Foto di Scott Warren, Aurora Photos, via Olycom 

Inherent Vice

Casa fatta di alba, un libro spirituale che racconta lo sradicamento

Alberto Fraccacreta

Un testo sull'identità e sulla perdita di identità, impregnato di post-colonial studies ed ecocriticism. Torna con una nuova tradizione Navarre Scott Momaday, il primo nativo americano ad aver ricevuto il Pulitzer nel 1969 

Navarre Scott Momaday vive a Santa Fe in New Mexico, come Cormac McCarthy. Classe ’34, di etnia kiowa, è il primo nativo americano ad aver ricevuto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1969 con Casa fatta di alba, che torna nelle librerie italiane grazie all’intensa traduzione di Sara Reggiani (con una prefazione dell’autore, Black Coffee, 232 pp., 20 euro). Si tratta di un romanzo dai connotati fortemente lirici che racconta, in quattro parti, la storia di Abel, reduce dalla Seconda guerra mondiale, rincasato a Pueblo Jemez e assorbito dalle seduzioni infernali di Los Angeles.

 

Quest’ultime lo allontanano dalla verde sacertà delle tradizioni familiari, dalla ciclicità delle stagioni scandite secondo i cerimoniali kiowa. Momaday, nato a Lawton in Oklahoma, ha trascorso l’adolescenza a Jemez e lì ha potuto studiare più approfonditamente le culture navajo e apache. Il personaggio di Abel è dunque modellato su personalità effettivamente conosciute dallo scrittore e l’opera, com’è ovvio che sia, presenta alcuni elementi autobiografici (specialmente riguardo alla “gioventù bruciata” dell’epoca). 

 

Parimenti a quanto avviene in una dimenticata pièce di McCarthy, The Stonemason, è il nonno Francisco a rappresentare l’ago della bilancia esistenziale e la via di scampo del protagonista che, attraverso il solenne rito della corsa verso la mesa, la “casa fatta di alba” (cioè il nome dell’altipiano in un canto navajo), riesce a ritrovare l’equilibrio naturale e ad acquistare la pace. 

 


Questa è la dodicesima puntata della rubrica Inherent Vice. Come prescrive il diritto marittimo, il “vizio intrinseco” è tutto ciò che non è possibile evitare. Potrebbe essere anche una visione specifica, una chiave di accesso della letteratura americana, a cui questa rubrica è dedicata.



Le prime righe – costruite su un fine meccanismo paratattico, dunque estremamente cadenzate – rivelano subito il piglio poetico della prosa lussureggiante di Momaday, che organizza la materia del romanzo secondo una struttura ad anello: “Dypaloh. C’era una casa fatta di alba. Fatta di polline e pioggia, e la terra era antica ed eterna. Le colline erano variopinte e la pianura brillava di argille e sabbie di colori diversi. Cavalli rossi e azzurri e chiazzati pascolavano nella pianura, e più in là, sulle montagne, un’oscura landa incontaminata regnava sovrana. La terra era ferma e forte. Ovunque era bello. Abel correva. Era solo e correva, dapprima a fatica, pesantemente, poi sciolto e bene. La strada curvava davanti a lui e risaliva in lontananza. Non vedeva il paese. La valle era grigia di pioggia e la neve giaceva sulle dune. Era l’alba”.

 

Negli scenari di Jemez non mancano macchie di ginepro, mesquite, canyon, giunchi, ciliegi selvatici, peyote, antilopi, “colori fiammanti” e il raccolto che, “come i cervi delle montagne, è dono di Dio”. Al di là delle puntuali notazioni paesaggistiche, Casa fatta di alba mette in rilievo la condizione subalterna di molti giovani indiani d’America, strappati dai loro luoghi d’origine e culturalmente “alienati”. È quindi un testo sull’identità, sulla perdita dell’identità e infatti Abel appare come un déraciné, uno sradicato che però ha il cuore ancora colmo dell’“antico ritmo della sua lingua”.

 

Le aquile catturate (e poi liberate) per la preghiera, le danze rituali e l’adorazione della madre terra sottolineano il senso di armonia da preservare contro le violente e improvvise aggressioni della modernità. Momaday – che nel ’63 ha conseguito un dottorato a Stanford, ha insegnato all’Università dell’Arizona e ha ricevuto da Bush nel 2007 la National Medal of Arts – utilizza una narrazione per collage, polifonica, disseminata, che lascia emergere stili e forme differenti. 

 

È evidente che Casa fatta di alba addensa su di sé alternativamente l’attenzione dei post-colonial studies e dell’ecocriticism, tanto natura e politica sono compenetrate in un unico, grande affresco di liberazione, ecologia integrale e spiritualismo. La profonda religiosità che si respira nel libro – ad esempio la congiunzione delle tradizioni religiose cattoliche con quelle dei nativi americani – non è soltanto il segno pacifico di un’attenzione identitaria, ma anche un monito a guardare oltre la pura materialità: “Vedere oltre il paesaggio, oltre ogni forma e ombra e colore [...]. Essere liberi e compiuti, completi, spirituali”.

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