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Dalla censura sovietica alle proteste delle folle oggi. Letteratura fastidiosa

Giulio Silvano

Un tempo era il potere, come quello di Chrušcëv, a sentirsi minacciato dalle idee. Oggi succede spesso che siano le folle, con i forconi e con le torce vere o metaforiche, a chiedere che certi libri non vengano stampati, venduti, permessi nelle scuole. Dall'Urss a Philip Roth e Woody Allen

"Quanti libri in questa stanza! Un’intera parete, dal pavimento al soffitto, è letteralmente nascosta da una gigantesca libreria. Non un centimetro libero! Da ogni fessura spuntano carte e giornali, sono accatastati dappertutto: per terra, sotto il tavolo, sotto il letto”. E’ iniziata la perquisizione. Non è un lavoro facile per il tenente Ivanov, fedelissimo alla causa sovietica, quando nei primi anni Sessanta passa le giornate a spulciare nelle case di intellettuali, o di semplici lettori su cui è arrivata una soffiata, che potrebbero nascondere libri proibiti dallo stato, come “Il dottor Živago” o le poesie di Mandel’štam. Il vero obiettivo di Ivanov e degli uffici competenti è lo scrittore Abram Terc, che da qualche tempo sta inondando coi suoi scritti le riviste occidentali prendendosi gioco dei valori russi.

 

Chi è questo Terc, esponente del realismo fantastico, corrente illegale in Urss? Un ebreo, come suggerisce il nome? Si chiede il Kgb. Divertentissimo il libro di Iegor Gran “Gli uffici competenti”, uscito da poco per Einaudi (traduzione di Girimonti Greco e Sinigaglia), quando mette sfacciatamente in ridicolo le leggi dell’epoca krusheviana, spettrale invece quando mostra le punizioni, e i metodi per mantenere a galla un regime dove la gente ha ancora paura di Stalin, nonostante sia imbalsamato da un pezzo. Evitiamo informazioni biografiche su Abram Terc per non rovinare la lettura del romanzo – si legge veloce, ha un ottimo ritmo – ma Terc, che è esistito davvero e che si chiamava Andrei Sinyavsky, a un certo punto ha avuto un figlio, Iegor Gran, che riesce a raccontare la storia del padre senza sbrodolarsi in memorialistica lagnosa ed egoriferita. Senza quei piagnistei che stanno così male nei libri sui propri familiari. Saranno gli anni di Gran a Charlie Hebdo, Vernacoliere d’oltralpe, vera scuola del politicamente scorretto e del no bullshit.  

 

Il libro di Gran, poi, fa pensare assurdamente a quanto potere venisse dato da chi comanda alla letteratura, ai libri, agli scrittori. E, col rischio di cadere in una banalissima osservazione da boomer, ci si chiede oggi: la letteratura – la narrativa – può minacciare davvero il potere come faceva sotto Chrušcëv?  Si ha ancora paura dei libri? Succede oggi che siano le folle, con i forconi e con le torce vere o metaforiche, a chiedere che certi libri non vengano stampati, venduti, permessi nelle scuole. Vi ricordate i roghi de “Il codice Da Vinci”? O le campagne per togliere la N-word dai libri di Mark Twain? O i libri per bambini troppo Lgbtq per le biblioteche del Midwest? E la recente paura di Dostoevskij?

 

L’anno scorso centinaia di dipendenti Simon & Schuster hanno provato a bloccare l’uscita del libro dell’ex vicepresidente Mike Pence. Pressioni dal pubblico, che nelle democrazie è il potere, sempre negli Usa hanno fatto ritirare la biografia definitiva (e bellissima) di Philip Roth perché il suo autore, Blake Bailey, è stato accusato su un blog di molestie sessuali (la bio è uscita poi in paperback per un altro editore). Lo stesso è successo con il libro di Woody Allen per Hachette, cancellato, e uscito poi per l’indipendente Arcade publishing. E se poi si va indietro nei secoli, quando al posto della paura di offendere c’era l’indecenza di natura sessuale – “Madame Bovary”, “Lolita”, “L’amante di Lady Chatterly” – non si finisce più e si arriva fino agli Index librorum prohibitorum dei papi. Leggendo il libro di Iegor Gran entriamo nella mente del braccio armato dei censori, di chi eseguiva gli ordini, credendo davvero che una poesia potesse rovesciare “il socialismo in un solo paese”.

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