Macron, Le Pen, Mélenchon. La guerra delle tre France

Giulio Meotti

Barbecue e banlieue, giovani e vecchi, città e periferie, cattolici  e musulmani. Tutte le anime dell’arcipelago che va al voto

Arcipelago, blocchi sociologici, faccia a faccia comunitari, scollamento tra periferia e metropoli… Le fratture francesi espresse dal voto presidenziale hanno varie definizioni. La tripartizione elettorale è prima di tutto anagrafica. Emmanuel Macron ha ottenuto il 41 per cento dei voti degli over settanta, battendo il record di François Fillon. La paura degli estremismi ha giocato un ruolo importante nell’elettorato sempre più anziano. Jean-Luc Mélenchon arriva in testa tra i 18-24enni (31 per cento) e i 25-34enni (34 per cento). Marine Le Pen è avanti tra i 35-49enni (28) e i 50-59enni (30). Ogni stagione della vita ha il suo voto: quando sei giovane e non ti astieni, voti per la sinistra radicale; quando inizi a lavorare e affronti le difficoltà materiali dell’esistenza (oneri, tasse, inflazione), si vota più per Le Pen; quando siamo in pensione con avversione al rischio, si vota  più per Macron. E la Francia, nella sua storia, non è mai stata così vecchia e l’elettorato anziano si sta mobilitando di più: gli over 65 rappresentano il venti per cento della popolazione e un terzo dell’elettorato. Il “grande invecchiamento”, secondo l’espressione dell’analista Maxime Sbaihi, è un fatto strutturante delle democrazie contemporanee, che ha un notevole impatto sulle politiche pubbliche. E la demografia è ormai la chiave della politica.

 

Macron ha dietro di sé la Francia orléanista che parla ai cattolici: la lotta contro gli estremisti e l’attaccamento alla costruzione europea

 
Erwan Barillot è l’autore del saggio sul “presidente liquido” con la prefazione di Olivier Rey. Barillot riprende la tesi del filosofo anglo-polacco Zygmunt Bauman, secondo cui le strutture precedentemente costituite (nazione, scuola, famiglia) sono diventate precarie in nome di ingiunzioni alla “modernità”, alla “flessibilità”, all’“agilità”. L’adattamento diventa l’unico imperativo categorico. La “liquidità” investe tutti gli ambiti della società. Macron, che un certo stereotipo liquida come la Francia dei “bobo” (borghesi bohemien), ne è il  rappresentante. Christophe Guilluy, che ha scritto tre best seller sulla nuova geografia cultural-politica francese, al settimanale Marianne questa settimana dice che “il voto a Macron è quello dei  borghesi di sinistra e di destra”.

 
Macron ha dietro di sè la Francia orléanista che parla alla maggior parte dei cattolici: lotta contro gli estremisti e attaccamento alla costruzione europea. Nelle aree geografiche dove ancora prevale il cattolicesimo, il presidente ottiene punteggi superiori alla media nazionale: 35 per cento in Vandea o 33 per cento a Versailles. Ma uno studio di Ifop per La Croix mostra che quattro elettori cattolici su dieci hanno votato per Le Pen o Éric Zemmour. Non avevano mai votato prima così tanto per la destra nazionalista. Il politologo Yann Raison du Cleuziou, specialista in religioni, spiega che Zemmour ha consentito la strutturazione di una destra cattolica conservatrice e attraverso la sua retorica (la “Grande Sostituzione”) ha contribuito a trascinarla a destra. Le correnti  conservatrici, che si sono affermate con la Manif pour tous, si erano disperse dopo il 2013 in tutti i partiti di destra. Zemmour ha sfondato fra la borghesia cattolica conservatrice: 18,5 per cento a Versailles, 18,75 a Neuilly-sur-Seine, 17,5 nel sedicesimo arrondissement di Parigi. E ha concesso a queste reti cattoliche conservatrici un posto centrale, un prestigio che non sono riusciti ad avere nel loro precedente partito, i Repubblicani gollisti. “I cattolici conservatori sono consapevoli del declino del cattolicesimo ma sentono di essere gli unici ad anticipare i profondi effetti sociali che questo declino avrà”, dice Yann Raison du Cleuziou. “Zemmour concede un posto cardinale al cattolicesimo nella definizione delle sfide politiche che la Francia dovrà raccogliere nei prossimi decenni. Per  Zemmour, il crollo statistico del cattolicesimo pone problemi fondamentali per la Francia”. Zemmour vince fra gli ebrei (la leadership ebraica lo ha condannato). Il comune di Val d’Oise ha una numerosa popolazione ebraica concentrata in un quartiere noto come “Piccola Gerusalemme.” Vota negli uffici 21, 22 e 24. Zemmour ottiene lì tra i suoi migliori numeri nazionali: 35,23, 39,52 e 37,10.

