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filosofia e attivismo

Attivisti a prova di tweet: usare casi marginali per riscrivere lingua e biologia

Guido Vitiello

Il vizio post-moderno di leggere la realtà come un testo da decostruire. Così anche un'equazione può diventare "sessuata" ed essere letta come il prodotto della mentalità fallico-illuminista. E dalla French Theory si è passati ai campus americani, fino ai social

Saranno due mesi che non apro un giornale. Ove scoppiasse una guerra nucleare nei paraggi, faccio affidamento sul mio udito. Di questa disaffezione (diciamo pure nausea) per l’attualità dovrei forse vergognarmi, ma preferisco nobilitarla ricordando che il grande apostolo dell’induismo, Hanuman Prasad Poddar, fondatore della leggendaria Gita Press, raccomandava a ogni bravo yogin di astenersi rigorosamente dalla lettura dei giornali. Non vedetemi come un qualunquista, dunque, semmai come un apprendista asceta. Non avendo tuttavia deciso ancora di andarmene definitivamente a fare il guru, applico il precetto di Poddar cum grano salis, o meglio con un chicco di riso – il chicco di riso quotidiano con cui, si racconta, Siddharta sopravviveva asceticamente nella foresta.

A passarmi i chicchi di riso dell’informazione, sotto forma di tweet, sono amici, colleghi o viandanti compassionevoli. A volte questi chicchi mi vanno per traverso. Per esempio, la filosofa della scienza Chiara Lalli mi ha segnalato giorni fa un tweet di Tim Gill, sociologo del Tennessee: “Tanti dipartimenti potrebbero essere di fatto eliminati e ricompresi nella sociologia: scienze politiche (sociologia politica), economia (sociologia economica), filosofia (teoria sociale). Perfino la biologia serve a poco, dato che quasi tutto è costruito socialmente”. Era uno scherzo e Tim Gill non è nuovo a queste goliardate. Ma il fatto che tanti commentatori, anche accademici, lo abbiano preso sul serio, e abbiano levato gli scudi per riflesso pavloviano, non si può mettere in conto solo ai limiti del loro senso dell’umorismo. È qui all’opera quello che potremmo battezzare il dilemma di Titania McGrath, parody account creato dall’umorista Andrew Doyle come caricatura dell’attivista da campus, ma rapidamente sorpassato da una realtà più caricaturale della sua caricatura. La ultra-woke Titania accusava Mary Poppins di “blackface” per la scena in cui Julie Andrews ha il volto annerito dalla fuliggine e duetta con lo spazzacamino, e qualche mese dopo la stessa imputazione di razzismo implicito compariva come cosa seria (ehm) sul New York Times.

Il tweet di Tim Gill era uno scherzo, sì, ma qualcuno avrebbe potuto scriverlo davvero. Specie se al posto della parola “sociologia” mettiamo “Theory”, termine-ombrello che descrive il tentativo imperialistico di filosofizzazione integrale delle scienze umane, in atto ormai da decenni. Nel suo ineguagliato libro su Foucault, José G. Merquior descrisse la fase cruciale in cui, dopo l’esaurimento dell’esistenzialismo, una parte della filosofia francese individuò la sua strategia di sopravvivenza: nutrirsi del prestigio delle scienze umane, così da “riguadagnare vitalità annettendo nuovi contenuti, presi a prestito da altre province intellettuali”. A lungo andare, però, la strategia svelò il suo côté vampiresco: morsicate sul collo, le povere scienze umane – dalla psicoanalisi all’antropologia alla teoria letteraria alla storia sociale – si videro trasformate a poco a poco nella corte esangue di un nuovo Nosferatu filosofico. Era nata la French Theory, pronta a salpare per l’America e a proseguire l’impresa coloniale, fino a mettersi in testa l’insana idea di azzannare anche le scienze dure. Se tutto è costruito socialmente, tutto può essere decostruito per via teorica: dunque, anche la biologia. 

E qui veniamo al secondo chicco di riso, largitomi stavolta dalla perfida Guia Soncini, che era ben consapevole di avvelenarmi. È un tweet dell’autore anglo-indiano Gurwinder Bhogal: “Gran parte della wokeness è semplicemente critica letteraria applicata alla realtà”. Bhogal commentava così una grottesca conversazione in cui l’energia nucleare era presentata come una costruzione patriarcale, mentre alle energie alternative si riconosceva, di converso, una sfumatura femminil-femminista. Forse a parlare erano semplicemente due buontemponi, ma non dimentichiamoci che la femminista lacaniano-derridiana Luce Irigaray sostenne che E=mc² è un’equazione “sessuata”, in quanto privilegia la velocità della luce (c), dunque una sorta di penetrazione fallico-illuministica, su altre velocità altrettanto vitali, senza contare “il suo utilizzo per gli armamenti nucleari” (se la mia quiete di yogin fosse disturbata dal succitato botto, saprò che è colpa di equazioni patriarcali).

