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La guerra degli iconoclasti

Rimuovendo il passato, cancelliamo anche gli anticorpi che il conflitto storico ha generato

Giorgio Caravale

Lo storico dell'arte David Freedberg nel suo libro Iconoclasm analizza l'avversione al culto delle immagini nel corso della storia e il pericolo della dittatura del "politically correct" made in Usa

La sera del 22 agosto 1566 una folla riunitasi nella città di ‘s-Hertogenbosch per ascoltare il pubblico sermone di un predicatore protestante diede vita a un’ondata iconoclasta destinata a diffondersi nel giro di poche settimane in molte città dei Paesi Bassi spagnoli. Passando di chiesa in chiesa, contadini artigiani e nobili locali distrussero immagini, sculture, dipinti, libri, vestimenti sacri, vetri colorati, manufatti colpevoli a loro dire di indurre i fedeli all’idolatria e alla lussuria. Alcuni cattolici furono persuasi dagli argomenti (e dalla violenza) degli iconoclasti, molti altri invece furono uccisi come fomentatori di una devozione troppo legata alla materialità della religione e poco attenta alla dimensione spirituale del culto.

 

Quattro secoli e mezzo dopo, tra il febbraio e il settembre 2015, tra l’Iraq e la Siria, i leader del sedicente Stato islamico, meglio conosciuto con la sigla Isis, furono protagonisti di una violenta campagna iconoclasta iniziata con la distruzione degli oggetti sacri conservati nel museo di Mosul e proseguita con l’esplosione dei templi di Bel e Baalshamin a Palmira. Anche in questo caso, i luoghi della furia devastatrice furono utilizzati come teatro della pubblica esecuzione di una trentina di prigionieri, primo tra tutti il noto archeologo e storico siriano, l’ottantaduenne Khaled al Asaad. Pochi mesi dopo, la distruzione di Ninive, antica città assira costruita sulla riva sinistra del fiume Tigri nei pressi di Mosul in Iraq, coronò la cinica operazione propagandistica dell’Isis intesa a far proseliti tra i fondamentalisti islamici ma anche a fomentare un clima da guerra permanente funzionale a una più ampia offensiva su scala globale.

Sul filo rosso che unisce attraverso i secoli l’iconoclastia protestante del Cinquecento alle ultime tragiche iniziative degli impresari della distruzione islamica ha scritto un bellissimo libro David Freedberg, storico dell’arte della Columbia University di New York, già autore di un noto volume dedicato a Il potere delle immagini (1989, trad. it. Einaudi 1993 e 2009). Nel suo Iconoclasm, uscito ora da Chiacago University Press (332 pp.), Freedberg ricorda che l’essenza dell’iconoclastia non consiste affatto in un radicale rifiuto delle immagini, come la violenza distruttrice lascerebbe a prima vista pensare, bensì nella consapevolezza della centralità ricoperta dalle immagini stesse. Se fossero solo pezzi di legno e pietra privi di vita come molte culture continuano ad affermare, si chiede Freedberg, perché mai preoccuparsi di attaccarle, perché distruggerle come a voler dimostrare la capacità dell’uomo di eliminare una vitalità che si vorrebbe altrimenti negare? Gli iconoclasti di ieri condividono con quelli di oggi la convinzione che le statue e le immagini che intendono rimuovere sono state create ed esibite pubblicamente per approfittare dell’istintiva empatia che l’uomo prova davanti a tutte le immagini.

E’ per questo che censura e iconoclastia vanno sempre a braccetto. Entrambe danno forma all’opera stessa. Cercano di prevenire una reazione socialmente indesiderabile o personalmente intollerabile danneggiando o distruggendo ciò che provoca quella reazione. Un censore copre i genitali di una statua nuda, l’iconoclasta la distrugge. Anche per questo le opere vengono spesso collocate all’interno di un museo. Perché il museo è un luogo di repressione, dove il potere delle immagini può essere addomesticato e le nostre reazioni all’opera d’arte razionalizzate. In una galleria d’arte, infatti, prevalgono certi codici di comportamento: per quanto forti possano essere le nostre iniziali istintive risposte, evitiamo di metterci in ginocchio a pregare davanti all’immagine, attaccare il quadro o la statua che abbiamo davanti agli occhi o reagire sessualmente alla sua vista.

