Con "The factotum" l’opera si fa hip-hop e l'hip-hop si fa opera

La nuova opera del tenore Will Liverman e del dj e producer King Rico prende spunto dal “Barbiere” di Rossini. Un’esperienza dove tutto il patrimonio musicale black converge su un palcoscenico operistico
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6 FEB 23
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Will Liverman nella produzione The Family Barber per la stagione 2013/14 (foto via hwww.lyricopera.org)&nbsp;<br />

Un barbiere di colore del sud di Chicago. Il suo salone e il via vai di persone che si fanno belli. Un’umanità variegata perché tutti hanno bisogno di tagliarsi i capelli, e in un salone chiunque può entrare: dal professore, al manager sino all’assassino. L’unica certezza è il barbiere che ti aspetta. Una sorta di confessore laico capace di ascoltarti al suono di forbici e pettine. E’ qui che si ambienta “The factotum” nuova opera del tenore Will Liverman e del dj e producer King Rico. Un lavoro che prende spunto dal “Barbiere” di Rossini - “Largo al factotum”, canta Figaro nella seconda scena del primo atto - “rubandone” suggestioni e melodie, aspetti rielaborati e inseriti in un nuovo lavoro operistico. La prima mondiale al Lyric Opera di Chicago è molto attesa.
Liverman e King Rico sono cresciuti insieme. La formazione presso “The Governor's School for the Arts” in Virginia e la vita segnata da Robert Brown, docente di canto dal background gospel che ha insegnato loro come l’opera e la musica possano essere uno spazio fertile per la sperimentazione e la libertà.
Un’ottima idea nasce sempre da un grande desiderio. Liverman guarda un documentario sul musical “Rent”, lavoro di Jonathan Larson ispirato a “La bohème” di Puccini. “Mi chiedevo – dice il cantante sulle colonne del New York Times - perché altri classici della lirica non vengono riproposti creando una nuova narrativa che recuperi la storia e racconti qualcosa di significativo per i tempi che viviamo?". Nel giro di poco tempo al tenore e al dj si unisce Rajendra Ramoon Maharaj che cura libretto e regia. L’idea su cui si fonda questo progetto è: “L’opera può essere hip-hop e l'hip-hop può essere opera. D’altronde le note sono le stesse”; un’esperienza dove tutto il patrimonio musicale di colore converge su un palcoscenico operistico.
Con l’avanzare del lavoro i due artisti capiscono che la composizione può prendere vie inaspettate. Si parte per realizzare un’idea e si giunge altrove. Liverman spiega come la voce lirica può adattarsi bene a diversi stili senza risultare goffa e decontestualizzata. Anzi, la commistione di generi e stili raggiunge un pubblico più vasto.
Nel “Factotum” è presente il tema razziale, il perdurare di violenze che nascono dal colore della pelle. Una denuncia delle condizioni che le persone di colore devono ancora oggi vivere. “C’è tanto dolore – dice Liverman - ma non volevamo rappresentare solo quello. Nella bottega del nostro barbiere c’è anche tanta gioia”.
Anthony Freud, presidente e direttore generale del lirico di Chicago, ha definito il lavoro “una sorta di complesso arazzo dove convergono diversi stili musicali. Una partitura pensata per voci «classiche» che riesce a espandere la forma d’arte”.
La bontà di questa iniziativa la scopriremo solo dopo la prima esecuzione. Sicuramente c’è un tentativo che va evidenziato e dovrebbe essere accolto. Dividere la musica in generi chiusi, in comparti stagni, non produce frutti. “La musica è bella o è brutta” questa l’unico discriminante per Leonard Bernstein. Un cantante può interpretare un’aria in stile hip hop, l’importante che questa sia scritta bene testualmente e musicalmente; coerente con la dinamica di tutta l’opera. Il cantante non deve scimmiottare il rapper e viceversa. Il cantante deve essere “esatto” e “dentro” quello che interpreta.
L’opera può e deve aprirsi ad altre soluzioni, favorire nuovi linguaggi, non temere la sperimentazione. I cartelloni dovrebbero rischiare programmando nella stessa stagione “La traviata” e “The factotum”. Qui non si tratta di avvicinare i giovani alla musica (ho visto tanti giovani esaltarsi per l’amore dannato e mortifero di Aida e Radamès) ma avere la capacità di allargare il repertorio, stimolare il confronto, non temere il poco conosciuto. In Italia dibattiamo ancora sui Måneskin e il loro presunto danno alla cultura. Facciamo ancora “buu” dai loggioni dopo tre minuti di musica e si fatica a trovare concerti di musica contemporanea. Sfido a leggere nelle stagioni 2022 – 2023 dei teatri lirici italiani due nuove (forse anche solo una) commissioni operistiche. Spero di essere smentito. Intanto gioisco di fronte a qualcosa di nuovo da scoprire.