Ma torniamo al tweet dello sconosciuto aforista. È risaputo che furono proprio gli studi letterari, in particolare a Yale, il primo focolaio in cui dagli anni Settanta cominciò a diffondersi oltreoceano il contagio intellettuale della Theory francese. Uno dei primi vaccini contro il morbo – il volume “Reconstructing Literature”, curato da Laurence Lerner – esordiva constatando la curiosa miscela che si stava creando tra l’applicazione del modello linguistico a pressoché qualunque oggetto (tutto è testo) e una forma spuria di radicalismo politico (smontare i testi è azione in senso lato rivoluzionaria). Il risultato di questa miscela era la pratica sistematica della “deconstruction” come impresa intellettuale e politica a un tempo. Il libro di Lerner è del 1983, e le sue preoccupazioni erano circoscritte all’università. Si poteva sensatamente confidare che la tempesta sarebbe rimasta in quel bicchier d’acqua, senza far danni altrove. In fondo, ancora nel 2004 la morte dell’ispiratore del decostruzionismo era annunciata dal New York Times con un obituary dallo sgarbatissimo titolo “Jacques Derrida, abstruse theorist, dies at 74”. Sappiamo com’è andata a finire. 

Se tutto è linguaggio, allora tutto è potenzialmente affar nostro, e le altre discipline sono destinate a divenire ancelle della Theory come un tempo della teologia. E se tutte le sfere della vita umana sono in fin dei conti costruzioni linguistico-ideologiche, demolirle diventa un grande compito politico. Non sto raccontando nulla di nuovo, e nulla che non si fosse già visto in Francia ai tempi lontani della rivista Tel Quel. Un sociologo allievo di Bourdieu, il finlandese Niilo Kauppi, ha ricostruito quelle vicende in un libro del 2010 che vale la pena recuperare, “Radicalism in French Culture. A sociology of French Theory in the 1960s”. Fu nell’ambiente della rivista di Philippe Sollers detto anche Sollerspierre – patria elettiva di Roland Barthes, Julia Kristeva, Jacques Derrida e altri – che si fece strada “l’assimilazione tra rivoluzione politica e rivoluzione testuale”.

Alla vecchia guardia sartriana tutto questo pareva ozioso, e Bernard Pingaud nel 1968 accusò il gruppo di Tel Quel di ragionare “come se un testo fosse una rivoluzione”. Pochi anni dopo, quando il filosofo maoista Bernard Sichère mollò il cenacolo di Sollers, accusò i suoi ex compagni di essere degli idealisti camuffati da materialisti marxiani, e di aver dimenticato la realtà, i rapporti di classe e la storia in nome di una “pratica testuale che serve come metafora dell’attività rivoluzionaria”. Critiche non troppo diverse vengono mosse oggi, da parte della sinistra più radicata nel progressismo tradizionale o nel retaggio marxista, alle mille microbattaglie simboliche dell’attivismo da campus, come quella sui pronomi non binari.

Nel chicco di riso di quel tweet era quindi racchiuso, in forma ipercondensata, un capitolo della storia intellettuale recente: la critica letteraria americana prima colonizzata dalla Theory e poi, dopo aver plasmato l’intero spettro delle scienze umane e sociali, lanciata alla conquista di una realtà trasfigurata in testo. E la critica che si svolge su questo testo non è una critica letteraria qualunque: ha ereditato tutti i vezzi dello “stile” post-strutturalista e decostruzionista, uno stile che di volgarizzazione in volgarizzazione è ormai patrimonio diffuso della gramsciana “filosofia dei non filosofi”: perfino l’utente semianalfabeta che polemizza sui social network, e che non ha mai sentito uno solo dei nomi che ho menzionato fin qui, sa che ha davanti a sé un panorama di narrazioni e costruzioni sociali da smascherare o demolire. E anche la sua cassetta degli attrezzi viene da lì. Per esempio, la ricerca un po’ parassitaria e tardo-sofistica dei margini, degli interstizi, dei casi-limite usati per piazzare mine strategiche, nella speranza di far venir giù edifici imponenti e di far esplodere le categorie più consolidate. Il filosofo decostruzionista cercava appigli anche minuscoli nelle pieghe di un’opera del canone filosofico per smontarla, ribaltarla, metterla contro se stessa, svelarne le falle strutturali e raderla al suolo. Il critico letterario poteva fare lo stesso, poniamo, con una novella di Balzac.

Ora tutto questo è abbondantemente esondato dai campus e ha inzuppato altri campi. Così, per esempio, l’attivista odierno usa questioni numericamente marginalissime come quella delle persone transgender o delle persone intersessuali non già per la causa sacrosanta di un’inclusione universalistica e tradizionalmente progressista, ma come grimaldello per decostruire dalle fondamenta le categorie di maschile e femminile, manomettere il linguaggio e la grammatica, riscrivere la biologia e in ultimo abbattere la plurimillenaria piramide del patriarcato “eterocisnormativo”. Quando osserviamo questi esercizi di critica letterario-filosofica applicati a una realtà preliminarmente testualizzata e usati come succedaneo simbolico della lotta politica radicale, è segno che il modus operandi della Theory ci è scappato di mano. Vi saluto e torno nella foresta a ruminare altri chicchi, spero meno indigesti.

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