La storia insegna che le distruzioni dei Buddha di Bamiyan da parte dei talebani o gli assalti da parte dell’Isis non sono il frutto di una caratteristica propria della cultura islamica bensì il portato di un’“attitudine universale”. L’ostilità verso le immagini non è il tratto distintivo, tantomeno innato, di una singola cultura. L’odio non è altro che l’altra faccia di una medaglia che raffigura l’amore e il fascino che le stesse immagini provocano nella grande maggioranza delle donne e degli uomini in ogni epoca della storia. Che l’iconoclastia non sia una prerogativa dell’islam e dei suoi rappresentanti più conservatori lo dimostra del resto una volta di più il flusso di distruzioni di cui gli Stati Uniti sono stati teatro quattro anni e mezzo fa, nell’estate del 2017. Sulla scia dell’uccisione, per mano di un ventenne di estrema destra, di una giovane donna che partecipava a una manifestazione contro i suprematisti bianchi a Charlottesville in Virginia, un’ondata di indignazione condusse alla rimozione, anche violenta, di memoriali dedicati agli Stati confederati d’America e di statue dedicate a generali e leader sudisti, commercianti o proprietari di schiavi, figure centrali della storia americana divenuti ora simboli di un passato da rimuovere.

Improvvisamente, quello che era stato il terreno prediletto del pensiero fondamentalista divenne teatro d’azione della sinistra liberal e progressista. Non si trattava più di reazionari o puritani che protestavano contro opere accusate di essere lascive o idolatriche, ma di radicali liberal americani che miravano a rimuovere ogni traccia di precedenti oppressioni, a cominciare dai monumenti che celebravano leader politici del passato rei di aver condiviso i pregiudizi (razziali o di genere) del loro tempo e che probabilmente, sottolinea Freedberg, non si percepivano per nulla come bigotti o reazionari.

In molte città americane furono tirate giù le statue di Cristoforo Colombo, George Washington, Thomas Jefferson e persino di Abraham Lincoln, colpevoli di aver esportato in America gli aspetti peggiori del colonialismo europeo: il suprematismo bianco, lo schiavismo, la visione imperialista verso le popolazioni indigene come gli indiani d’America. Oltre alle statue di questi antichi eroi della storia americana, nel settembre 2018 una scultura in bronzo intitolata Early Days, parte del noto monumento dei Pionieri di San Francisco, raffigurante un nativo americano sconfitto a terra con un vaquero che teneva un piede sul suo corpo in segno di sopraffazione, accanto a prete cattolico che indicava il paradiso, fu rimossa e messa in un deposito: l’iscrizione che ne spiegava il significato storico fu reputata non sufficientemente condannatoria.

Come è stato scritto di recente da Germano Maifreda nella prefazione al suo Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel cutlure (Feltrinelli, 152 pp.), quelle sculture sono ritenute incapaci di rappresentare gruppi che in passato non avevano voce ma che guadagnano ora centralità sociale: si tratta dunque di “denunciare il divario ormai abissale esistente tra manufatti visuali creati e selezionati sulla base di rapporti di forza vigenti in passato e un futuro inesorabilmente multiculturale”. Forse, come sostiene Maifreda, lo sfregio politicamente motivato di un’effige posta in uno spazio pubblico a glorificazione di azioni del passato oggi ritenute sempre meno sostenibili è più rispettosa nei riguardi della storia rispetto all’indifferenza con cui tante altre donne e uomini attraversano, lo sguardo chino, piazze, strade, giardini popolati da figure immobili di cui non ricordano e non sanno nulla.

Eppure, l’escalation cui l’ondata iconoclasta americana ci ha fatto assistere negli ultimi anni mette in guardia da una cultura della cancellazione che cede pericolosamente il passo a una dittatura del politically correct. In molti college americani e inglesi gli insegnanti si rifiutano di far studiare ai loro studenti grandi classici del passato come Omero, Orazio, Ovidio, Shakespeare, perché colpevoli di promuovere la misoginia, il razzismo, l’omofobia, il classismo mentre un numero sempre maggiore di romanzi contemporanei rischia di non passare il filtro di una nuova censura, anche solo per non aver accolto l’ideologia transgender o aver omesso di condannare un atteggiamento razzista con sufficiente vigore.

