema del vero credente: un profeta redentore che mira a purificare l’esistente. Come si può leggere in appendice al libro, nello sferzante intervento che tenne al convegno del 16 marzo 1988, Lo stalinismo nella sinistra italiana, la sinistra si è rifiutata di vedere nel sardo il pensatore che ha lanciato sul mercato delle idee, e in accezione positiva, il concetto di totalitarismo: “così facendo, la sinistra si è chiusa nella falsa coscienza e ha costruito un’immagine del mondo nella quale la via della schiavitù – l’edificazione dello stato onniproprietario, unico regolatore della vita umana – appare come la via della liberazione”. Gramsci rimane a tutt’oggi, insieme a Marx, il pensatore più citato dalla sinistra italiana.