  

Marine Le Pen è la Francia rurale e periurbana, dove è arrivata prima in 20.036 comuni contro 11.861 del presidente  

  
La destra va bene in quella che lo scrittore Premio Goncourt Nicolas Mathieue ha appena chiamato “la Francia dei barbecue”, “le persone che lavorano nei magazzini, infermieri, autisti di camion, chi vive nei piccoli centri”. La Francia dei comuni rurali e periurbani che hanno favorito Le Pen, arrivata prima in 20.036 comuni contro 11.861 del presidente della République en Marche. Ma le campagne non sono tutte uguali. Quelle che accolgono popolazioni sensibili all’ecologia, i laureati, il “neorurale”, come le zone dell’Ardèche e dell’Ariège, hanno votato Macron, e come quelle dalla dimensione turistica, le località balneari e di montagna, le zone vinicole dello Champagne e quelle al confine tra Svizzera e Lussemburgo, dove il voto protestante pro Macron è forte.

 
Macron raccoglie non meno del 40 per cento dei voti dei dirigenti del settore privato contro solo il 14 di Marine Le Pen. Quest’ultima, invece, è  sostenuta dal 33 per cento delle persone con contratto a tempo determinato o interinale. La candidata di destra ottiene i suoi migliori risultati tra i dipendenti che svolgono i lavori più pesanti (in piedi, trasporto di carichi pesanti, movimenti ripetitivi, esposizione alle intemperie, orari notturni, prodotti chimici) mentre il presidente uscente vince fra le professioni più quotate. Macron e Le Pen sono spaccati in due anche tra la “Francia tripla A”, che comprende il cuore delle metropoli più attraenti, le periferie residenziali, le aree turistiche, e la “Francia delle ombre”, quella che non fa sognare e dove i prezzi degli immobili sono bassi, i vecchi bacini industriali in crisi, le zone rurali remote, i piccoli centri in declino e privi di attrattiva turistica, le corone periurbane lontane dalle grandi metropoli e senza prestigio paesaggistico e immobiliare.

  

Il boom della sinistra di Mélenchon si deve, infine, alla crescita demografica della “Francia creolizzata” 

  
Poi c’è la terza Francia, quella delle banlieue e delle classi “creolizzate”. Il candidato del partito “La France Insoumise”, Jean-Luc Mélenchon, è arrivato al 22,2 per cento, un solo punto dietro Le Pen. Le banlieue e le grandi città ad alto tasso di immigrazione sono il cuore del suo progetto politico e lì Mélenchon ottiene il 60 per cento dei voti al primo turno delle presidenziali. Mélenchon ha ottenuto il 61,13 per cento a Saint-Denis, 17 punti in più rispetto al 2017. A Montreuil, Mélenchon incassa il 55,35 per cento. A Bobigny, il 60 per cento dei voti. In tutta la Seine-Saint-Denis, Mélenchon è arrivato al 49,09 per cento. Un boom drammatico rispetto al 2017, quando era arrivato al 34,02. Ad Argenteuil, la terza città dell’Île-de-France, il candidato della sinistra arriva primo con il 49,89 per cento. In tutta l’Île-de-France, il dipartimento più grande del paese, quello di Parigi, Mélenchon ha sconfitto Macron. Naem Bestandji, attivista femminista impegnata contro il velo, osserva che nelle piattaforme di Mélenchon sono presenti un buon numero di islamisti. Si salutano con “salam”, piuttosto che "bonjour”. Brice Teinturier (Ipsos) aveva avvertito: “C’è una categoria in cui Jean-Luc Mélenchon è molto forte, dove è il più forte: questi sono i musulmani francesi, dove è tra il 45 e il 49 per cento”.

  

Alla fine Mélenchon ha vinto il 69 per cento del voto islamico. A Seine-Saint-Denis, Mélenchon ha conquistato 37 città su 40. L’islam vi ha assunto un’importanza tale che due giornalisti di Le Monde, Gérard Davet e Fabrice Lhomme, nel libro “Inch’Allah” raccontano una “islamizzazione a volto scoperto”. Cambia la demografia, cambia la civiltà. Si va dal dirigente scolastico che combatte i tentativi di intrusione islamista al ginecologo travolto dall’oscurantismo dei suoi pazienti, dai funzionari eletti e che si adoperano in tutti i tipi di compromessi pur di ottenere il favore degli elettori musulmani al sindacalista che organizza sale di preghiera musulmane nei depositi del servizio pubblico dei trasporti. Una “contro-società” si va imponendo, con i suoi codici e i suoi valori. I due giornalisti di Le Monde definiscono la Seine-Saint-Denis come “un laboratorio”, l’iceberg della “spettacolare evoluzione di una parte della società francese”. 