Anche sul fronte delle immagini accade qualcosa di simile. Nel 2017, alla Biennale del Whitney Museum of American Art, un dipinto dell’artista Dana Schutz basato sulle fotografie a bara aperta del corpo mutilato di Emmett Till, il ragazzo quattordicenne linciato da uomini bianchi nel Mississipi nel 1955 per aver difeso il proprietario di un negozio, è stato oggetto di proteste inaspettate. Un numero di giovani artisti ha sostenuto che una donna bianca non aveva alcun diritto di fare spettacolo della morte di un ragazzo nero, anche se l’opera era motivata da una profonda indignazione per l’ingiustizia da lui subita. Nel giugno 2019 la George Washington High School di San Francisco ha deciso di distruggere un enorme murale dipinto nel 1936 dall’artista russo Victor Arnautoff (1896-1979), raffigurante il primo presidente degli Stati Uniti circondato da schiavi neri, accanto a un nativo americano morto disteso a terra, mentre i pionieri marciano verso ovest sotto il suo comando.

Le opere di Schutz e Arnautoff sono state dipinte per condannare i tradizionali pregiudizi e lo sfruttamento razziale di particolari episodi della storia dell’egemonia bianca americana. In altre parole quelle opere d’arte intendevano essere totalmente simpatetiche nei confronti delle vittime dell’oppressione. Oggi invece si reputa che siano dannose alla causa che esse stesse supportano solo perché mostrano la sofferenza dei membri di un gruppo la cui oppressione e maltrattamento gli autori sarebbero gli ultimi a negare. La realtà storica non può essere mostrata perché potrebbe offendere coloro che ancora soffrono per l’eredità della dominazione e della persecuzione e perché quelle opere potrebbero alimentare l’istinto di coloro che sono inclini a prolungare quel tipo di oppressione.

La questione centrale però è che la verità storica ha bisogno di essere costantemente ricordata, a maggior ragione se lo si fa attraverso opere artistiche che chiariscono quanto spaventosa essa fosse. Se eliminiamo ogni evidenza storica dei disastri della nostra storia recente o lontana rischiamo di non essere più in grado di comprendere gli aspetti della debolezza umana, gli istinti apparentemente irrefrenabili che hanno portato al verificarsi di quegli eventi: senza lo stimolo di quelle testimonianze difficilmente saremo in grado di difendere noi stessi contro il loro inevitabile riaffacciarsi. Come ricorda Freedberg, in un’età in cui l’abbondanza, la velocità di produzione e la facilità di manipolazione delle immagini è favorita dal nuovo miracolo della digitalizzazione, in un’epoca in cui le immagini negative sono destinate a ricorrere sempre più spesso, occorre imparare a guardare in faccia l’oppressione di cui esse ci parlano, bisogna mettersi in condizione di formulare un giudizio storico su di esse piuttosto che affrettarsi a distruggerle.

Abbiamo così poca fiducia nella nostra capacità di giudicare la storia da giungere al punto di rimuovere e cancellare dalla nostra vista tutto ciò che può ricordarci un passato del quale possiamo e dobbiamo vergognarci? Siamo diventati così incapaci di discernere al punto da non riconoscere che ci sono state epoche del nostro passato in cui tutti, o quasi tutti, condividevano atteggiamenti, idee, propensioni che oggi invece condanniamo? Non rischiamo così di rimuovere insieme alle immagini di quel passato anche gli anticorpi che il conflitto storico ha generato, dando troppo sbrigativamente per scontato il fatto che quegli atteggiamenti e quelle propensioni non si ripresenteranno più, semplicemente perché abbiamo eliminato la loro rappresentazione dal nostro orizzonte visivo?

Giorgio Caravale
professore ordinario di Storia moderna all’Università Roma Tre