Quant'è difficile in quest'epoca non innalzare l'utilità a paradigma supremo

Sergio Belardinelli

La zappa è molto più di una zappa: è la fatica, il grano, i buoi, le stagioni e l'intero universo: nulla di ciò che ci circonda è soltanto utile. Riscopriamo l'importanza dell'inutilità e dell'essere "fini in se stessi". 

L’utilità costituisce senz’altro uno dei principali paradigmi del nostro tempo. Qualsiasi cosa facciamo la facciamo soprattutto perché in qualche modo ci è utile. Guai perdere tempo in qualcosa che non serve a nulla. Eppure la maggior parte degli oggetti che ci circondano e delle azioni che compiamo, anche quelle che mirano direttamente a una qualche utilità, vanno oltre l’utilità stessa. Domandare “a che serve” significa limitarne il senso e il valore. Non c’è nulla che serva e basta. Nulla di tutto ciò che ci circonda è soltanto utile. Persino un martello è qualcosa di più della sua funzione. Esso serve certo a battere i chiodi; probabilmente non ci sarebbe mai stato un martello se gli uomini non avessero avuto bisogno di battere i chiodi. E tuttavia sentiamo che la forma, il colore, il materiale di cui è fatto, tutte queste cose danno al martello la natura di qualcosa “in sé”, un’esistenza che va oltre la sua mera funzione, capace addirittura di evocare storie, ad esempio quella di chi l’ha costruito o quella del falegname che, a forza di usarlo, gli ha consumato il manico con la stretta delle sue mani.

 

A questo pensavo ieri l’altro dopo essere uscito da una bottega artigiana di quelle che si trovano ancora nei meravigliosi borghi dell’entroterra marchigiano; a questo pensavo ogni volta che guardavo gli attrezzi coi quali i contadini che abitavano vicino alla casa dei miei nonni lavoravano i campi. La zappa era molto di più di una zappa. Appoggiata al muro della stalla era capace di evocare la fatica, l’erba, il grano, i buoi, il carro, il riposo, gli amici, le stagioni e alla fine l’intero universo. La guardavo incantato con il presentimento che mi sarebbe stata risparmiata la fatica di dissodare la terra e con la gratitudine per quello che mi faceva immaginare. Altro che una semplice zappa! Se dunque persino gli utensili più umili sono molto di più che semplici utensili, a maggior ragione ciò dovrebbe valere per le nostre azioni, per i fiori, gli animali e tutte le forme viventi. Nulla che l’uomo faccia è soltanto “utile”; qualsiasi attività umana, anche la più strumentale, la più direttamente orientata a produrre un’utilità, proprio perché “umana”, è sempre anche attualizzazione di un significato che va oltre la mera utilità. Costruisco un martello perché ho bisogno di battere i chiodi, perché voglio costruire una nave, perché voglio attraversare il mare, perché voglio combattere i pirati, e chi più ne ha ne metta. Gli uomini sono fatti così.

 

Ma anche la natura su questo punto non scherza. La sua splendida esibizione di colori basterebbe da sola, come ci insegna il grande biologo Adolf Portmann, a confutare qualsiasi concezione troppo angusta dei suoi ritmi sia in termini di mero funzionalismo che di evoluzionismo. Le piume sgargianti degli uccelli serviranno certo a mimetizzarsi o ad attrarre le femmine per la riproduzione, ma sembrano lì soprattutto per essere viste, ammirate; ci invitano in modo del tutto gratuito a una sorta di grande festa dei colori. Idem potremmo dire del sole o del vento: miserevole considerarli esclusivamente in vista dei nostri bisogni di calore o di fresco. Nel tempo dell’utilitarismo dominante, dovremmo dunque imparare non soltanto a coltivare l’utilità dell’inutile, l’utilità di tutte quelle attività che come l’arte o la poesia vengono coltivate “sereni nelle tempeste di primavera, senza apprensione che l’estate non possa venire” (Rilke), ma anche a vedere che nulla, nemmeno i nostri strumenti sono soltanto utili, e che, innalzando l’utilità a paradigma supremo, impoveriamo sia il senso della nostra vita, sia quello degli strumenti che costruiamo.

 

Ciò che voglio dire è che non sono gli strumenti i responsabili della totale strumentalizzazione del mondo e di noi stessi che oggi ci circonda; responsabile è piuttosto la nostra incapacità di guardare nel modo giusto, di inserire cioè anche gli strumenti in progetto di vita che, in quanto tale, non dovrebbe mai rimanere nell’ordine della sola utilità. Kant diceva che bisogna considerare l’uomo sempre come fine e mai come mezzo. Forse è tempo che anche le altre cose, sia quelle naturali, sia quelle che abbiamo costruito e che sembrano esistere soprattutto “per noi”, vengano considerate almeno un po’ come “fini in se stessi”.

 

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