 
Mélenchon ha vinto a Marsiglia (31 per cento), Le Havre (30 per cento), Lille (40 per cento), Lione (31 per cento), Montpellier (40 per cento), Saint-Etienne (33 per cento), Tolosa (36 per cento), Strasburgo (35 per cento), Rennes (36 per cento) e Nantes (33 per cento). A Marsiglia e a Lione (seconda e terza città di Francia) i musulmani sono il 30 per cento della popolazione, un quarto degli studenti delle scuole pubbliche di Strasburgo è islamico, a Mulhouse la comunità musulmana è già il 25 per cento della popolazione come ha ammesso il sindaco e così via… France Strategy, l’organismo della Presidenza del Consiglio francese, a ottobre ha pubblicato uno studio. Ci sono 25 città in Francia in cui il tasso di giovani extra europei è compreso tra il 70 e il 79 per cento. Superiore al 70 per cento in quattro città della Seine-Saint-Denis: La Courneuve (75 per cento nel 2017 contro il 47 per cento nel 1990 e dove Mélenchon ha il 64 per cento dei voti), Villetaneuse (73 contro 45), Clichy-sous-Bois (72 contro 51), Aubervilliers (70 contro 39). “60 città francesi hanno un tasso di 0-18 anni di origine extraeuropea pari o superiore al 50 per cento” spiega Le Figaro. Come gli arrondissement di Marsiglia, come Vénissieux (dove Mélenchon ha superato il 50 per cento). A La Courneuve Mélenchon ha il 64 per cento dei voti, a Clichy-sous-Bois il 60 per cento e così via…A Montpellier, l’islam è la religione più praticata in città. “Ci sono più musulmani praticanti che cristiani praticanti e mentre le chiese non sono molto affollate le moschee sono piene”, racconta il quotidiano Midi Libre. La sinistra vi ha trovato una immensa riserva di voti.

   

È in corso la scristianizzazione della Francia, scrive Jérôme Fourquet, la “dislocazione della matrice cattolica della società”

  

A Créteil, città simbolo dell’immigrazione nella Valle della Marna, Mélenchon ha preso il 40 per cento. Mélenchon ha ottenuto il 61 per cento in città come Trappes: “Il 70 per cento musulmani, 40-50 nazionalità diverse che assumono le sembianze di alcune località libanesi, micromondi racchiusi nel perimetro di un’altra realtà religiosa e di civiltà”. A Roubaix, la città già oggi al 40 per cento musulmana, Mélenchon ha ottenuto il 50 per cento, mentre nel distretto sede della scuola Anatole France in un quartiere di lusso vicino al parco Barbieux Macron guida le danze (48,83). A Mulhouse, la città alsaziana scelta da Macron per lanciare un progetto di contenimento dell’islam politico, Mélenchon ha conquistato il 36 per cento. A Nîmes, dove Mélenchon ha stravinto, l’immigrazione extra-europea è fuori controllo. Le Monde, il giornale della sinistra francese, racconta che a Nîmes “la quota di abitanti nati fuori dall’Europa è salita dal 7,3 al 16,3 per cento della popolazione tra il 1990 e il 2017”. 

  
Direttore del dipartimento Opinion dell’Ifop, Jerome Fourquet sa mettere i numeri dove gli altri prima di lui hanno messo soltanto le parole, tipo “la Francia non è più la Francia”. E spiega che siamo ben oltre la fase della secolarizzazione. All’opera c’è una “vera e propria scristianizzazione massiccia”, la “dislocazione della matrice cattolica della società francese”, scrive Fourquet nel suo libro sull’”arcipelago francese”, ovvero la sua “fase terminale”. “In sole due generazioni, la partecipazione alla messa domenicale è virtualmente scomparsa dal panorama sociale. Questo crollo della pratica della religione cattolica è stato accompagnato da quello del numero di sacerdoti nel nostro paese. Stiamo vivendo un momento di cambiamento, un vero cambiamento di natura”. Un cambiamento di civiltà. “Lo choc delle immagini è importante: vediamo da una parte le chiese frequentate da persone anziane e che non sono più piene, mentre dall’altra parte la popolazione musulmana è giovane e, soprattutto, in sale di preghiera che non sono più sufficienti per contenere l’intera comunità. E’ l’idea di una competizione, di un’asimmetria tra religione cattolica, storica ma in declino demografico, e un islam percepito come in piena dinamica demografica”.

 
Questa dinamica deciderà non solo il voto di domani, ma anche la Francia del futuro.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.